GLI ULTIMI GIORNI DI SUNNYDALE

 

DISCLAIMER

La mia protagonista è Tarantula, ve la ricordate?, la ragazza che Spike ha portato al matrimonio di Xander nella sesta stagione. Per esigenze narrative e dal momento che non credo che Tarantula sia il suo vero nome, le ho dato anche un nome, un cognome, una famiglia, una storia, un lavoro e tante altre cose che mi tornavano utili.

I personaggi tratti da Buffy sono di Joss Whedon e ahimè non sono miei, anche se li frequento da così tanto tempo che tendo a dimenticarmene. Però ce ne ho messi anche di miei (e naturalmente Joss ha il mio permesso per usarli, visto che io ho usato i suoi…)

Gli avvenimenti narrati si svolgono – o avrebbero potuto svolgersi – durante la settima stagione di Buffy.

 

RATING: R

 

SPOILER: quarta stagione di Angel  (abbastanza velati e solo in uno dei capitoli, ma è mio dovere avvertirvi)

 

RINGRAZIAMENTI

E’ un vero peccato che  le persone che maggiormente meriterebbero i miei ringraziamenti, vale a dire i miei colleghi e i membri della mia famiglia, siano anche quelle stesse che è molto meglio  non sappiano come ho occupato una parte del tempo che avrei dovuto invece usare per far fronte agli impegni della vita reale..

Venendo a coloro che posso ringraziare senza correre rischio di licenziamento o di divorzio, i primi sono innanzitutto coloro che mantengono vivo il mondo di Whedon in rete in Italia perché il loro impegno mi ha garantito un facile accesso alle informazioni che mi servivano per incastrare la mia fantasia con gli avvenimenti realmente raccontati nel telefilm, in particolare BuffyFaith, il suo Buffy Italian World e gli amici della mailing list che hanno pazientemente risposto a domande che devono essere sembrate loro quantomeno bizzarre.

Un particolare ringraziamento va a Lady R. che col suo Buffy’s Area mi ha consentito di vedere e rivedere a mio piacimento le facce dei personaggi minori che compaiono nel mio racconto.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile innanzitutto senza le mie magnifiche beta-reader, che mi hanno spronato e incoraggiato a cominciare, continuare e soprattutto portare a termine questa, che è  la prima fanfic della mia vita.

Perciò un grazie di cuore sia a Cinderella per il suo sostegno, i suoi consigli e  il costante apprezzamento del mio lavoro sia soprattutto a Jean Genie che oltre a non farmi mai mancare il suo appoggio ha messo generosamente a mia  disposizione la sua competenza professionale svolgendo un’insostituibile,  preziosa ed accurata funzione di editing. Farina del suo sacco sono  il diminutivo - Tula - con cui gli amici chiamano la mia protagonista e la scelta della canzone in testa al secondo capitolo: insomma, così come per i vampiri con l’anima, se questa ragazza non esistesse bisognerebbe proprio inventarla.

 

 

CAP. 1 – UN DEMONE PER CAPELLO

 

“Gracias a la vida que me ha dado tanto
me dió el corazón que agita su marco
cuando miro el fruto del cerebro humano
cuando miro al bueno tan lejos del malo
cuando miro al fondo de tus ojos claros”

Gracias a la vida di Violeta Parro

 

 

ll primo capitolo si svolge tra Lessons e Beneath You e non contiene spoiler.

 

 

Ho sempre odiato Sunnydale. Eravamo all’asilo, io e la mia amica di quando avevo quattro anni, Gladys con le treccine bionde e i pomelli sulle guance, e io le dicevo seria seria “Quando divento un po’ più grande prendo la mia Jenny – era la mia bambola preferita,  anche se già a quell’epoca sembrava uscire dal campo di battaglia più che dalla scatola dei giochi – e scappo col treno.” La mia amica Gladys annuiva così energicamente che le trecce ondeggiavano di qua e di là, entusiasta di quest’idea di abbandonare Sunnydale non appena le nostre gambette ce lo avessero consentito.

E se lo avesse fatto davvero, forse non sarebbe giù nella terra scura sotto quella bella lapide bianca con l’angioletto che la sua famiglia ha fatto scolpire per lei – giusto una settimana dopo il suo sedicesimo compleanno. Uno spaventoso incidente stradale con la vecchia macchina che Bobby, il suo ragazzo, aveva sgraffignato al nonno, a quanto pareva il motore li aveva traditi lungo la strada di ritorno dal cinema e un maledetto pirata della strada li aveva travolti e uccisi mentre Bobby cercava ancora di capire cos’era successo con la testa dentro il cofano e Gladys gli faceva luce con la torcia elettrica.

 C’era sangue dappertutto, sapete, un lago di sangue in cui il motore sembrava galleggiare come un pezzo di manzo in brodo di rape quasi  fossero stati investiti da una mietitrebbia, non da un’altra macchina, ma da quando in qua i mietitrebbia se ne vanno in giro in una piovosa serata di gennaio, domando io? Maledetta Sunnydale, i suoi strani incidenti stradali e i suoi molti cimiteri.

Ed eccomi qui di nuovo nonostante tutto a Sunnydale come se ci avessero attaccato un elastico a quel suo stupido cartello di benvenuto, sì, proprio quello che tutti gli ubriaconi abbattono quando capitano in città, e l’altro capo dell’elastico me l’avessero attaccato al bottone dei jeans, o giacché ci siamo all’asola delle mutande, sempre se io portassi mutande e se queste avessero un’asola.

 Ero tornata in città da poche ore – giusto il tempo di scaricare i bagagli a casa e di godermi un caloroso benvenuto di bestemmie da papà – e chi è il primo che ti incontro? Clem, naturalmente, e chi altri. Voglio dire: benvenuti a Sunnydale, l’unica cittadina della California in cui non solo vivono più demoni che esseri umani ma spesso i primi sono più simpatici dei secondi, e si sanno anche comportare meglio, come la primavera scorsa ad esempio, quando quel ricevimento di non nozze a cui tra l’altro ero pure stata invitata si è trasformato in una rissa coi fiocchi e a sentire Dolores, la mia amica del catering, cominciarono proprio gli esseri umani a dar fuori di matto. 

In confronto a quello del mio caro genitore, che si era riscosso dal suo stupore alcolico solo per darmi della puttana e della fallita, il benvenuto di Clem fu un vero balsamo sulle ferite del mio animo, con genuino piacere di rivedermi, pacche sulle spalle e autentico dispiacere che le cose mi fossero andate male a Houston, e Dio, se mi erano andate male, non potete nemmeno avere idea di quanto.

Così Clem mi offre da bere al suo bar preferito – più demoni che umani anche lì, ma chi se ne frega, come se gli umani non potessero essere  abbastanza demoniaci, guardate ad esempio quel maiale di mio cugino Ronnie – e io gli racconto i miei guai e gli piango sulla spalla, o per meglio dire su tutte quelle pieghe di pelle che ha attorno al collo e che di solito tiene accuratamente ripiegate e figuratevi che sto anche attenta a censurare le parti più scabrose e avvilenti del mio racconto perché ho paura che se la prenda troppo a cuore e non sia mai che perda il suo eterno ottimismo.

Così quando ho finito di piagnucolare e di bere Cuba Libre lui mi chiede che cosa ho intenzione di fare adesso, con quello sguardo tutto speranzoso di chi si aspetta che tutto torni al suo posto, ed è chiaro che se fosse per lui potremmo rientrare in affari anche subito, come se non me ne fossi andata e l’avessi lasciato lì come una stronza proprio alla fine della primavera, quando le giornate si allungano, le notti si accorciano e tutti i demoni di Sunnydale hanno un mucchio di tempo libero da passare al chiuso e al coperto. Addirittura mi chiede se ho imparato qualcosa di nuovo a Houston e io potrei dire di no, che a togliermi di dosso uno che ha in mente di violentarmi con un bel calcio nelle palle lo avevo imparato già da prima, solo che non mi era ancora capitato a Sunnydale di doverlo fare con uno di famiglia, e in quanto al lavoro avevo passato quasi tutto il tempo a scopare capelli dal pavimento, a pulire i pettini e a tenere aperta la porta alle clienti perché Monsieur Alexandre non fa certo mettere le mani in testa alle sue clienti dalla prima venuta, soprattutto quando le referenze che questa gli potrebbe portare sarebbero firmate col sangue o magari col sigillo dei demoni Kaa.

 Tant’è vero che stare in una cantina a disegnare la riga con l’eye-liner semipermanente sulla palpebra di vampire annoiate o a fare la permanente a un demone della vendetta secondo la moda del 1920 dopo il mio soggiorno a Houston non sembra in fondo così male ed eccomi lì a chiedere a Clem se il “salone” è ancora aperto e se sua cugina ha già trovato qualcuno per sostituirmi. Peccato che durante l’estate sua cugina  si sia trasferita a Cleveland per stare vicina alla madre ammalata di una misteriosa affezione dermatologica, confermando così ancora una volta  l’indiscussa superiorità morale dei parenti di Clem rispetto ai miei e che il salone sia andato distrutto nel corso di un non meglio precisato “raduno” di una setta di adoratori del fuoco  che probabilmente avevano esagerato con le loro manifestazioni di adorazione.

E io già sto pensando che con la scalogna che c’ho addosso, diciamo pure che  mi sta attaccata come fossimo gemelle siamesi dalla nascita, va a finire che mi tocca andare a fare i turni serali al Doublemeat Palace, per intenderci quelli che non vuole fare nessuno perché a parte il lavoro che è uno schifo in sé e per sé ogni volta che vai a buttare la spazzatura corri il rischio che qualcuno abbia voglia di farsi uno spuntino “con” te invece che “da” te, se capite cosa intendo; e io non ho neanche uno straccio di ragazzo che venga a prendermi con la macchina, per non parlare di madri amorose o padri preoccupati per la mia incolumità, nel senso che mio padre si preoccuperebbe per la mia incolumità soltanto se andassi in giro con delle bottiglie di whisky infilate nelle tasche e in quanto a mia madre ha avuto l’accortezza di filarsela niente di meno che a Detroit, cioè praticamente nel posto più lontano da qui in cui uno possa andare senza lasciare il continente e senza espatriare, a parte l’Alaska naturalmente. Ma qui  potrei sbagliarmi perché la geografia non è mai stata il mio forte a scuola; inoltre la mia insegnante di geografia è sparita misteriosamente prima della verifica finale, e per quanto possa sembrare strano questo è un modo tutt’altro che insolito di finire i corsi scolastici a Sunnydale.

Ma Clem si dimostra portatore non solo di amicizia e di beveraggi gratuiti perché già mi rassicura che un posto per me nel ramo cure estetiche settore demoniaco ci sarà sempre  e che lui può trovarmi un lavoro così, e nel dire questo tenta di schioccare le dita, emettendo una sorta di “plop” al posto dello schiocco per via della sua particolare conformazione morfologica, perché lo sanno tutti che ero brava e coscienziosa, prova ne siano le mance sostanziose che mi lasciavano anche i demoni della vendetta, che tutti lo sanno quanto sono parsimoniosi. Giuro che dice proprio così - “parsimoniosi” – ma solo perché  Clem non darebbe del taccagno nemmeno a Zio Paperone. I demoni della vendetta restano in circolazione un mucchio di tempo, sarà per questo che sono avare come un  ebreo che prestasse denaro a strozzo ad Edimburgo. Sapete quel proverbio che dice “la farina del diavolo va tutta in crusca”? Si direbbe proprio che la stessa cosa  succeda alla mancia del demone, e questo è un altro dei motivi per cui ho tentato di trasferirmi a Houston, perché ne avevo davvero abbastanza di ricevere in cambio dei miei servizi gattini, monete fuori corso e cartamoneta che alla luce del sole si riduceva a un mucchietto di polvere. 

-          Ma senti, credi che mi darebbero dei soldi “veri” questa volta? –

Clem mi guarda con tristezza e una traccia di offesa sul viso, come se stessi implicando che nemmeno lui sia del tutto vero, cosa che in effetti è difficile a credersi, perché è così gentile e cordiale che potrebbe benissimo essere una leggenda come Babbo Natale, e io mi affretto a chiarire:

-          Devo fare la spesa al supermercato se voglio mangiare, lo sai. E non posso nemmeno abitare in un sotterraneo o in una bella cripta perché mi farebbe proprio male alla salute. –

-          Ah, Tarantula, scusami, anche se la tua pelle è così tirata dimentico sempre che tu sei solo un essere umano. –

Decido di prenderlo per un complimento, ci mancherebbe altro che alla mia età la pelle non sia tirata; e per di più sarebbe anche un pessimo biglietto da visita per il lavoro. Insomma Clem alla fine mi rivela che un’altra parente – no, non proprio una parente ma la sposa vivente di un membro dormiente del suo clan, e grazie no, non voglio assolutamente andare a fondo sul significato di questo particolarissimo stato civile  – ha aperto di nuovo la stessa buona vecchia attività proprio in centro, in un posto sicuro dove prima ci stava un certo Brack o Grack a spacciare magia nera al migliore offerente a quanto pare con tanto di ogni comfort, sala d’aspetto e schermatura anti-umani comprese.

A questo punto chiedo a Clem che fine ha fatto lo spacciatore e lui si agita sulla sua sedia a disagio finché questa comincia a scricchiolare in modo sinistro sotto il suo peso, e poi comincia a raccontarmi la storia più assurda delle storie assurde che mi sono state raccontate a Sunnydale, in cui per di più è immischiata un mucchio di gente che conosco solo di vista, sicché ogni quattro parole è costretto a farmi un identikit – e davvero non vorrei essere nei panni di un povero disgraziato di disegnatore della polizia che avesse Clem come testimone principale di un delitto, perché sarebbe una di quelle esperienze che ti  viene voglia di tirarti un colpo in testa pur di farla finita alla svelta. Alla fine insomma mi sembra di capire che una strega della cricca della Cacciatrice sia andata fuori di matto dopo che uno spostato aveva sparato al suo amato bene e abbia fatto il solito macello di mezza primavera (che a Sunnydale è puntuale come lo sarebbe una fiera dei fiori in luoghi più bucolici e meno infernali) nel corso della quale lo spacciatore di magia nera così ben alloggiato ha perso anche l’ultima delle diverse vite di cui era dotato e ha tolto definitivamente l’incomodo.  Il tutto con un contorno di spellamenti, viaggi sul piano astrale, combattimenti con mostri di terra e altre amenità che vi risparmio, tolto il particolare che mi interessa dal punto di vista professionale che nel pieno di questa furia omicida la strega di cui sopra ha operato su sé stessa una tintura full-immersion, che francamente se si potesse fare davvero mi tornerebbe veramente utile anche in occasioni meno funeste.

-          E adesso la strega dov’è? – chiedo a Clem dopo che mi ha confusamente spiegato come Xander Harris in persona, il mancato sposo del mancato ricevimento di nozze a cui avevo mancato di partecipare fino alla fine, abbia convinto la sciagurata a più miti consigli attraverso una storia d’asilo – magari proprio quello stesso asilo che avevo frequentato con la mia amica Gladys. Sì, perché io ho due anni meno di Xander Harris e ho frequentato le stesse scuole fino alla fine, nel senso fino all’esplosione che ha distrutto il liceo di Sunnydale proprio durante la cerimonia di consegna dei diplomi. Quella fu l’unica occasione in cui ebbi fortuna, in effetti, perché se quell’anno George, il disgraziato che era la mia palla al piede di allora, avesse passato più tempo sui banchi di scuola e meno a rubare autoradio, fumare spinelli e tradirmi a destra e a manca, probabilmente sarebbe anche riuscito a diplomarsi, quindi sarebbe stato presente alla cerimonia e di conseguenza io ce l’avrei accompagnato. E magari ci avremmo lasciato la pelle tutti e due, come il nostro beneamato sindaco Wilkins, l’indimenticabile preside Snyder e un certo numero di studenti e di invitati.

 Invece quel giorno io e George passammo la giornata al mare e nel momento preciso in cui la scuola saltò per aria io e lui giocavamo come due cuccioli fra le onde, tirandoci l’acqua addosso e facendoci scherzi scemi come se fossimo una coppia di attempati e spensierati amanti in una pubblicità di colla per dentiere. A pensarci bene, è stata anche una fortuna che quello sia l’ultimo ricordo che ho di lui, cioè un ricordo buono, perché con l’andazzo della nostra relazione le probabilità che l’ultima immagine che mi restasse di lui fosse una cosa bella che avevamo fatto insieme era una su dieci. La settimana successiva Lois Grey scoprì che George, che era suo vicino di casa, aveva messo incinta  sua sorella Selma e gli spaccò il naso. George andò al Pronto Soccorso per farsi tamponare l’emorragia e da lì dobbiamo supporre che abbia raggiunto direttamente la stazione degli autobus perché da allora nessuno in città l’ha mai più visto. Mi mandò una cartolina da L.A. dopo un paio di settimane –  un fondo di magazzino di cartolina con su la scritta “Hollywood” -  senza dire né dove stava né come stava ma solo che gli mancavo: “Mi manchi. George.” La stessa identica cartolina con la stessa identica frase la mandò a quella povera donna della madre – lo so perché ci incontrammo  io e lei con le nostre rispettive cartoline in mano, avendo pensato tutte e due che l’altra avrebbe avuto piacere di sapere che i vampiri non si erano mangiati George nel tragitto tra il Pronto Soccorso e la fermata degli autobus, però a Sunnydale non rimise più piede. Non posso nemmeno dargli torto: lo avete presente Lois Grey? Lavora al macello, è quello grosso con i capelli rossi che una volta ha usato la mannaia per tagliare la testa a un vampiro che era troppo malconcio per la caccia e si voleva rifornire all’ingrosso del meno pregiato sostituto di origine animale, almeno secondo Tony Delmonte, il suo compagno di lavoro ubriacone, ovvio se voi state a sentire  quello che dice uno che alle dieci di mattina ha già gli occhi lucidi e il naso rosso.

Questo mi riporta al mio babbo e alle sue abitudini, e al fatto che in casa con lui è igienico restarci il meno possibile, e quando dico igienico mi riferisco anche al fatto che ci sono scarafaggi in giro, piatti pieni di muffa sotto i mobili della cucina e macchie di origine sospetta sui materassi  e io non sono più la piccola Cenerentola che dopo la scuola correva a casa a lavare le chiazze di vomito dal pavimento e a raccogliere i bicchieri rotti da sotto il divano. E che quindi devo trovarmi un alloggio decente e per quanto gli affitti a Sunnydale siano sospettosamente convenienti per avere una casa ci vuole pur sempre un lavoro.

 

 

-          Tu. – dico a quella forma umana con i capelli a cespuglio che occhieggia da un angolo come un cane randagio – Io non lo voglio aiutare lui, Clem, nemmeno se è amico tuo. –

Spike, niente di meno. Qui si rende necessaria una breve digressione sui miei principi. Come tutti, io ho degli standard riguardo agli uomini con cui mi accompagno, standard bassi, d’accordo, ma pur sempre standard e avere un battito cardiaco è una condizione sotto la quale non sono disposta ad andare. Io non ho niente contro il fatto che uno voglia fare sesso con me, ma il fatto che voglia fare pranzo con me mi indispone parecchio, scusate tanto ma sono fatta così.

Naturalmente per Spike io e altre avremmo fatto volentieri un’eccezione perché questo particolare vampiro è la nostra specialità locale, per così dire, uno schianto di giovanotto con occhi blu e un accento che ti viene voglia di mangiartelo, e il  vantaggio supplementare di non poterti azzannare senza che gli venga un tremendo mal di testa.

-          Ma lo potrei  fare lo stesso, se ne valesse la pena. –

come precisa lui a questo proposito con quel tono blandamente minaccioso che lo fa sembrare ancora di più un gatto affamato, ma insomma, è un buon deterrente. Senza contare che una paria come me un altro paria lo sa riconoscere, e un vampiro qui a Sunnydale che non può banchettare con i bravi cittadini ma si deve accontentare di fare il cane da guardia per la Cacciatrice per tirare avanti non è esattamente un candidato al titolo di vampiro dell’anno.

Al contrario è il candidato ideale – nonché probabilmente l’unico disponibile – ad occupare il posto di buttafuori in un salone di bellezza riservato ai demoni in cui una povera fragile e commestibile lavorante umana entra quattro sere alla settimana alle 09:00 p.m. sperando di uscirne, viva e tutta intera, alle 02:00 a.m., straordinari esclusi.

Io sono brava. Davvero, non si direbbe a vedere come mi pettino e come mi trucco “io”, ma quando si tratta di tingere capelli o squame o piume o di sfumare ombretto sulle palpebre o sui bargigli o di laccare unghie o artigli o zoccoli io non temo rivali; certo, Monsieur Alexandre è più informato di me sulle ultime tendenze di moda ma non credo proprio che se la caverebbe meglio se dovesse tingere le criniere di un intero clan di demoni Kaa in una sola notte e in modo che risultino tutte intonate o se dovesse truccare una neo-vampira in modo che assomigli a Barbie anche con le fauci di fuori e gli occhi gialli (diciamo una Barbie-vampira, va bene?)

Ora, il demone medio di Sunnydale è altrettanto  stupido del cittadino medio di Sunnydale, visto che il primo si ostina ad abitare nella stessa città in cui risiede la Cacciatrice e il secondo insiste a voler coabitare con creature che lo trovano appetitoso, tuttavia non è “così” stupido da fare a pezzi gli esseri umani che contribuiscono al suo benessere, per quanto siano commestibili o importuni. Inoltre la cugina di Clem, nonostante la sua indole pacifica e il suo buon cuore, è perfettamente in grado di difendere sé stessa e le sue lavoranti da un certo numero di minacce che potrebbero comportare perdita di produttività o di parti del corpo o di entrambe. A un certo punto dell’anno scorso, però, un paio di giorni dopo quello in cui tutti si sono messi a cantare e a ballare – e no,  non parleremo qui del valzer lento che ho ballato con mio padre e la sua bottiglia di vodka: l’unico vantaggio di vivere con un ubriacone è che non devi fare molta fatica per convincerlo che in realtà non è successo proprio niente, era solo un’altra crisi di delirium tremens– il compagno di una vampira che non era rimasta soddisfatta della sua permanente si mise in testa di spezzare il collo dell’altra lavorante, una demone mezzosangue molto simile per la verità a una normale donna grassa con un brutto caso di acne, che per sua disgrazia si era resa responsabile dell’affronto agli indomabili capelli crespi di quella lagnosa succhiasangue. Felicity, la cugina di Clem, li mise in fuga tutti e due con uno spruzzatore di profumo riempito di acqua santa e una serie di oscenità che non avrei mai creduto conoscesse e che mi svelarono un mondo completamente nuovo riguardo alle abitudini sessuali di alcuni clan demoniaci senza che la mia collega subisse conseguenze più gravi di un fastidioso torcicollo, ma poco prima della chiusura quei due disgraziati si rifecero vivi, o forse dovrei dire non-morti, con un paio di amici della stessa razza pronti a dar loro man forte nel fare a pezzi il locale e le sue occupanti. Quella notte però era mercoledì e il buon Clem doveva venire a prendere Felicity  per andare a giocare a pinnacolo come tutti i mercoledì, e difatti si presentò sulla porta nel momento stesso in cui uno dei rinforzi dava inizio alla festa cercando di togliermi un occhio con il ferro arricciacapelli – che per mia fortuna però non è una cosa molto facile da fare con un arricciacapelli elettrico e come Clem fece un salto di lato, spaventato dallo spettacolo, ci accorgemmo tutti che non era venuto da solo ma si era tirato dietro un tizio con i capelli ossigenati e un soprabito di pelle nera, un po’ il mio look, se vogliamo, che con un marcato accento inglese e un eccessivo uso di imprecazioni pittoresche stava dicendo qualcosa su una donna che lo faceva diventare pazzo. Come vide la scena che si stava svolgendo nel locale, il nuovo venuto sorrise come un bambino che avesse trovato una bicicletta nuova sotto l’albero di Natale e disse in tono di apprezzamento “Una festa! Posso partecipare?” Gli avvenimenti successivi sono abbastanza confusi, però, soprattutto perché il bastardo che mi teneva per il collo si mise in agitazione e senza farlo apposta riuscì quasi a sgozzarmi con quel dannato arricciacapelli prima che riuscissi a divincolarmi e a strisciare nel retrobottega, dove sapevo di potermi trincerare dietro una scorta di acqua santa in bottiglioni. Mentre io strisciavo l’amico di Clem aveva già fatto qualcosa di brutto e definitivo all’altro sgherro,   era saltato sul banco provocando un fragore di vetri rotti e un diluvio multicolore di essenze e di tinture  e da lì teneva impegnati gli altri due vampiri maschi usando il manico della scopa come paletto. Come lo vidi balzare dal pavimento al banco in quel modo capii subito che o era un vampiro o era un acrobata molto bravo e ditemi un po’: cosa ci avrebbe fatto un acrobata così bravo a Sunnydale invece di lavorare a Hollywood come controfigura? A quel punto i suoi avversari erano ancora in tempo a usare il loro buon senso e a dileguarsi su per le scale ma evidentemente avevano dimenticato il cervello a casa e insistettero in una futile schermaglia finché vennero infilzati uno alla volta e contribuirono con la solita polvere grigiastra ad incrementare il volume della poltiglia di creme e di lozioni che ricopriva il pavimento. A quella vista la vampira – il cui stupido gusto in fatto di acconciature in fin dei conti aveva provocato tutto questo sconquasso – emise un suono stridulo, sfuggì con uno strattone alla inefficace presa dei due demoni dalla pelle floscia e si buttò con tutta la sua forza sulla porta di servizio. Il telaio della porta e il chiavistello cedettero contemporaneamente ed evitando per un pelo di impalettarsi da sola con le schegge di legno la bella riuscì a   fiondarsi nelle fogne, dove nessuno dei presenti ebbe il desiderio o lo stomaco di seguirla.

Il nostro salvatore si spazzolò il soprabito, che a dire la verità era già molto conciato di suo, si guardò intorno e commentò “Bel posticino, un po’ in disordine però.” Solo allora mi resi conto che anche se era un vampiro non aveva perso per un momento il suo volto umano, e che quel volto umano era tutt’altro che sgradevole da guardarsi.

Ma questo succedeva quasi un anno prima del momento in cui io e Clem siamo nel sotterraneo del ricostruito liceo di Sunnydale e guardiamo questo mentecatto che parla da solo come quei barboni cha vagano per le strade e dormono sotto i fogli di giornale – a Houston, non a Sunnydale, perché ovviamente noi qui non abbiamo gente che passa le notti all’aperto. Non per molte notti, quantomeno. Io mi sento anche un’idiota, con il mio borsone degli attrezzi del mestiere, e sussurro a Clem:

-          Perché non me lo hai detto che si trattava di lui? –

-          Perché se te lo avessi detto non saresti venuta. – mi risponde Clem – Lo vedi anche tu come s’è ridotto. Poverino. – 

Mi viene da ridere a sentir dire “poverino” a Spike, come se non fossi io la poverina qui tra i presenti, senza un lavoro e con una casa piena di scarafaggi. E con dei parenti da schifo. E’ anche vero che non so per i parenti, se li sarà mangiati quando è diventato un vampiro, ma in quanto a specie animali moleste qui di certo è pieno di topi. Suppongo anzi che si nutra di topi, visto che non può né cacciare come fanno i vampiri di solito né andare dal macellaio come credo facesse l’anno scorso. Come se mi avesse letto nella mente, Clem dice:

-          Io gli porto dei gatti ma il più delle volte non li tocca nemmeno. –

Scuote il testone preoccupato e si avvicina a Spike, che come lo vede arretra spaventato e comincia a dire

    -     No, no. Non devi incontrare Harry, lui non crede ai mostri. -

-          Ha una ricrescita di quattro mesi – dico senza muovermi dal mio posto – forse di più. Dev’essere ancora la tinta che gli avevo fatto io a suo tempo. Che cosa gli è successo?

-          Non lo so con esattezza: di sicuro qualcosa di tremendo. Ha perso tutto il suo buonumore, non vedi?

-          Veramente a me sembra che abbia perso la testa. – obietto.

Buonumore? Non mi sembra che Spike sia mai stato un campione di buonumore. Non che non abbia un suo senso dell’umorismo, anzi, ma è un umorismo che ti fa a fette come una lama d’acciaio.

-          Anche.

ammette Clem e poi si china su di lui, che sta dicendo a un fantomatico Harry che non avrebbe dovuto portargli i compiti, e da come parla ho paura che creda proprio di avere sei anni e di andare a scuola. Gesù, quanto tempo sarà passato da quando questo qui ha veramente avuto sei anni e ha imparato a scrivere? Clem gli parla come si parla ai bambini e ai matti.

-          Guarda, ti ho portato Tarantula così ti taglia i capelli e te li mette a posto. E dove hai messo i vestiti che ti ho dato l’altra volta? Guarda qui, li hai tutti rovinati. –

si lamenta Clem accorgendosi che c’è qualcosa sotto il ginocchio di Spike.

-          Gli avevo portato le sue cose – mi spiega cercando invano di raccogliere una camicia da terra, perché adesso il vampiro ci si è aggrappato con tutta la forza soffiando come un gatto arrabbiato, e io so già su chi scommettere se questi due vengono alle mani.

-          Clem… - tento di avvertirlo ma Spike gli è già balzato addosso con un unico movimento tanto più impressionante dopo il pietoso farneticare di poco fa e ora gli sta seduto a cavalcioni sull’ampio petto e gli torce il naso, o quello che è, con una mano.

-          Ahia, ahia! – grida Clem – Mi fai male!

-          Siamo… tutti… demoni… qui? – chiede Spike sottolineando ogni parola con una strizzata di naso – Siamo tutti demoni cattivi?

Io no, mi dico, e devo fare qualcosa prima che Clem si ritrovi senza qualche importante pezzo della sua fisionomia – e io senza l’unica possibilità di rientrare nel giro cure estetiche per i demoni di Sunnydale. Questo mi fa decidere – sono sempre stata una vigliacca, cosa credete? non lo fossi stata avrei bussato già da anni alla porta di Ravello Street e chiesto alla Cacciatrice se le serviva una mano, lo fa Xander Harris, forse che non lo potrei fare io? – e mi avvicino lentamente, parlando ancora più lentamente, come faccio quando mio padre ha bevuto tanto da vedere cose che non ci sono

-          Clem è buono, Spike. Clem è tuo amico. Lascialo andare adesso –

Mi chiedo se nel suo attuale stato di alienazione mentale il vampiro si lascerebbe scoraggiare da un po’ di mal di testa nel caso la mia vista gli mettesse appetito. Sarò più o meno appetitosa dei gatti che gli porta Clem?

Ormai sono a un passo, Clem sempre sdraiato per terra, Spike sempre seduto su di lui con le ginocchia strette in una presa d’acciaio, una mano attorno al naso del demone e l’altra sul collo per impedirgli di usare l’unica arma di difesa che ha. Ho sentito dire che la pazzia moltiplica le forze degli uomini, spero solo che non accada lo stesso ai vampiri perché Spike potrebbe strozzarmi con una mano mentre si accende una sigaretta con l’altra senza aver bisogno  di nessun aiuto da parte della sua pazzia. Più per scaramanzia che per altro, ho preso dalla borsa il mio pennellone per il fard, che ha un bel manico di legno appuntito, ma dubito che sarei capace di infilarlo nel cuore di Spike, anche perché sto tremando come una foglia, del resto non è che possa nemmeno lasciargli strapazzare in quel modo una delle poche creature in questo mondo che mi abbia dimostrato dell’affetto. Per fortuna il vampiro sembra prestare orecchio alle mie parole e ripete lentamente

-          Lascialo andare, adesso. – come se parlasse a qualcun altro.

Odio quando fanno così, quando parlano con sé stessi come se ci fossero diversi coinquilini dentro un corpo solo, mi fanno sentire come se fossi sciroccata anch’io.

 All’improvviso lascia la presa, si gira verso di me e io vedo i suoi occhi blu riempirsi di lacrime: sono affascinata, non ho mai visto un vampiro piangere, credevo che non avessero ghiandole lacrimali. Ad essere sincera, non ho mai capito che cosa i vampiri abbiano e non abbiano, questo qui ad esempio è sempre sembrato in tutto e per tutto una persona come me, solo più vecchio, più forte e magari anche più bello.

 Mentre le lacrime gli scivolano lentamente sulle guance smagrite scavandosi una stradina bianca tra lo sporco il mio primo pensiero, assolutamente fuori di luogo, lo ammetto, è che anche lurido come un topo e matto come un cavallo è sempre l’uomo più attraente con cui sono uscita, e probabilmente anche il più educato, il che la dice lunga sul modo di comportarsi dei George e dei Ronnie di questo mondo. Non che il vampiro sia stato educato “con” me, figuriamoci, ma lo capivo anch’io che aveva delle potenzialità in questo senso, che doveva essere  uno di quelli che ti aprono la portiera della macchina e ti regalano mazzi di fiori, e che se prendono fuoco le tende non scappano dalla porta della cucina senza neanche avvertirti come quella volta George alla festa di suo cugino. Tanto per fare un nome  a caso.

 Mentre Spike piange e mi fissa – e chissà cosa sta vedendo invece della mia faccia – Clem riesce a strisciare via senza che lui faccia più niente per trattenerlo, avendo perso interesse nel suo demoniaco amico come un bambino che si è improvvisamente stancato di un giocattolo; io resto ferma, mormoro “Su, su, non fare così.” e quasi quasi mi sto per commuovere anch’io quando il vampiro all’improvviso comincia a ruggire come una belva – una cosa tanto più spaventosa perché nel frattempo il suo volto resta  completamente umano – come una belva che sta soffrendo, che sta morendo anzi, e allora io faccio un balzo all’indietro tenendomi le mani sulle orecchie e sugli occhi perché non voglio più vederlo, non voglio più sentirlo, non voglio avere niente a che fare con i fantasmi o i mostri o qualsiasi altra cosa spaventosa che abita nella sua testa e grido a Clem:

- Andiamo via, Cristo, non c’è niente che possiamo fare adesso. -

Così ce ne andiamo lasciando il vampiro allo strazio della sua follia e alla ricrescita dei suoi capelli, Clem con le lacrime agli occhi non so se per il male che gli fa il naso o quello che stringe il suo cuore sensibile, io con un gusto amaro di rivalsa in bocca, perché anche se  a suo tempo ho augurato a Spike di andare all’inferno, non intendevo proprio alla lettera. Per quanto qui a Sunnydale sia sempre meglio fare attenzione alle parole che si usano.

Tre sere dopo, sono ancora a casa di mio padre e sto parlando al telefono – il mio cellulare perché mio padre si è dimenticato di nuovo di pagare la bolletta – con la mia amica Dolores che mi racconta di quello che è successo a scuola a suo fratello minore, Carlos, e mi sta dicendo che è una fortuna che finalmente il ragazzo si sia dato una regolata perché se il preside li fa  chiamare ancora una volta, é quella buona che suo marito Luis  butta fuori di casa Carlos una volta per tutte e il ragazzo se ne torna in Messico dalla nonna (l’avessi io una nonna in Messico, a quest’ora sarei là a mangiare tortillas e frijioles, ma non è quello che Dolores vuole sentirsi dire, perciò sto zitta) ed ecco che proprio mentre Dolores fa una pausa per prendere fiato suona il campanello della porta.

-          Scusami, Dolly, ma adesso devo proprio andare, c’è qualcuno alla porta, probabilmente un altro dei creditori di papà. –

Stasera mio padre sembra meno sbronzo del solito, infatti invece di svenire lungo disteso sul pavimento si è messo a russare sulla poltrona con il giornale sulle ginocchia come un qualsiasi bravo papà rispettabile, e quasi quasi mi dispiacerebbe lasciarlo in pasto a qualcuno a cui deve dei soldi da così tanto tempo che è persino disposto ad avventurarsi nelle strade buie di Sunnydale per venirlo a cercare a casa.

Do un’occhiata al bell’addormentato mentre passo davanti alla porta del salotto e noto con piacere che il mio vecchio deve aver dato una ripulita alla stanza – o magari convinto la nostra caritatevole vicina a farlo al posto suo per guadagnarsi un posto in Paradiso – e che riesce perfino ad alzare una palpebra di qualche millimetro, segno che il campanello l’ha sentito.

-          Lascia stare, papà, vado io –

gli dico magnanima intanto che mi viene in mente che magari, non si sa mai, la polizia ha trovato la macchina che mi hanno rubato a Pasqua, per quanto la nostra forza pubblica vada più famosa per le cose che riesce a non vedere che per quelle che è capace di trovare.

Sono così sorpresa di vedere attraverso il vetro Spike che aspetta sul gradino con quella tipica aria da martire che mette su ogni volta che è costretto a passare qualche nanosecondo in attesa che faccio istintivamente un balzo all’indietro ed emetto un imbarazzante gridolino di paura.

Sapete che cosa c’è di bello nei vampiri? Che diversamente da rapinatori, stupratori o maniaci omicidi, non importa che siano pazzi o non pazzi, col chip o senza, che siano appena strisciati fuori dalla tomba o che siano in circolazione da centinaia d’anni, i vampiri non possono entrare in casa a meno che non siano stati invitati. E nessuno è così stupido da invitare un vampiro in casa, non è vero? Io no di sicuro.

  Perciò Spike può restare sul gradino di casa mia fino all’alba ed è inutile che mi guardi con quell’espressione di dignità offesa nei suoi occhioni blu, perché tanto io non mi commuovo e lì lo lascio.

-          Dai, tesoro, tanto lo so che sei lì. – mi dice col naso appoggiato al vetro

-          E allora? – rispondo io aprendo la porta così in fretta che non fosse per l’invisibile barriera mistica lui mi cadrebbe addosso – Tanto non ti invito certo ad entrare.

-          Non voglio entrare. – mi risponde col suo sorriso, quello che se potesse brevettarlo

diventerebbe il vampiro più ricco del mondo nel giro di qualche settimana – Ma ho bisogno di te. Professionalmente. – chiarisce come se potesse anche solo venirmi in mente il contrario.

-          Ci puoi giurare che hai bisogno di me – rispondo io, impietosa ma obiettiva – Hai i capelli che sono conciati da fare schifo. –

-          Lo so, amore. – ammette lui e non sembra per niente pazzo – E’ per quello che ho bisogno delle tue mani da fata.

-          L’altro giorno volevi strappare il naso a Clem perché aveva avuto la stessa identica idea. –

gli ricordo, mentre la mia mente calcola in automatico l’esatta combinazione di tintura che servirebbe per farlo passare da quel castano sbiadito da intellettuale alternativo al biondo platino da divo rock.

-          Lo sai come vanno le cose in questa città, Tarantula: succedono cose strane là sotto. C’era della gente morta che era entrata nella mia testa. -

-          Tu fai parte della gente morta. –

-          Quelli erano più morti di me –

mi dice e non faccio fatica a credergli, perché era esattamente quello che secondo Dolores sosteneva quel cacciaballe di suo fratello Carlos, cioè che nei sotterranei della scuola c’era della gente morta che lo aveva aggredito. Solo che Dolores era incline a pensare che fosse un problema di droga più che di zombie. Come se una cosa escludesse l’altra.

-          Senti, dobbiamo stare qui molto? I  vicini si chiederanno chi sono e che cosa voglio. – mi sussurra come se io fossi Doris Day in una qualche commedia anni ’60. Quando sussurra in questo modo il suo accento inglese è sexy in modo addirittura ridicolo, ma io non ci casco.

-          Visto che quello che vuoi è taglio e tinta – dico brusca - hai intenzione di pagare almeno i materiali?

-          Ma certo – replica in tono offeso, come se non mi avesse scroccato più di una birra con la scusa di avermi salvato la vita. – Ti pagherei anche per il tuo disturbo, tesoro, ma  potresti farlo in nome dei vecchi tempi. E poi…

-          … sei al verde.

-          Già, come hai fatto a capirlo?

Come ho fatto a capirlo? Facile: perché tutti gli uomini che frequento o non hanno il becco di un quattrino o sono dei ladri o sono dei veri figli di puttana. Spesso tutte e tre queste cose insieme. .

-          Aspettami, prendo della roba e andiamo nel garage. – gli intimo.

Non mi chiede ancora di entrare e un po’ persino mi dispiace, in questa casa perfino la visita di un vampiro servirebbe ad alzare la media, quanto meno la visita di un vampiro carino come questo. Nel garage, ora che a papà hanno ritirato la patente e a me hanno rubato la macchina, ho messo un paio di sedie e ho sistemato un lavatesta attaccato al tubo dell’acqua per annaffiare; per le altre clienti scaldo l’acqua usando un fornellino da campo, ma non credo che lo farò per Spike, tanto i vampiri non sentono il freddo. Ci sono anche una radio, una lampada d’officina e tutto quello che mi serve per lavorare comoda e tranquilla: certo non è il salone di Monsieur Alexandre con i suoi marmi rosa e i suoi cristalli fumè, ma è pulito e arieggiato e soprattutto mio padre non ci mette mai piede. Non ci potrei pagare un affitto ma almeno non resterò completamente al verde intanto che non ho un posto di lavoro vero e proprio.

-          Arredo minimalista – osserva Spike dopo essersi guardato attorno – Mi siedo là?

-          Su quella sedia. Questo è quello che passa il convento, tesoro – replico io facendogli il verso – perciò se non ti piace…

-          No, no. Va benissimo. –

si affretta a replicare e mi fa persino un mezzo sorriso di scusa. Giuro, mai visto un uomo così attaccato ai suoi capelli. Mentre lavoro, chiude gli occhi e ascolta la musica alla radio, battendo il ritmo con la mano sul bracciolo della sedia; strano che non faccia storie per il tipo di musica che danno, non abbiamo esattamente gli stessi gusti in fatto di gruppi: i suoi sono così… antiquati, ma non è strano che lo siano, non è vero?

La sua testa è fredda ma non gelida come quella di un morto, la pelle del suo collo liscia e compatta come un pezzo di sapone, anche se immagino che il paragone corretto in questo caso sarebbe alabastro, e quando gli dico di stare fermo smette anche di respirare, cosa che non ho mai capito esattamente perché si ostini a fare comunque visto che non ne ha bisogno.

Non è la prima volta che gli faccio la tinta, l’ho già fatto l’anno scorso, ma è la prima volta che lo faccio senza avere nessuna aspettativa, se capite quello che intendo, e perciò mentre giro attorno al suo orecchio stando attenta a non sbavare, l'idea che qualche mese fa ho fatto delle cose con la mia lingua su questo stesso lobo mi fa sorridere.

- Dove sei stato?

- Quando?

- Quest'estate: non eri a Sunnydale.

- Nemmeno tu. Dove sei stata?

- Houston. E tu dov'eri?

- Africa. Perchè Houston?

- Lavoro. E tu perchè Africa?

- Perchè la gente viaggia? Per viaggiare.

- Uhm. Sabbia, sole, gente malnutrita: che ci facevi in Africa, Spike? E poi Africa dove, Egitto, Sudafrica o cosa, quella dei cavalieri, Malta?

- Per amor del cielo, Tarantula, l'isola di Malta è in Europa.

- Girati un po' verso destra, per favore, ecco, sì, così. Credo di aver letto un libro sui cavalieri di Malta. E' un'isola piccola.

- Capitale La Valletta. - completa lui come se ci tenesse a colmare le mie lacune in geografia o forse vuole solo sviare il discorso dallo scopo del suo viaggio. Non è che possa alzarsi ed andarsene con la tinta su mezza testa sì e su mezza testa no.

- Se lo dici tu. Li faccio del solito colore, naturalmente.

- No, li fai blu come quelli della Fata Turchina. Certo che li fai del solito colore, donna, che domande mi fai?

Ridacchio fra me e me spalmando la tinta ciocca per ciocca pensando come starebbe con i capelli blu, a parte che probabilmente starebbe benissimo perché farebbero pendant con gli occhi, però questa cosa del suo viaggio in Africa continua ad incuriosirmi. Tanto più perché evidentemente non ne vuole parlare e questo è veramente strano, perché se c'è una cosa che a Spike piace - a parte il sangue tagliato con l'whisky, le corse in moto e quella sua Cacciatrice formato mignon - è proprio quella di sentire il suono della sua bella voce mentre esprime le sue opinioni sui fatti degli altri in modo tanto colorito quanto scortese. E proprio mentre sto pensando che a lui invece  non frega un accidente di che cosa ho fatto ad Houston - non che mi aspettassi il contrario, s'intende - sento una domanda che a tutta prima non riesco nemmeno a capire da dove provenga:

- Perchè sei tornata a Sunnydale, Tarantula?

D'istinto mi volto a cercare chi abbia parlato, primo perché il grande vampiro centenario se ne fa un baffo di quello che succede alle povere parrucchiere di Sunnydale, secondo perché non sembra esattamente la voce di Spike, cioè sembra la voce di Spike dopo che si è sgonfiato di un bel po', se capite quello che intendo, o magari era la voce che aveva prima di diventare una creatura della notte che si nutre di sangue. Ma lui si gira un po' a guardarmi - ce l'ho uno specchio ma ovviamente non mi serve a niente con questo tipo di clienti - e così facendo il colore gli cola lungo il collo e finisce sull'asciugamano che gli ho messo sulle spalle per proteggere la sua maglia nera da incidenti e mi ripete la domanda guardandomi in modo incerto:

- Allora? Perchè sei tornata in questo cazzo di posto? Che ti è successo a Houston?

E con questo siamo demoni due e umani zero, almeno per quanto riguarda l'interessarsi ai guai del prossimo ove questo prossimo si chiami Taylor Peters, che poi sarei io così come risulta dal mio numero di tessera sociale.

- Quello stronzo di mio cugino mi è saltato addosso mentre mia zia era andata in Chiesa. Ecco quello che è successo. -

- E tua zia...

Scrollo le spalle.

- ... non ha creduto alla tua versione dei fatti. - completa lui stringendo un po' gli occhi e inclinando la testa da un lato in un gesto che gli è tipico. Sono sorpresa perché non lo facevo così intuitivo, no, non è esatto, intuito ce l'ha sempre avuto, è il fatto che sappia così bene da che parte si schierano le vecchie bigotte quando hanno per figlio un porco debosciato che mi lascia di stucco.

- Già. Come hai fatto ad indovinare? Sta fermo, ti è entrato il decolorante nell'orecchio, adesso lo tolgo con l'asciugamano.

- La classica storia della parente pov... - si ferma e  mi fa segno di stare zitta. Adesso  mi aspetterei che si sdraiasse per terra con l'orecchio incollato al pavimento, invece si alza dalla sedia e si sposta verso la saracinesca del garage, che ho lasciato mezza alzata per fare entrare un po' di aria fresca, non che a "lui" il caldo darebbe fastidio ma io sono già un bagno di sudore e oltretutto devo usare i guanti per maneggiare i prodotti. Si è armato della vanga che è ancora appesa al muro dai tempi remoti in cui papà si dedicava  al giardinaggio e ora si è accovacciato nell'ombra e scruta verso l'oscurità del cortile rimanendo assolutamente immobile e non fosse per l'asciugamano rosa ricamato a fiorellini blu  che porta avvolto attorno al collo e le ciocche di capelli intrise di decolorante che stanno in piedi come gli aculei di un istrice sembrerebbe proprio una letale minaccia.  Mi lascio prendere da una passeggera preoccupazione per il mio vecchio addormentato in salotto mentre la porta di casa non è nemmeno chiusa a chiave prima di ricordare  che almeno metà dei guai in cui attualmente mi trovo è colpa del vecchio ubriacone e che se proprio devo preoccuparmi per qualcuno posso sempre preoccuparmi per me stessa. Così mi sfilo i guanti e resto ferma dove sono nella convinzione che chiunque sia là fuori e qualunque cosa voglia non c'è proprio bisogno di rendergli il lavoro più facile emettendo stupidi e riconoscibili rumori umani. La prima cosa che sento è un rumore di legno che si spacca lentamente, come se una bestia troppo grossa fosse salita sul ramo dell'albero dei vicini, e subito dopo un paio di tonfi come se qualcosa  fosse precipitato dal suddetto ramo sul soffice terreno. Ho appena il tempo di ricordare che i vicini hanno un cane - un grosso dobermann di tredici anni di cui avevo una paura dell'accidente quand'ero ragazzina – e di chiedermi perché diavolo non stia facendo il suo lavoro di cane da guardia prima di sentire una serie di cupi grugniti d'incerta origine intervallati da pietosi guaiti che potrebbero effettivamente provenire da un cane, anche se faccio fatica a credere che il vecchio feroce Siegfrid possa suonare così patetico. Prima che mi renda conto di che cosa stia succedendo, il mio cliente  è già uscito dal mio estemporaneo salone armato di  vanga e di asciugamano a fiorellini senza dire una parola, senza fare rumore e senza lasciare mance. Molto meno silenziosa ma in compenso molto più lenta, arranco in punta di piedi fino all'uscita del garage e sbircio alla fioca luce della vecchia lampada da giardino dei vicini. Si direbbe che il dobermann Siegfrid sia andato a seppellire l'ultimo osso nei giardini dell'eternità, perché ha smesso di guaire e ora giace con le zampe all'aria subito al di qua della recinzione con i vicini, mentre una pozza umida si sta allargando sull'erba rinsecchita dell'area incolta che io e papà chiamiamo il nostro prato più per abitudine che per convinzione. A prima vista il responsabile del canicidio potrebbe essere quella creatura grossa e pelosa che ha afferrato Spike per la gola con le sue zampacce e lo sta sbatacchiando di qui e di là come se fosse un cespo d'insalata da scolare; ma nel frattempo il mio vampiro non demorde e continua a tirare calci al suo avversario nelle parti molli o che potrebbero esserlo e a menargli sul testone oblungo colpi di vanga che risuonano tutt'attorno con un cupo clang clang. Anche se non credo che se Spike potesse parlare chiederebbe il mio aiuto quanto piuttosto  imprecherebbe come un carrettiere perché non dev'essere piacevole venir sbattuto ripetutamente in quel modo contro i montanti di cemento della palizzata, mi pongo il problema di fare qualcosa per preservare il suo collo e il mio asciugamano: è vero infatti che se anche spezzi l'osso del collo a un vampiro quello non muore finché non riesci a separare la testa dal corpo, ma è anche vero che è assai probabile che svenga e io non ho la minima voglia di restare a tu per tu con questa cosa che se fosse un po' più piccolo potrebbe forse essere un lupo mannaro enorme.

 Il nostro tubo da innaffiare è così impolverato per il poco uso che si fa fatica a capire dove comincia il tubo e dove finisce l'arrotolatore, ma io so che è ancora collegato al rubinetto perché la settimana scorsa mi ha gocciolato sulle scarpe mentre cercavo di sbloccare la saracinesca, così allungo una mano ad aprire il rubinetto fino in fondo e con l'altra afferro l'estremità del tubo e lo srotolo più in fretta che posso come se stesse andando a fuoco la casa e intanto che litigo con le annose spire di quel serpente di plastica lo sento gonfiarsi sotto le mie dita così che quando finalmente  riesco a sollevarlo l'acqua sta già uscendo con un bel fiotto generoso e io sono anche abbastanza brava da centrare il mostro in faccia o quello che è al primo tentativo, sebbene mi tremino le mani per la paura di fare un pasticcio e di innaffiare invece i capelli in lavorazione di Spike perché non solo non servirebbe a niente ma rovinerebbe tutto il mio lavoro. E' vero: non sto pensando chiaramente, perché se questo tipaccio tramortisce Spike io rischio di fare la stessa fine di Siegfrid e a quel punto il mio orgoglio professionale sarebbe al riparo da ogni offesa per sempre, ma che vi devo dire, avere nel mio giardino un vampiro e un enorme mostro peloso che cercano di ammazzarsi a vicenda mentre il cane dei miei vicini muore dissanguato sul mio prato ha evidentemente appannato le mie capacità di ragionamento.

 In ogni caso l'effetto della mia estemporanea azione di disturbo va oltre ogni rosea aspettativa perché emettendo un lamento che sembra quello di King Kong quando gli sparano sull'Empire State Building il mostro molla la presa e lascia cadere Spike sull'erba, anzi a dire la verità sul corpo del povero Siegfrid che assorbe la caduta come un materassino di gomma facendo un orribile suono da palloncino sgonfiato.

- Brava - trova il tempo di dirmi Spike con voce arrochita dai maltrattamenti subiti dalla sua gola intanto che si rialza e si ributta alla carica con rinnovato ardore, e io mi sento molto orgogliosa di quello che ho fatto perché ho passato tutta la vita a Sunnydale ed è la prima volta che torco un capello a qualcuno. Almeno in senso figurato perché  a rigor di termini ho passato un mucchio di tempo ad attorcigliare capelli a una grande varietà di soggetti.

Ora il mostro si sta arrampicando sulla palizzata nell'ovvio tentativo di andarsene per la stessa strada per la quale è presumibilmente arrivato e che il dobermann ha inutilmente difeso a prezzo della vita ma Spike lo tira giù e gli dà addosso vangate su vangate finché non si muove più.

- E' morto? - chiedo senza avvicinarmi troppo.

- Certo - risponde Spike che si è inginocchiato di fianco a Siegfrid – Gli ha spezzato l'osso del collo buttandolo giù dalla palizzata. Era il tuo cane?

- No, era il cane dei vicini, aveva questa fissazione che niente e nessuno potesse passare sul suo terreno senza lasciargli un pezzetto di carne per ricordo.

-  Non ti piacciono i cani - mi rimprovera Spike.

- Non ti facevo così amante degli animali: è solo perché sei inglese o è perché porti il nome di un cane anche tu?  - ribatto - Dicevo se è morta quella... cosa là.

-  Non ci scommetterei: questi demoni mannari rispuntano quando meno te lo aspetti.

- Un che? Un demone mannaro? Ma non è mica luna piena.

- Non è luna piena qui.  Nel posto da cui viene lui non si sa - spiega Spike e si sposta verso il corpo del suo avversario, che giace scomposto a pancia all'aria, col pelo tutto arruffato e i quattro arti, tutti più o meno della stessa lunghezza e tutti muniti di strani zamponi che finiscono con cinque grossi artigli violacei, spalancati.

Mi accorgo di tenere ancora in mano il tubo dell'acqua e di stare allagando il giardino e mi affretto a chiudere il rubinetto prima di raggiungerlo.

- Se fosse morto non dovrebbe tornare nella sua forma umana, insomma, nella sua forma normale? - chiedo osservando il muso affollato di pelo fra cui si distinguono a malapena le palpebre, chiuse e prive di ciglia, un naso a palla dalle narici allungate e delle piccole orecchie frastagliate che sembrano attaccate nel posto sbagliato.

- Forse.  Ma come cazzo è  la sua forma normale? - dice Spike pensieroso e quando si accorge di come lo sto guardando aggiunge - Non lo so, va bene? Scusa tanto se non sono un trattato ambulante di demonologia.

- E allora come fai a sapere che è un demone mannaro?

- Che cosa succede, Taylor?

Mi volto e vedo mio padre, in ciabatte, pantaloni del pigiama e canottiera, inoltrarsi sul terreno fradicio

- E perché è tutto bagnato? - aggiunge guardandosi sconcertato le ciabatte infangate. Fa schifo, ma sembra sobrio.

- Niente, papà, torna in casa.

- Chi è quest'uomo? E che cosa sono quelle cose? - insiste mio padre indicando i corpi a terra. Resto un attimo spiazzata non tanto perché non so cosa rispondere quanto perché non riesco a ricordare quanto tempo è passato dall'ultima volta in cui mi ha rivolto tre, no, quattro domande di seguito.  Spike ne approfitta per interloquire:

- Buona sera, signore, lei è il padre di Tar..., di Taylor, immagino. Mi stavo facendo tagliare i capelli da sua figlia quando c'è stato un po' di trambusto. Ora però è tutto a posto.

Visto? Lo sapevo che c'era del potenziale in lui: questa è stoffa da perfetto fidanzato, e non dico solo per le parole in sé e per sé, dovreste sentire come ha parlato, mi ha fatto venire in mente l'ex bibliotecario dell'ex liceo, quel signor Giles così carino e così misterioso.

Mio padre ci casca vestito e calzato, si fa per dire perché in realtà non è né l'uno né l'altro, e gli si rivolge come se fosse San Giorgio dopo che ha sconfitto il drago.

- Succedono certe cose in questa città... Un padre si preoccupa.

Ipocrita bugiardo, quando mai si è preoccupato il vecchio ubriacone?

- Ma certo - rincara la dose il nostro vampiro gentiluomo non meno ipocrita e non meno bugiardo di lui - E' Sunnydale, dopotutto. - e intanto si sposta di lato per coprire la vista del demone mannaro.

- Quello è il cane dei vicini, Manfred. - dice mio padre indicando il corpo del dobermann col dito e facendo una certa confusione  tra nomi tedeschi - Che cosa gli è successo?

- E' caduto sul campo - dico io - Era un bravo cane.

- Difendendoci da un grosso randagio rinselvatichito - rincara la dose Spike. Come pensi di far passare un demone peloso di due metri per un cane randagio va al di là della mia immaginazione.

- Era una bestia stupida e sanguinaria - obietta mio padre e quasi quasi potrei ricominciare a volergli bene - E tu l'hai sempre odiato a morte, Taylor. Come minimo i Bruebacker penseranno che sei stata tu.

- Non credo che i Bruebacker siano in casa, oppure sarebbero venuti a vedere che cosa sta succedendo.

- Non c'è bisogno che sappiano i particolari di questa... disgrazia, porterò la povera bestia sull'altro lato del giardino - si offre Spike con perfetta urbanità. Se li lascio fare mio padre lo inviterà in casa per offrirgli una tazza di tè o un bicchere di limonata ed è vero che io sono tanto tanto riconoscente a Spike; ma non così riconoscente da invitare un vampiro a casa mia.

- I tuoi capelli! - dico allora - Temo di aver lasciato il decolorante troppo a lungo. Accidenti, accidenti, accidenti. Dobbiamo proprio andare.

Ma naturalmente per il momento non possiamo proprio andare da nessuna parte perché se io e Spike ci spostassimo mio padre vedrebbe chiaramente questa grossa cosa pericolosa che giace sul nostro prato e dovrebbe ammettere di non esserne affatto sorpreso, cosa che non farebbe mai nemmeno da ubriaco figuriamoci in uno dei suoi rari momenti di sobrietà; così restiamo lì a guardarci l'un l'altro come tre tipici cittadini di Sunnydale alle prese con fatti che preferiscono far finta che non siano mai accaduti finché mio padre grazie forse alla percentuale insolitamente bassa di alcool nel suo sangue capisce l'antifona tutto da solo, borbotta:

- Allora ti lascio al tuo lavoro, Taylor. Buona sera - e rientra in casa trascinando le sue ciabatte infangate.

- Muoviti, vediamo che cosa si può fare per i tuoi capelli - sollecito Spike spingendolo verso il garage, mentre lui ragionevolmente obietta che non possiamo lasciare il demone lì dov'è, casomai non fosse morto, dimostrando con mia grande sorpresa di essere più interessato al rischio di morte prematura del vicinato che a quello di decolorazione eccessiva delle sue radici. Troviamo un rotolo di corda in garage e Spike vi trascina il corpo del demone mannaro, che  è svenuto ma ancora vivo, procedendo poi a legarlo come un salame con un'abilità che non voglio nemmeno pensare quando e dove e perché abbia acquisito. A dir la verità io vorrei anche vedere se inchiodandolo al terreno con il rastrello il demone sopravviverebbe ancora ma il mio cliente si rifiuta di darmi man forte in questa bisogna, e siccome il cliente ha sempre ragione - in particolare quando è un vampiro di centoventi anni - non mi resta che inchinarmi alle sue preferenze.

Il resto della serata trascorre operoso e tranquillo, nel senso che io opero e gli altri due se ne stanno zitti e buoni ovvero uno buono e l'altro privo di  conoscenza  mentre tolgo il decolorante e stendo la tinta. E' mentre io e Spike aspettiamo che la tinta faccia effetto, subito dopo che gli ho spiegato che i suoi capelli potrebbero risultare un po' più gialli del dovuto e che per tutta risposta lui ha cercato senza risultato di scroccarmi una birra - quest'uomo è il più perseverante scroccatore di birre che io conosca e, credetemi, questo vuol dire qualcosa  - che il nostro silenzioso e involontario ospite comincia a starnutire. La prima volta starnutisce così rumorosamente che per poco non mi viene un accidente e  mi stringo istintivamente a Spike come un bimbo spaventato dal temporale alla sua mamma, mentre da parte sua lui si ritrae come una fanciulla a cui venissero fatte delle indesiderate avances; a questo punto siamo così imbarazzati dal nostro reciproco inopportuno comportamento che accogliamo con sollievo anche il diversivo di un demone colto da un violento accesso di starnuti. Il nostro involontario ospite starnutisce a più non posso per quasi cinque minuti mentre il naso a palla assume una colorazione violacea e uno spesso muco grigiastro gli cola dall'unica narice come fosse lava dalla bocca di un vulcano. E sì, fa schifo esattamente come sembra a sentirlo descrivere.

- Che schifo - borbotta infatti Spike mentre cerca allo stesso tempo di tenersi fuori tiro e di slegare il demone, che tra uno starnuto e l'altro ci guarda in modo discretamente implorante con occhi lacrimosi, verdi e dotati di una strana pupilla oblunga - Possibile che in questa città non ci si possa nemmeno fare i capelli in pace?

A chi lo dice.

- Perché lo sleghi?

-  Così almeno si pulisce il naso. Strano che abbia preso freddo con questo look da yeti che si ritrova.

- Più facile che sia un'allergia.- obietto io. Certe volte questi non-morti dimostrano proprio tutti gli anni che hanno: non credo infatti che al tempo in cui Spike era vivo ci fossero tante allergie. In compenso bastava trascurare  un raffreddore e potevi persino beccarti una polmonite e finire col rimetterci le penne. Il nostro amico peloso qui però, mi spiace dirlo, ma sembra che non toglierà il disturbo così facilmente, perché non appena Spike ha finito di slegarlo alza una delle sue zampone a pulirsi vigorosamente il naso in modo efficace anche se molto poco elegante.

- Non ha più gli artigli - noto io - Prima aveva venti centimetri di artigli su tutte e quattro le zampe.

- Sarà calata la luna - dice Spike - O quello che è. Ha anche cambiato colore.

In effetti se prima aveva pelle e pelo di un uniforme bianco sporco adesso tra un pelo chiaro e l'altro si intravede un luccicante verde-blu di base: a dir la verità è anche peggio di prima, perché ora sembra un gigantesco pupazzo di plastica coperto di pelo sporco e col naso che cola.

           - Credi che questo colorito bluastro sia... normale?

           - Smettete.. etciù... di parlare di me... etciù... come se non avessi ancora... etciù... ripreso conoscenza! - ci dice il demone a questo punto senza smettere di starnutire. Ha una voce baritonale e ben impostata che sarebbe più adatta a un candidato in campagna elettorale che a un demone mannaro di due metri.

           - Finito con la tua missione di distruzione e terrore? - gli chiede Spike con un tono più amichevole di quello che mi sarei aspettata dopo che si è preso tutti quei colpi in testa. E’ anche vero che anche se tutti i vampiri hanno  la testa dura ce ne sono certi che l’hanno più dura degli altri. Nel frattempo io sono riuscita a trovare un pacchetto di fazzoletti di carta nella tasca del grembiule e li offro al mostro che li afferra e mi ringrazia educatamente prima di rispondere.

           - Mi dispiace... etciù... non ricordo niente... etciù... di quello che faccio quando... etciù... mi trasformo. Non avrò mica... etciù... ammazzato qualcuno?

           - Il cane dei miei vicini - lo informo io, ma come vedo la sua espressione mi affretto ad aggiungere:

           - Era cattivo. Faceva paura ai bambini.

           - E' terribile - commenta il demone e si asciuga gli occhi con un fazzoletto di carta

           - Era anche vecchio, anzi sarebbe presto morto di vecchiaia - rincaro io.

           - Dove sono? 

           - A Sunnydale.

Il demone starnutisce e ci guarda come se fossimo due deficienti.

           - A casa mia - rettifico io - Anzi nel mio garage.

Altra raffica di starnuti e altro sguardo di compatimento.

           - Lo vedo, grazie. Perché lui ha quella roba sui capelli?

           - Glieli sto tingendo. Ed è fortunato che ha la testa dura, perché altrimenti a quest'ora tutto quello che potrei tingergli sarebbe il cervello.

           - Mi spiace tanto, anche se credo proprio che tu sia un vampiro.  Ma hai uno strano odore per essere un vampiro.

Io non sento niente, ma non c'è da meravigliarsi visto che probabilmente sono quella della comitiva che ha il naso peggiore.

           - E' la tinta - dice Spike in fretta - Perché starnutisci, Eolo?

           - Non lo so, mi succede sempre quando smetto di essere... sì, insomma, mannaro, come dite voi. Adesso finisce.

Quindi c'è un voi - umana di un metro e sessantacinque scarsi  e vampiro sul metro e settantacinque -e un noi, demoni alti due metri con la pelle blu e la pelliccia bianco sporco ai quali capita di diventare mannari e di sviluppare artigli violacei lunghi venti centimetri. Del resto la gran parte dei demoni tende a snobbare i vampiri vedendoli come un compromesso poco riuscito tra uomo e demone e non sembra trovare rilevante la circostanza che quando metti insieme umani e vampiri i primi tendano a fare una brutta fine. Graziosi vampiri mezzi matti resi inoffensivi da un dispositivo elettronico a parte. E che ora rischiano anche di restare con i capelli mezzo arancioni, se non ci spicciamo a togliere il decolorante.

           - Sentite, gente, io mi chiamo Sassassa - dice il demone - siete stati proprio gentili a non uccidermi. Del resto - aggiunge guardando Spike in modo significativo - io sono terribilmente indigesto. Non vi dispiace se resto seduto qui ancora un po' prima di andare a casa e cercare di capire che cosa è successo? Ho bisogno di una mezz'oretta per riprendermi. E' lontana la stazione da qui?

           - Non tanto, ma non ci sono treni a quest'ora.

           - Abito vicino alla stazione, in una bella caverna asciutta,  pulita e molto ventilata - dice Sassassa guardandosi attorno come se il mio garage invece fosse umido, sporco e soffocante, cosa quest'ultima niente affatto lontana dalla verità - Dove dovrei trovarmi tuttora con un bel collare imbottito e una robusta catena fissata alla parete, casomai il sonnifero avesse finito di fare effetto.

           - Molto prudente e molto rispettoso dell'incolumità del vicinato - dice Spike assentendo gravemente col capo -  Però i tuoi guardiani devono essere usciti a farsi un goccio.

           - No, no - nega il demone recisamente - Mio cugino sa quello che fa, e io dormivo già quando se ne è andato.

           - Non puoi esserti liberato da solo? - ipotizzo io.

           - Oppure qualcuno ha voluto sguinzagliare per Sunnydale una belva sanguinaria. - dice Spike e siccome Sassassa l'ha  guardato un po' male aggiunge:

             - Sia detto senza offesa, amico. Possiamo andare avanti con i miei capelli adesso, tesoro? L’alba mi  rovina la pelle.

Mentre tolgo la tinta, faccio lo shampoo e taglio via tutta quell'adorabile abbondanza di riccioli che Spike aborre come l’acqua santa, Sassassa ci racconta con un certo imbarazzo come è diventato mannaro. E' una storia che coinvolge una demonessa molto affascinante con una certa tendenza a mordicchiare durante i momenti di intimità e con una memoria così breve da impedirle di avvertire i suoi occasionali amanti del suo piccolo problema personale. Il risultato sembrerebbe un drappello di grossi demoni mannari bianchi nel mondo natale di Sassassa, che è emigrato qui da noi per non mettere in imbarazzo la sua famiglia.

Sunnydale, ricettacolo dei demoni reietti di questo e degli altri mondi.

Sarà perché ultimamente mi sento molto reietta anch'io, ma quasi mi viene da piangere quando il nostro demone ci racconta di come ha dovuto lasciare la sua casa natale di nascosto  prima che gli anziani della tribù venissero a fare giustizia sommaria. Quando Sassassa arriva al punto in cui sua madre pronuncia strazianti parole di commiato porgendogli il cestino da viaggio ricolmo di nidi di scarafaggi amorevolmente preparati con le sue stesse mani persino Spike si agita a disagio sulla sedia, mettendo a grave repentaglio i perfetti lobi delle sue orecchie, dato che proprio in quel momento io sto lavorando di forbici  di buzzo buono e non ci vedo nemmeno tanto bene perché sto ricacciando indietro le lacrime; ma potrebbe anche essere perché non gli piacciono gli scarafaggi, che poi in effetti non piacciono a nessuno in questo mondo tranne  a quanto mi hanno riferito al defunto Sindaco Wilkins. E anche in quel caso non si può dire che il Sindaco appartenesse proprio a questo mondo, non è vero?

Il primo ad andarsene è Sassassa, non prima di essersi ripetutamente scusato per l'incomodo arrecato ed essersi  congratulato con me per aver usato così tempestivamente l'unica arma efficace verso i demoni mannari, cioè l'acqua corrente.  A dir la verità io credevo che servisse solo per tenere a bada i cani idrofobi ma non lo dico perché mi piace che il nostro visitatore sia convinto che sono una tipa tosta e ben informata sul mondo demoniaco.  Ormai io ho quasi finito con Spike, che dopo aver chiacchierato a sprazzi  di questo e di quello per tutta la sera in ultimo è diventato  taciturno in modo così poco caratteristico da farmi temere un nuovo incontrollabile exploit alla Qualcuno volò sul nido del cuculo,  tanto più quando mi dà i soldi che mi deve senza nemmeno che io abbia bisogno di chiederglieli.  Nonostante tutto  prima di andare via si carica i resti del povero Siegfrid in spalla, perché evidentemente intende mantenere la promessa che ha fatto a mio padre e portare il cane morto davanti alla porta di casa dei suoi padroni. Da parte mia sono sicura che i Bruebacker, da esemplari cittadini di Sunnydale, non metteranno in dubbio per un momento che Siegfrid sia morto di morte naturale.

Riordino e rientro in casa in punta di piedi, perché sono stanca e non ho voglia di rispondere alle domande di mio padre, si sa mai sia ancora sveglio e ancora sobrio e ancora desideroso di sapere chi viene a farsi tagliare i capelli da sua figlia. Ma potevo anche fare a meno di preoccuparmi, perché il vecchio è seduto al tavolo da cucina, con la testa sopra il  tavolo e una bottiglia di vodka vuota sotto il tavolo, come se avesse voluto recuperare alla grande  quei pochi momenti di sobrietà. E io sono così cretina che mi dispiace, e quando sono nel mio letto, nella mia cameretta da bambina,  davanti alla fotografia di me e di Gladys a otto anni al luna park con i palloncini in mano che è sempre stata sul mio comodino, ecco che comincio a piangere senza nemmeno sapere io di preciso perché.

Quella notte, per la prima volta dopo molto tempo, sogno mia madre. Porta lo stesso vestito bianco a fiori che portava alla festa della mia scuola -  l’ultima festa alla quale intervenne, portando anche una torta fatta da lei, che era buonissima anche se un po’ storta da una parte – e ha al collo la collana di granati che le aveva regalato papà per il primo anniversario di nozze, prima che io nascessi, e che si è portata a Detroit mentre la catenina e la fede sono rimaste nel primo cassetto del comò in camera di papà. Mi guarda dolcemente come se fossi ancora una bambina di dieci anni e mi dice che presto verrà a trovarmi. Nel sogno io alzo le spalle e le rispondo che può anche risparmiarsi il viaggio, che poi è esattamente quello che le direi anche nella vita reale se mi proponesse la stessa cosa al telefono.  Se solo non fosse che sono tre mesi che non mi telefona.

 

 

CAP. 2 – LA VENDETTA MANGIA PIATTI FREDDI

 

“You would seem so frail
In the cold of the night
When the armies of emotion
Go out to fight.
But while the earth sinks to its grave
You sail to the sky
On the crest of a wave.”

‘Cello Song  di  Nick Drake

 

 

DISCLAIMER E RINGRAZIAMENTI: in testa al primo capitolo.

 

 

Il secondo capitolo si svolge tra Help e Selfless e non contiene spoiler..

 

 

Fra i molti misteri di Sunnydale, come si formi l’inesauribile riserva di gente imprudente o disinformata da cui proviene la sempre folta clientela del Bronze è forse il meglio custodito.

 E’ vero che il nostro vampiro medio è così rognoso e insofferente che qui le gang di vampiri hanno  vita breve, e che di solito i loro membri finiscono per farsi fuori tra loro prima ancora di aver ultimato la scorreria inaugurale; perciò l’eventualità che i clienti del Bronze vengano sequestrati da una mezza dozzina di soggetti desiderosi di ingozzarsi del loro sangue fino al mattino è in realtà abbastanza remota. E’ successo, non dico di no, ma così come per la strage sul treno della notte si è trattato di casi isolati e come tali non sufficienti a scoraggiare i frequentatori del locale.

 Io ad ogni buon conto non metto piede al Bronze – e a dir la verità non metto piede fuori di casa dopo il calar del sole – se non ho con me la grossa croce d’oro che mi ha regalato papà quando ho compiuto dodici anni, l’unico regalo di qualche valore che il vecchio mi abbia mai fatto.

E di solito non vengo nemmeno al Bronze da sola come una disgraziata in cerca di una compagnia maschile qualsiasi purché con battito cardiaco, ma questa sera quella demonessa ammuffita della mia nuova padrona – e quando dico ammuffita non intendo nel senso di qualcuno se ne sta sempre chiuso a casa ma di qualcuno a cui cresce qua e là a chiazze sulla pelle della strana roba verdastra - aveva dei piani suoi per una seratina romantica col suo amico e ha chiuso bottega dopo la prima permanente. Non è un tipo tutto casa,  negozio e pinnacolo come la cugina di Clem la mia nuova datrice di lavoro, ma del resto – come dice bonariamente Clem – questi  sì che  sono demoni che sanno divertirsi.

 A questo punto l’alternativa era tra tornare a casa e vedere a che punto era arrivato mio padre con quella sbronza che sembrava già così ben avviata all’ora di cena o tirar tardi da qualche parte in città, che in una serata feriale,  a meno di non volersi aggregare alla riunione settimanale del Circolo degli Scacchi, voleva dire  fare una capatina al Bronze.

Così eccomi qui a ciondolare nel Bronze e a fare del mio meglio per dare l’impressione di avere appena perso di vista la numerosa, affiatata e del tutto inesistente comitiva con cui vorrei far credere di essere arrivata nel locale, dove c’è molta gente e fa molto caldo come al solito. Non conosco la band che suona stasera – dicono di chiamarsi Gli Zombie Felici - non so se siano felici e di sicuro non sono felice io di ascoltare queste loro canzoni lagnose però a vederli potrebbero benissimo essere davvero zombie: del resto non è questo il problema principale a Sunnydale, che non sai mai quando è giunto il momento di prendere le metafore alla lettera?

Naturalmente con questa musica non può essere che una serata romantica, di quella con le coppiette avvinghiate sulla pista da ballo e un viavai più intenso del solito con i bagni e la porta sul retro, vale a dire per me una romantica serata di solitudine e di rompimento di balle a meno che non mi riesca di rimorchiare qualcuno nella prossima mezz’ora. C’è uno al bar che mi sembra solo anche lui e non è neanche male – capelli rossicci, naso lievemente rincagnato, spalle squadrate –  vedo che ha anche una bella abbronzatura da pelle chiarissima, cioè un arrossamento al limite della scottatura, che magari non sarà molto estetico ma almeno significa che è stato molto tempo al sole di recente e che perciò non riserva brutte sorprese di quelle con le fauci.

Non c’è infatti niente di peggio che perdere tempo con uno sconosciuto scambiando le solite frasi generiche e cercando di mostrarti nel tuo aspetto migliore, e proprio quando pensi che sì, potrebbe andare e accetti di ballare, come gli appoggi sul collo senza farti notare la tua vistosa crociona d’oro quello si mette a urlare come un maiale scannato, gli vengono gli occhi gialli e gli escono le zanne, gli astanti scappano da tutte le parti come conigli spaventati e tu sei sempre l’ultima a svignartela, dandoti dell’idiota per aver agganciato – di nuovo – l’uomo sbagliato.

O meglio, il non uomo sbagliato perché in quanto agli uomini, come dice la mia amica Dolores, sono tutti sbagliati, solo che ad alcuni gli hanno passato sopra la scolorina prima di ributtarli sul mercato.

Inoltre, a proposito di cose scolorite, devo ammettere che ho sempre avuto un debole  per gli uomini con la carnagione chiara, meglio ancora se hanno una spolverata di lentiggini sul naso come George, che  se lo guardi nelle fotografie di quand’era bambino sembra proprio uno di quei angiolotti paffuti che mettevano una volta sulla scatola dei biscotti.

Mi muovo quindi verso il bar in modo che vorrebbe essere al tempo stesso rapido e sexy, perché ho notato  nella parte opposta del locale una biondona superdotata che potrebbe aver messo l’occhio sul mio stesso obiettivo ma proprio mentre sto per mettere il sedere sullo sgabello di fianco al giovanotto, una mano con le unghie laccate in una tonalità di carminio molto ma veramente molto fuori moda mi trattiene per il braccio e una piacevole morbida voce femminile dall’accento vagamente inglese mi dice con felice tono di sorpresa “Oh, mia cara… che combinazione. Posso offrirti da bere, sì?”

Mai usare forbici poco affilate per fare un taglio; mai correre tenendo le suddette forbici in mano; mai uscire di casa dopo il tramonto senza una croce a portata di mano; mai contraddire un demone della vendetta.

-          Oh, grazie, Halfrek: molto volentieri.

Perché al salone è la signora Halfrek e io sono la lavorante ma qui al Bronze  siamo clienti tutte e due e se si aspetta che la tratti con deferenza si sbaglia di grosso.

Stranamente, perché le demoni della vendetta sono i più permalosi di tutti i demoni oltre ad essere i più avari, non batte ciglio ad essere apostrofata con tanta confidenza e mi mette invece in mano la Coca Cola che ha appena preso personalmente dalle dita del barista facendogli cenno di versarne un’altra. Nell’altra mano ha un piatto con due tramezzini abbondantemente farciti e mezzo annegati di salsa e così carica si dirige al suo posto portandosi via il secondo bicchiere di Coca Cola.

La seguo pensando che sembra una cosa da poco, ma è   uno sforzo di modernizzazione veramente encomiabile in una donna che non era nemmeno abituata a pettinarsi da sola, figuriamoci poi a portarsi da sola le bibite al tavolo in un locale pubblico.  Ha scelto un tavolo ideale dal suo punto di vista, comodo per non farsi sfuggire eventuali liti tra le coppie impegnate sulla pista da ballo da cui possano eventualmente sorgere motivi di vendetta, peccato però che sia così vicino al palco che i bassi mi fanno rimbombare le orecchie.

Mi sembra di ritornare ai bei vecchi tempi subito dopo che George se ne era andato, quando ciondolavo da un raduno all’altro, intanto che la vecchia Taylor se ne andava facendo spazio alla nuova Tarantula  con il suo corredo di vestiti neri, borchie, catene e occhi bistrati.

Ci ho quasi rimesso l’udito da un orecchio in quel periodo ma ne è valso decisamente la pena, perché almeno ho imparato che se proprio devo farmi spezzare il cuore dal primo venuto, tanto vale che si tratti di un ragazzaccio con un po’ di spina dorsale e la voglia di vivere pericolosamente piuttosto che di un provincialotto con le toppe al sedere come il povero George.

Un’altra cosa che ho imparato in quel periodo: mai sedersi al tavolo più vicino al palco perché non c’è bassista sexy e malandrino che valga la rottura di un timpano quando il più delle volte basta presentarsi dopo lo spettacolo con un paio di birre ghiacciate “per i ragazzi” perché l’intero gruppo ti veda come una salvatrice della patria.

 Non  stiamo parlando dei Rolling Stones: il nome scritto sulla batteria dei gruppi di cui parlo è un nome che a malapena le loro madri  ricorderanno  ore dopo la loro esibizione.  E non si tratta necessariamente di madri come la mia, che si ricorda di me solo il giorno del mio compleanno, quando mi arrivano i soldi in una busta da Detroit. Nemmeno lo sforzo di compilare un assegno o di comprare un biglietto d’auguri: due o tre banconote da cento con scritto “auguri – mamma” di traverso sulla faccia di Lincoln.

Halfrek mangia i suoi tramezzini strapieni di sottaceti con l’inimitabile grazia di una vera signora di altri tempi mentre io tracanno metà della mia Coca con la spensierata volgarità di una vera proletaria dell’era moderna; quando ha finito mi guarda al di sopra del bicchiere con interesse professionale come se indovinasse il corso dei miei pensieri – e magari sa abbastanza della mia vita per andarci abbastanza vicina perché  è una di quelle fanatiche del lavoro che pensano sempre agli affari ventiquattro ore su ventiquattro ed è  convinta che il momento buono per appioppare una vendetta prima o poi si presenterà per chiunque.

In compenso non è una cliente rognosa anche se non vuole proprio saperne di rinunciare a quei suoi ricciolini da capretta in favore di qualcosa di più originale; e quando le ho proposto una tinta mi ha guardato come se fossi un mostro con tre teste – a pensarci bene anzi sono sicura che un mostro con tre teste non avrebbe suscitato in lei lo stesso sguardo di oltraggiato orrore.

-          Non mi piace per niente questa musica –

mi confida guardando pensierosa il cantante del gruppo e io mi chiedo per un momento se l’espressione “il suo modo di cantare grida vendetta” si possa intendere alla lettera e se magari questo ragazzetto stridulo si risveglierà domani mattina con due orecchie d’asino intonate a questo suo tremulo ragliare. Ma non è questo che ha in mente Halfrek.

-          Come stai, Tula? Tutto bene a casa?

Ahi, ahi, ci siamo. E’ il mio vecchio che ha in mente allora, il vecchio con le sue epiche sbronze, quella patetica sbiadita imitazione di padre che è tutta la mia famiglia da dodici anni.

-          Halfrek –

ritorco io con un sorriso serafico prima che mi venga la tentazione di appioppare al vecchio un retino da pesca al posto del gozzo così che quando cerca di mandar giù qualsiasi tipo di liquido gli coli tutto sul petto in una cascatella

         Io mi chiedo che cosa ti avrà mai fatto il tuo di padre. Il mio non è certo il migliore dei papà ma in fondo è solo un poveraccio di ubriacone che fa più danno a se stesso che a chiunque altro. E io non gli auguro alcun male –

aggiungo strizzando l’occhio al demone della vendetta solo un pochino, non così tanto da farla arrabbiare però, e alzando il mio bicchiere di Coca dico ancora

– E anzi bevo alla sua salute. –

e mi scolo tutto quello che resta della bibita gelata in un colpo solo esattamente come farebbe il vecchio con la sua birra.

-          Uhm –

mi dice Halfrek senza prendersela e accompagnando anzi il mio gesto con un tentativo poco convinto di alzare anche il suo bicchiere

– In fondo c’è una sorta di giustizia poetica nel bere alla salute di un ubriacone con una bibita analcolica.

-          Hallie, sei sicura di stare bene? –

chiede una voce argentina alle mie spalle in tono canzonatorio

 – Da quando in qua ti unisci ai brindisi invece che alle maledizioni?

Mi giro a guardare la nuova venuta che sta manovrando agilmente con un vassoio in mano per unirsi a noi: è una biondina magra magra e molto carina con un vestito a fiori e un bel paio di gambe. Non mi sembra di conoscere la ragazza e di certo non conosco quei suoi capelli piuttosto sfruttati ma se c’è una cosa che vi posso dire con assoluta sicurezza è che non è una bionda naturale. Frase che di solito dicono i dongiovanni da strapazzo per lasciare intendere di aver conosciuto intimamente una donna, ma che nel mio caso invece è da intendersi alla lettera, cioè come il giudizio di una professionista. Anya, vieni, siediti vicino a me –

 la accoglie Halfrek con calore e procede a fare le presentazioni come se ci trovassimo a un evento mondano

– Non conosci Tarantula, vero? Questa è Anyanka, ma noi la chiamiamo Anya, è una collega ed una carissima amica.

Magnifico, due demoni della vendetta al prezzo di uno: qui la cosa si fa alquanto delicata.

 Le due signorine si lamentano vicendevolmente di non riuscire mai a consumare un pasto come si deve perché i loro doveri assorbono una parte eccessiva del loro tempo e mi chiedono che cosa ho mangiato per cena.

Io mento e rispondo pollo arrosto e patatine, mentre invece ho riscaldato nel forno a microonde la pizza avanzata da ieri; se fossi sincera dovrei aggiungere che però ho fatto fuori anche quella che in teoria sarebbe dovuta andare a mio padre, perché lui si era già fatto la sua dose di zuccheri sotto forma rigorosamente liquida.

Mentre l’amica di Halfrek s’imbarca in una spiegazione lunga e non richiesta sul come e sul perché abbia saltato la cena e stia cercando di rimediare con i panini che ha sul vassoio – spiegazione che comprende un rapido confronto sul rapporto prezzo/qualità dei vari piatti freddi offerti nel locale -  io la osservo con più attenzione e non sono più tanto sicura di non averla incontrata prima. Succede sempre così a Sunnydale: la città è abbastanza piccola perché si finisca col conoscersi di vista praticamente tutti e al tempo stesso troppo grande perché all’impressione di aver già visto qualcuno si possa sempre riuscire ad associare un nome o una circostanza precisa.

-          E così le ho detto che sono un demone della vendetta, non la sua fata madrina –

conclude Anyanka alzando sospettosamente la foglia d’insalata del suo panino per scoprire che cosa ci sia sotto

- E che se voleva buttare il suo ex in mezzo alla strada non c’era bisogno che diventasse la proprietaria di uno stabile di quattro piani. Roba da matti. Uhm, che cos’è questo?

-          Un cetriolino? – azzardo io.

-          Zucchina cruda? – dice Hallie.

-          Non si mettono le zucchine nei panini, tantomeno crude. – protesta Anya

-          Non è vero – dice Hallie – Le zucchine si possono mangiare crude in insalata, quand’ero in Grecia lo facevo sempre.

Il bello dei demoni della vendetta è che fanno pasti regolari come chiunque altro - anche se non ho mai capito se  per sfizio o per reale necessità - perciò quando sono di buon umore ti possono raccontare un mucchio di cose interessanti su quello che si mangia in giro per il mondo.

I vampiri invece ad esempio sono noiosissimi da questo punto di vista ed è già tanto se sono capaci di distinguere il sakè dalla tequila. E magari ti raccontano che sono stati a Pechino e tu gli chiedi “E com’era?” e tutto quello che sono capace di dirti  è che era buio e che hanno fatto un macello.  Una volta ho passato tre ore a fare i capelli a una vampira che voleva i colpi di sole  e per tutto il tempo questa ha chiacchierato ininterrottamente senza dirmi assolutamente niente. Niente, se non quello che sapevo già e cioè che i vampiri si nutrono di sangue e che il modo più spiccio per procurarselo è appostarsi in un vicolo buio e piombare addosso al primo malcapitato affondandogli i denti nel collo. Che questi vicoli si trovassero a New York o a Città del Messico o a Parigi non faceva la minima differenza nel dettagliato racconto delle sue scorrerie.

 Tentare di fare conversazione con un vampiro  è come chiedere a un giocatore di football di parlarti delle sue partite: quando è arrivato alla metà del campionato del 1999 tu stai già sperando che succeda qualcosa, qualunque cosa – una scossa di terremoto, un tornado, un’invasione di extra-terrestri – purché questo strazio abbia fine.

-          Questa ragazza – dice Halfrek alla sua amica – ha un padre che è un vero disastro…

-          Hallie, che noia con questa tua mania per i padri. Magari Tarantula  ha  un fidanzato che è un vero disastro. Uno che la tradisce con le sue amiche o che le ha fatto un occhio nero o che le ha fregato tutti i risparmi per giocarseli a Las Vegas. – aggiunge Anya in tono vagamente speranzoso.

-          No guarda che non ce l’ho proprio un fidanzato –

mi affretto ad interromperla prima che si faccia delle illusioni, omettendo di dire che in passato ho avuto sia fidanzati che mi hanno tradito con le amiche sia fidanzati che mi hanno fatto occhi neri e anche fidanzati che si sono giocati i miei risparmi ai dadi. Mi piacerebbe anche venire vendicata, non dico di no, ma l’esperienza mi ha insegnato che i metodi di questi demoni della vendetta finiscono invariabilmente per coinvolgere vittime innocenti o, peggio ancora, ritorcersi su chi ha avuto l’idea.

-          Sei fortunata – osserva Anya acidamente – I fidanzati tendono a piantarti nel momento meno opportuno.

-          Il suo l’ha lasciata il giorno delle nozze –

mi spiega Halfrek con quella mancanza di tatto che deve far parte del profilo attitudinale per la professione di demone della vendetta.

- Strana coincidenza:  la scorsa primavera sono stata a un matrimonio che è finito proprio in questo modo.  Qui a Sunnydale.

-          Sarà stato il mio – dice Anya

-          Ma no, era il matrimonio di Xander Harris.

-          Era  proprio lui il mio fidanzato. C’eri anche tu? Non mi ricordo di averti vista tra i partecipanti alla rissa.

Mi profonderei in scuse chiunque fosse la persona con cui ho fatto questa gaffe: figuratevi se risparmio sforzi per convincere il demone della vendetta dell’involontarietà del mio errore. Servisse a convincerla striscerei sul pavimento. Anche se a dir la verità preferirei proprio di no perché a questo punto della serata il pavimento del Bronze fa veramente schifo.

-          Non mi hai visto per niente semplicemente perché sono andata via prima. L’idiota con cui ero non aveva voglia di restare per il matrimonio.

-          Ma certo – dice Halfrek – Tu eri con Wil.. con Spike. Perché avevi invitato Spike al tuo matrimonio, a proposito, Anya? Non l’ho mai capito.

-          Era stata un’idea di Willow. E quando Willow parla, Xander esegue. Così eri tu la strana ragazza che Spike aveva portato al matrimonio? –

dice Anya e dopo avermi scrutata attentamente aggiunge

– Il tuo trucco non è così pesante come mi avevano detto. A me non sembri per niente una passeggiatrice.

-          Grazie –

rispondo un po’ seccata. Certo non  mi aspettavo di piacere all’esclusivo circolo di bigotti che ruota attorno alla Cacciatrice ma non prevedevo nemmeno di essere scambiata per una donna di strada.

         Guardate che io Spike lo conosco solo perché gli faccio i capelli. E prima che me lo chiediate, no, quel colore non è stata proprio un’idea mia.

         Aveva i capelli color can che scappa. Quand’era vivo, intendo dire – dice Halfrek

-          Conoscevi Spike da prima? – chiedo io – Che strana coincidenza.

Stasera le coincidenze abbondano.

-          Beh, sai: tutti che vengono a Sunnydale porta dell’Inferno e via dicendo. Non c’è un posto migliore in cui passare l’inverno nel nostro ambiente. Noblesse oblige.

-          Perché sarei rimasta, se no? – dice Anya – Non è che imbattermi di continuo nel mio ex fidanzato mi faccia poi questo gran piacere.

-          Non avrei mai pensato che Xander Harris si fidanzasse con un demone della vendetta. E’ sempre stato un tipo così provinciale!

- Non lo era – dice Halfrek.

- Certo che lo era: lo conosco fin da bambino ed è sempre stato di vedute ristrette.

- Non ero un demone della vendetta quando mi dovevo sposare – chiarisce Anya

– Poi, sai, ho preferito riprendere la mia carriera lavorativa.

- Oh. Sì. Capisco –

mi dichiaro frettolosamente d’accordo io anche se in realtà non capisco un accidente. Demoni della vendetta che smettono di esserlo per sposare giovanotti umani? Sembra una  versione bieca e molto sunnydaliana della Sirenetta. Quella del libro che la mamma mi leggeva quand’ero piccola, non quella di Disney.

- Comunque lui adesso ha un’anima –

mi dice Halfrek abbassando la voce come se mi stesse rivelando che un comune conoscente soffre di una malattia venerea – Lo sapevi?

- E’ per questo che dà fuori di matto –

aggiunge Anya – L’hai vista quella ragazza là con il vestito viola? Non ti sembra che stia piangendo?

- Chi? –

chiedo io che sto ancora pensando a Xander Harris e a come sia potuto passare da nullità insignificante a fidanzato di demone della vendetta. Forse sono i vantaggi collaterali che nascono dal far parte dell’entourage della Cacciatrice. Vantaggi si fa per dire.

- Quella vicino alla porta con i capelli arancione e le gambe storte.

- Non piange per niente –

chiarisce l’altro demone dopo essersi contorta sulla sedia per dare un’occhiata

– Ha solo un tremendo raffreddore. E non ha nemmeno le gambe storte: ha solo le ginocchia una diversa dall’altra.

- Quella cosa che dite dell’anima. Di chi state parlando?

- Di Spike, naturalmente. L’hai mica incontrato di recente?

- Sì. Gli ho tagliato i capelli il mese scorso.

- E come ti è sembrato? Niente scambi di vedute con persone invisibili? Non usava la terza persona per parlare di sé stesso?

Mi  sembra un quadro abbastanza preciso dello stato in cui si trovava il vampiro quando mi ci ha portato Clem; ma dal momento che Spike mi ha salvato la vita dal demone mannaro mentre queste due qui vorrebbero solo trasformare mio padre in un dromedario o appioppare due braccia di troppo a qualcuno dei miei ex non è poi così difficile decidere a chi debba andare la mia lealtà.

-          Non so, normale. Per quello che può essere normale uno come Spike. Ma come mai ha un’anima?

-          E chi lo sa? –

dice Anya scrollando le spalle

– Se provi a parlargliene in un momento in cui ti sembra abbastanza lucido per rispondere  cerca di romperti le ossa.

-          Sicure di non entrarci niente? Affibbiare un’anima a un vampiro sembra una cosa veramente crudele da fare. Degna di voi, intendo dire.

Come diceva sempre Monsieur Alexandre, un po’ di adulazione non costa niente e non ha mai fatto male a nessuno. Ma Anya sembra più indignata che lusingata.

-          Per chi ci hai preso? Siamo forse una tribù di zingare? Magari adesso vorrai che ti legga la mano.

-          Certo che no –

dico io – Non siete vestite per niente come zingare, anzi siete proprio molto eleganti.

Questa è veramente grossa perché io ho invece sempre avuto il sospetto che Halfrek abbia la stessa sarta di mia zia, quella bigotta che sta ad Houston; ma evidentemente Monsieur Alexandre sa il fatto suo perché dopo la mia smaccata esibizione di falsità mi sorridono tutte e due aggiustandosi meccanicamente i vestiti.

-          La ragazza qui non sa niente dell’altro vampiro con l’anima – osserva amabilmente Halfrek – Non vedi che le confondi le idee? E tra l’altro non credo nemmeno che ci siano gli zingari dietro questa anima qui.

-          L’altro vampiro con l’anima?

Anya conviene con la sua amica che l’anima di Spike non viene dagli zingari e che soltanto un idiota potrebbe andare a caccia di un’anima.

-          Se è un’idiozia stai pure certa che William è la persona ideale per farla. Quantomeno era proprio un idiota quand’era vivo e diceva di amarmi – osserva Halfrek.

-          Spike da vivo era innamorato di te? –

 chiedo io piuttosto sorpresa. Non ho idea di come fosse il vampiro prima di diventare un vampiro, ma questa signorina bene con la puzza sotto il naso non mi sembra proprio il suo tipo né da vivo né da morto.

-          Magari hai ragione –

conviene Anya dopo aver scrutato il fondo del suo bicchiere corrugando la fronte come se vi cercasse un’ispirazione

– Ci scommetterei la testa che Buffy sa come è andata, ma quando mai la Cacciatrice si degna di metterci a parte delle sue informazioni? Guarda, l’avrà fatto per dimostrarle che teneva veramente a lei.

Anya si interrompe e fa una risatina amara

-          Era furiosa quando ci ha trovato insieme. Non furiosa come Xander ma insomma non era contenta per niente.

-          Insieme? – chiedo io.

Mi sembra di essere in una di quelle sit-com in cui il nuovo venuto non sa niente di quello che sanno tutti gli altri e continua a fare la figura dell’idiota, con me nella parte dell’idiota.

-           Umani! Ci scaricano e ci trattano come  pezzi di cacca perché siamo demoni o lo siamo stati e quando ci trovano a letto insieme hanno anche la faccia tosta di offendersi –

prosegue Anya infervorandosi senza rispondermi. Poi ci ripensa e aggiunge:

-          Anche se era un tavolo e non un letto. Ma che cambia?

-          Niente. Mi stai dicendo che tu e Spike…

-          Avevamo alzato un po’ il gomito –

si giustifica Anya

– Sai come succede. Siamo d’accordo che è un idiota, ma da quel punto di vista lì niente da ridire. Vampiri, lo sai come si dice: c’è un’unica cosa che sanno fare. A parte uccidere, intendo dire. Ma lo saprai già, immagino.

-          Io non so un accidente di niente –

protesto io un po’ risentita. Ma come, devo essere io l’unica ad essere andata in bianco col vampiro? Non che non l’avessi capito che aveva un debole per la Cacciatrice – in quel poco tempo che siamo stati insieme al matrimonio la guardava con quella tipica espressione da cane bastonato che prendono gli uomini – e anche i vampiri - quando contemplano la donna dei propri sogni, senza contare che gli era bastato scambiare quattro parole con lei per decidere che ci eravamo fermati abbastanza, diventare freddo come un merluzzo con me e scaricarmi al primo angolo di strada senza quasi prendersi la briga di  fermare la moto per farmi scendere. Ma che si sia fatto anche la mancata sposa francamente mi dà un po’ fastidio: e che, solo su di me il vampiro-che-non-può-mordere non si è degnato di mettere le sue bianche e gelide mani?

-          Ti ha fatto qualcosa di male? –

mi chiede Halfrek con inesauribile zelo professionale. Non mi meraviglia che non abbia il tempo di fare dei pasti regolari.

-          No,  non mi ha fatto proprio niente di niente. Non mi ha lasciato nemmeno assaggiare il rinfresco.

-          Potremmo vendicarti per la sua mancanza di interesse… -

 mi dice Anya poco convinta

– Anche se a dir la verità il rinfresco non l’ha mangiato nessuno: quello che l’impresa di catering non è riuscito a mettere in salvo è finito spalmato sulla faccia degli invitati.

-          Qualcuno è riuscito a mangiarlo anche così –

obietta Halfrek 

- Però l’hanno fatto solo quelli che avevano una lingua molto lunga e particolarmente mobile.

L’amica le rivolge un’occhiataccia e allora lei si affretta ad aggiungere:

         Ma è stato molto scortese da parte loro. In ogni caso, se vuoi esprimere un desiderio, io posso far succedere qualcosa di tremendo a William.

-          Qualcosa di più tremendo di quello che gli è già successo? –

chiede Anya con aria scettica.

-          E poi non era un amico tuo da vivo? –

chiedo io

-          Il lavoro è lavoro –

protesta Halfrek agitando le sue manine paffute con le unghie color carminio come una maestra che protestasse di non aver favorito in nessun modo il nipotino preferito agli esami

– Noi abbiamo un’etica professionale, cosa credi?

-          Ecco, a proposito:  quella ragazza con i capelli arancioni sta proprio piangendo –

interviene Anya.

-          Anch’io piangerei se fossi uscita con un vestito come quello. Ma li avete visti i volants?

-          Per non parlare di quella cosa che spunta da sotto: cos’è, una sottoveste? Una volta avevo una cameriera che aveva sempre la sottogonna più lunga della gonna. Orribile.

-          No, è una specie di pizzo attaccato al vestito –

decreta Anya dopo averla osservata socchiudendo gli occhi per inquadrarla meglio.

         Quando è stata l’ultima volta che si sono messi i pizzi e i volant insieme? Durante la Guerra di Secessione? 

         Non so:  non c’ero –

rispondiamo io e Halfrek  in coro, poi ci scambiamo uno sguardo risentito. Forse dovremmo fare cric e croc.

Anya si alza dal tavolo con un sospiro e dice

– Ecco il tuo problema, Hallie: sei giovane. Se tu fossi in circolazione da più di mille anni come me non confonderesti lacrime di dolore da vendicare con lacrime da eccessiva produzione di muco. Penso proprio che adesso andrò fuori a fumare.

-          Auguri con la ragazza ma stai attenta a non strozzarti col fumo:  non hai mai imparato a fumare -

 dice Halfrek

-          Non è vero: una volta ho fumato oppio in un bordello di Chicago. Un bordello che è anche una fumeria d’oppio è un ottimo posto in cui trovare donne bisognose di vendetta. Non guardatemi così: io ero solo la lavandaia là dentro.

-          Che schifo –

mi lascio sfuggire. No, davvero: il mestiere di demone della vendetta non è tutto rose e fiori se significa anche lavare le lenzuola di un bordello. Anya e Halfrek fanno una smorfia da martiri.

-          Lavatrice: la più grande invenzione nella storia dell’umanità – 

mi dice Anya con un sorriso di intesa prima di allontanarsi puntando sulla ragazza col vestito viola e i capelli arancioni con la stessa foga di un barbone che avesse intravisto un cappotto quasi nuovo dimenticato su una panchina.

-          Sai - 

mi confida Halfrek

– Anya ha bisogno di migliorare un po’ il suo punteggio: è andata maluccio ultimamente.

-          Avete i punteggi? –

chiedo io più per gentilezza che per altro sbirciando verso il bar per vedere se il rosso con l’eritema solare è ancora là e ancora libero. Mi sembra per il momento di aver passato tempo più che a sufficienza in compagnia di altre femmine per di più demoni e vorrei tornare al mio piano originale di trovare compagnia maschile per la serata. Ma ovviamente nel frattempo la bionda che avevo già individuato come rappresentante della concorrenza è riuscita a piazzarsi con il suo voluminoso davanzale e tutto il resto di fianco all’ignaro oggetto del nostro silenzioso contendere e ora se ne sta appollaiata sullo sgabello con un metro e mezzo di gambe in mostra chiocciando e ridendo instancabilmente alle sue battute di spirito come si fa in questi casi.

Lui invece continua a bere, che potrebbe essere un segno buono o un segno cattivo  perché o  beve per farsi coraggio e diventare intraprendente oppure beve per darsi un contegno e prendere tempo. Oppure ancora beve semplicemente perché è un ubriacone come papà e in questo caso sono stata fortunata ad incontrare Halfrek sulla mia strada perché se voglio vedere un uomo che vomita sul pavimento non c’è nessun bisogno che venga al Bronze, basta che me ne resti  a casa mia.

A un certo punto però estrae il telefonino dalla tasca e dopo aver parlato brevemente fa dei gesti di scusa alla bionda e se ne va lasciandola lì con il suo bel faccino tutto imbronciato. Io seguo con la coda dell’occhio il percorso del giovanotto, che si fa strada tra gli avventori mettendo in mostra ahimè un caracollare assai poco elegante per poi sparire da quella stessa uscita laterale in cui si sono infilate, una dopo l’altra, la ragazza con i capelli arancione e il demone della vendetta numero due.

Nel frattempo Halfrek ha cominciato una noiosa spiegazione sui punteggi delle vendette a cui presto orecchio con un sorriso di circostanza ma poiché tutte e due continuiamo ad allungare il collo per vedere che cosa sta succedendo in giro - io per guardare se il rosso ricompare, lei per cogliere al volo improvvisi desideri di vendetta - quando si sente il primo urlo siamo pronte a balzare piedi come molle scambiandoci uno sguardo d’intesa, sempre che ci possa essere intesa tra un  normale essere umano che quando sente gridare pensa che qualcuno ha bisogno di aiuto e un demone della vendetta che quando sente gridare  pensa che finalmente è cominciato il carnaio.

Le urla continuano e si intensificano, sovrastando sia il brusio dei clienti che la lagna sul suo perduto amore in cui si sta producendo il cantante del gruppo, e mi consentono di distinguere almeno due sorgenti distinte: una donna con una voce da soprano che sta urlando con tutto il fiato che ha nei polmoni e una creatura rauca che più che urlare ringhia e bramisce. Hallie fila verso la porta come un treno riuscendo a conservare non so come un portamento incredibilmente distinto nonostante la fretta e i tacchi alti e io la seguo ondeggiando con molta meno grazia sui miei stivaletti col tacco a spillo con cui non manco di colpire casualmente qua e là malleoli e metacarpi dei malcapitati che ostacolano la mia marcia e che reagiscono a loro volta con indignate e rumorose proteste. Credo che Halfrek sia preoccupata per Anya – anche se non ne capisco il motivo perché di solito non sono i demoni della vendetta ad urlare quanto piuttosto a provocare le urla di terrore  degli altri – io invece mi chiedo che ne sia stato della ragazza con i capelli arancione e il vestito viola: andare in giro con un look del genere mi sembra un fardello già abbastanza pesante da portare senza doverci aggiungere spiacevoli incontri con mostruose creature della notte.

 Mi domando anche dove sia andato a finire il giovanotto del bar, che cosa gli abbiano detto al telefono per farlo uscire così di gran carriera e come mai il bordello sia cominciato non appena è uscito lui. Fossi  sola me ne starei al sicuro e al calduccio al mio posto ma la compagnia di un paio di demoni della vendetta contribuisce indubbiamente ad aumentare il mio coraggio; così eccoci qui varcare  la porta del Bronze come dei veri duri sotto gli occhi di una piccola folla di curiosi che scrutano nell’oscurità stando bene attenti a non mettere piede fuori. Francamente, non li biasimo. Un ragazzo con gli occhiali e le lentiggini che non può avere più di sedici anni è persino abbastanza cavaliere da cercare di impedirmi di uscire mentre gli altri maschi si limitano a guardarmi con quella tipica espressione vacua che il cittadino medio di Sunnydale assume di solito mentre ripassa mentalmente le statistiche locali di mortalità.

Fuori è così buio che non potrei riconoscere la strada; così buio da andare ben oltre le esigenze di risparmio energetico del municipio; così buio che qualcuno o qualcosa deve aver rotto la lampada del palo che sta ed è sempre stato esattamente all’angolo. Fossimo altrove, penserei che la lampadina è bruciata o che qualche teppistello ha centrato la plafoniera con un tiro di fionda ben assestato; ma siccome siamo a Sunnydale tendo a credere che qualcuno alto quattro metri o capace di arrampicarsi su un lampione alto quattro metri o ansioso di sottrarsi alle luci stradali abbia volontariamente spento la luce. Peggio ancora, praticamente nello stesso momento in cui ho messo fuori dal Bronze il mio piedino calzato di uno stivaletto nero vezzoso ancorché scalcagnato e la pesante porta si è richiusa alle mie spalle, le urla di poco fa sono state sostituite da un profondo, improvviso silenzio, nel quale il battito accelerato del mio cuore sembra essere diventato  l’unico suono.

E’ così buio che non riesco a vedere Halfrek ma se trattengo il respiro la sento respirare al mio fianco – grazie al Cielo i demoni della vendetta se non ossigenano regolarmente i polmoni diventano tutti blu come chiunque altro – e dopo un momento di assoluto silenzio che mi sembra durare un’eternità, la sento anche dire a bassa voce:

-          Accipicchia, non si vede un bel niente.

E’ quello che penso anch’io, sebbene non condivida la sua terminologia da signorina di buona famiglia, ma penso anche che nella mia borsa vaga ancora l’accendino un tempo appartenuto al caro George – non che me l’avesse lasciato per ricordo, lo trovai io sotto il letto quasi un mese dopo che se ne era andato da Sunnydale. E prima che me lo diciate: sì, è vero, non sono molto assidua nei lavori di casa; e nemmeno riordino spesso il contenuto della mia borsa.

E’ un bell’accendino d’argento che George non si sarebbe mai sognato di comprare, quindi sta a voi decidere se l’avesse sgraffignato da qualche parte o se fosse il regalo di un’ammiratrice. In entrambi i casi, può tornare utile in una sera buia. Halfrek sobbalza come se si fosse punta con uno spillo nel momento in cui faccio scattare l’accendino e una fievole luce ci permette se non altro di guardarci in faccia; più in là a tutta prima non sembra che ci sia niente da vedere oltre i bidoni della spazzatura e le solite cose del vicolo e questo è strano, perché non posso fare a meno di chiedermi dove diavolo siano finite la creatura che emetteva quei ringhi terrificanti e la donna che strillava in quel modo. E il rosso con l’abbronzatura. Questa porta laterale del Bronze è come il baule di un prestigiatore: tutto quello che passa di lì sparisce nel nulla. Poi mi viene in mente Anya, il demone della vendetta. Dov’è Anya?

-          Anya? – sussurra Halfrek con voce esitante – Anya, dove sei?

-          Amanda? – chiede una voce maschile nel buio – Sei tu?

Non so se ci siano Amande qui e non riconosco di chi sia quella voce, ma non faccio in tempo a chiedermi se potrebbe essere stato il giovanotto del bar a parlare che sento un rumore di passi che si allontanano. Nessuna Amanda ha risposto. Forse Capelli Arancione si chiama Amanda?

Di nuovo, un silenzio denso come quello di cui sono fatti gli incubi. Poi una serie di fiochi lamenti e un pianto di donna.

E’ notte, è Sunnydale, mi trovo sul retro del Bronze, ho appena sentito una serie di suoni a dir poco inquietanti: dovrei aspettarmelo. E invece no: il colpo sull’orecchio destro mi raggiunge completamente di sorpresa, perdo l’equilibrio e mi abbatto sulle ginocchia a mani avanti lasciando cadere l’accendino a terra mentre gli occhi mi si riempiono di lacrime per il dolore.

A parte le stelline che mi appaiono davanti agli occhi adesso è di nuovo buio fitto; ma ora la voce di Halfrek giunge profonda, forte e minacciosa al mio orecchio sinistro, quello non direttamente interessato dall’aggressione.

 Penso che abbia indossato il suo vero volto da demone – quello per capirci con le eruzioni cutanee squamose sul colorito violaceo di fondo e la cresta centrale tra fronte e naso - e anche mentre sono lì per terra con tutta la parte destra della testa che sembra sul punto di scoppiare intanto che il mio misterioso aggressore è completamente libero di scegliere se finirmi o meno mi morderei le mani dalla rabbia per non essere riuscita a vedere nemmeno questa volta il momento esatto della trasformazione, cioè l’istante in cui il liscio volto lievemente paffuto di Hallie ha assunto l’aspetto terrificante della vendetta impersonata.

 I vampiri non sono altrettanto riluttanti a trasformarsi in pubblico: ad esempio l’anno scorso una cliente particolarmente di buonumore passò più volte da una forma all’altra mentre la pettinavo per farmi vedere come  i suoi capelli perdevano la piega intanto che le zanne uscivano dalle labbra, la fronte si arcuava e gli occhi diventavano gialli. E credetemi: non c’è lavoro di phon o di lacca che basti a scongiurare la completa rovina dell’acconciatura in una simile evenienza. Va un po’ meglio se metti un sacco di gel, ma poi i capelli restano duri come setole e alla maggior parte della gente – viva o non morta che sia – questo non piace molto.

-          Anyanka, palesati – dice Halfrek con voce profonda e spaventosa.

-          Aiuto, chi mi ha colpito? –

domando invece io con voce stridula e spaventata e mi rimetto in piedi a fatica brancolando nel buio finché non riesco ad afferrare quello che spero sia un lembo del vestito del demone della vendetta.

-          Non mi toccare, mortale, mentre mi rivelo nel mio vero aspetto – mi avverte Halfrek con lo stesso tono arcano e vagamente ridicolo e poi più prosaicamente aggiunge – Non tirare la manica che  la strappi. Chi ti ha colpito?

Nel frattempo però mi ha afferrato per un braccio e mi sta trascinando verso una zona più in luce del vicolo, laddove riesce ad arrivare la fioca illuminazione proveniente dalla strada principale

-          Non lo so – le rispondo cercando ubbidientemente di non toccarla ma di restarle al tempo stesso il più vicino possibile  - C’era qualcuno qui alle mie spalle. Dov’è la tua amica?

-          Dove sono tutti? – replica Halfrek e ora c’è abbastanza luce perché io possa intravedere le squame sul suo naso.

Mai avrei creduto di trovare il volto di un demone della vendetta una vista rassicurante ma – ehi – i criteri di valutazione possono cambiare in fretta.

-          Halfrek – chiama dalla strada una voce che sembra una versione altrettanto minacciosa ma meno nasale di quella della medesima Hallie.

Ora che ci penso è buffo come demone o no, con le zanne o senza, da vivo o da morto chiunque si tenga stretto il suo accento di provenienza

– Vieni qui, unisciti a me. Chi è l’umana che ti accompagna?

Hallie cammina maestosamente fino in fondo al vicolo e gira l’angolo con quella beata spensieratezza che nasce dall’essere un demone immortale mentre io la seguo da presso con una corsettina sbilenca mentre mi cola il naso e il dolore all’orecchio  pulsa al ritmo del mio stesso cuore.

Ma chi me lo ha fatto fare di venire qui fuori? Non fosse che stiamo andando dalla parte opposta a quella da cui è arrivato il colpo sul mio orecchio me ne tornerei indietro verso la relativa sicurezza del Bronze, ma la probabilità di un secondo trauma cranico fa sembrare preferibile la scelta di esplorare invece l’ignoto.  La compagnia di un paio di demoni plurisecolari non guasta.

Sono tutti o quasi tutti dietro l’angolo.

 Anya o per meglio dire Anyanka, in una versione un po’ più colorata dello stesso volto di battaglia di Halfrek; la ragazza con i capelli arancione e il vestito viola, inginocchiata a terra ma apparentemente viva e in buone condizioni; un giovanotto steso per terra non saprei se vivo ma certamente non in buone condizioni che non è il rosso scottato su cui avevo messo gli occhi; e infine il mio amico Sassassa in tutto lo splendore biancastro dei suoi due metri senza elemento alcuno di mannarità.  Mannarismo? Quello che é.

-          Sono scappati – dice Sassassa ad Anyanka – Perché non li hai fermati?

-     Sassassa? – dico io.

-          Tarantula? – chiede Sassassa.

-          Vi conoscete? –  Anyanka con aria sospettosa

-          Che cosa sta succedendo qui? –  Halfrek con un sospiro di esasperazione.

 E mi spiace dovermi dichiarare d’accordo con la signorina So-Tutto-Io ma francamente quest’ultima mi sembra proprio la domanda più azzeccata.

-          Ci siamo incontrati qualche settimana fa -

risponde Sassassa contorcendo stranamente il pelo intorno a uno degli occhi. Mi ci vuole  qualche momento prima di  rendermi conto che il demone sta cercando di mandarmi un segnale d’intesa strizzandomi l’occhio: immagino che non desideri che si sappia in giro delle sue abitudini mannare e non posso dargli torto. In ogni caso, sempre meglio l’occhiolino che un calcio negli stinchi: mi fa già male abbastanza l’orecchio perché mi debba preoccupare anche di una gamba acciaccata.

-          E perché? – chiede Anya

-          E perché cosa?

-          Per quale ragione una ragazza come te avrebbe incontrato un demone Sfrayano come il signore qui presente? Che di solito non dovrebbe nemmeno aggirarsi per il nostro mondo, tra l’altro.

-          Ecco… -

dico io chiedendomi se posso addossare a Spike la responsabilità di avermi fatto conoscere Sassassa. Un guaio in più, un guaio in meno non dovrebbe fare grossa differenza per il vampiro; certo che una ci pensa due volte prima di calunniare un vampiro.

-          I peli delle orecchie – dice Sassassa frettolosamente – Lei mi taglia i peli che ho nelle orecchie. Ci vuole  un’estetista per questo tipo di lavori. E poi la ragazza qui ha la mano leggera.

-          Tu hai peli dappertutto – obietta Halfrek ma sembra più incuriosita che insospettita – perché dovresti eliminare proprio quelli delle orecchie?

-          Non dovrei averne nelle orecchie. E poi prudono. Comunque preferirei che smettessimo di parlare dei miei peli: è molto imbarazzante.

-          Perché state lì a fare conversazione invece di aiutarlo? – chiede la ragazza dai capelli arancione alzando la faccia verso di noi.

Le lacrime le hanno rovinato tutto il trucco e le sue guance sono un disastro di mascara diluito, macchie di fondotinta e tracce di acne giovanile: uno spettacolo penoso che non è certo migliorato da un grosso livido violaceo che si sta rapidamente allargando sul suo zigomo destro. Qualcosa mi dice che ha incontrato lo stesso misterioso personaggio che ha preso di mira il mio orecchio; e se avessi seguito più attentamente uno o l’altro dei due CSI ora forse saprei se i colpi sul lato destro significano che il nostro assalitore è mancino oppure che ha colpito entrambe da dietro oppure solo che stanotte dovremo dormire tutte e due sul fianco sinistro. Sempre che io e Capelli Arancione riusciamo ad arrivare salve se non del tutto sane nei nostri rispettivi lettini.

Tra  la ragazza che mi ostruisce la visuale e  l’illuminazione  scarsa  non saprei dire esattamente che cos’abbia il giovanotto di cui si sta preoccupando, ma visto che non ha ancora partecipato alla conversazione suppongo che abbia perso i sensi; da quello che riesco a vedere mi sembra che ci sia qualcosa di strano sulla sua camicia all’altezza del fianco, ma non so decidermi se si tratta del manico di un’arma da taglio o di una piega bitorzoluta del tessuto  e non sono nemmeno tanto sicura di volerlo sapere con certezza. Superfluo a dirsi, si tratta del fianco destro. Dove, se la memoria non mi inganna, è situato il fegato, che come tutto quello che si trova nel nostro corpo in esemplare unico si sa che é molto meglio se rimane dov’è e non perde pezzi in giro.

-          Non sta così male – risponde Anya in tono irritato, e mi basta sentirla per capire che ha di nuovo il gradevole aspetto di una finta bionda dai lineamenti delicati e che mi sono persa ancora una volta l’occasione di vedere la trasformazione di un demone della vendetta – se lo porti all’ospedale in tempo è probabile che riescano a ricucirlo. E poi non eri tu a volerlo morto?

Capelli Arancione si alza in piedi asciugandosi le mani insanguinate sul suo brutto vestito viola.  Le macchie di sangue sono difficilissime da togliere dalla viscosa perciò francamente dubito che riuscirà a  portarlo ancora: se vogliamo, questo potrebbe anche essere il lato positivo della serata.

-          Io non parlavo sul serio – dice con voce tremante – e tu, qualsiasi cosa tu sia, tu lo sapevi benissimo!

-          Sei stata tu a dire che avresti voluto che incontrasse un mostro peloso alto due metri, carina.

-          Ehi – dice Sassassa – Anche se sono peloso io non sono un mostro. Ma avete visto che capelli ha lei?

-          A me sembra una cosa strana da dire per scherzo – osserva Halfrek – Incontrare un lupo mannaro, potrebbe essere uno scherzo. Ma un mostro peloso di due…

-          Non mi aiutare, Hallie, grazie – dice Anya.

Decido di tenere gli occhi incollati su Halfrek, che ha ancora la cresta sulla fronte e tutto il resto, sperando proprio che questa volta riuscirò a cogliere il momento in cui riemergerà il suo volto umano.

-          E comunque il “mio” mostro peloso non gli ha fatto niente. – dice Anya soffiando dal suo grazioso nasino come un gatto arrabbiato – Quelli che gli hanno dato una coltellata sono stati degli altri.

-          Era una spada non un coltello – obietta Capelli Arancione.

Come se facesse differenza., penso io in un primo momento, e poi mi rendo conto che invece ne fa un sacco di differenza: una coltellata te la puoi prendere da un drogato in crisi di astinenza che vuole i tuoi soldi, ma neanche il più sballato dei delinquenti andrebbe in giro armato di spada. Almeno da trecento anni a questa parte, o da duecento, o insomma da quando i briganti e i tagliaborse hanno cominciato ad usare armi da fuoco.

-     Io non sono tuo – protesta di nuovo Sassassa  – Io stavo solo facendo la mia passeggiata serale. Ora che ci penso non mi piace nemmeno questa parte della città: non ci vengo mai.

-          Anzi, il mio mostro peloso è quello che vi ha salvato la pelle a tutti e due – prosegue Anya come se Sassassa non avesse aperto bocca. - Dovresti ringraziarmi per essertela cavata con un livido sulla guancia. A proposito: si può sapere che cosa volevano quelli da voi?

-          Ma non lo so – protesta Capelli Arancione – So solo che stavo parlando con te di quegli scherzi idioti che fa il mio ragazzo, poi tu sei andata non so dove…

-          Volevo buttare la gomma da masticare nel cestino dei rifiuti – spiega Anya indicando il bidone all’angolo della strada – I coperchi dei cassonetti sono così luridi che non li volevo toccare.

-          Da quando sei diventata così schizzinosa? – chiede Hallie e siccome mi sembra che si sia piuttosto smontata trattengo il fiato in attesa dell’imminente  trasformazione.

-          E’ diventato tutto buio, ho sentito che c’era qualcuno, mi sono girata e in quel momento mi hanno colpito. Allora ho cominciato a gridare, ho gridato e ho gridato e ho corso e a un certo punto mi sono scontrata con questo essere qui…

-          Mi chiamo Sassassa, signorina.

-          … questo essere qui che ringhiava come un cane arrabbiato.

-           Mi ha camminato sui piedi con i tacchi! Prima quel ragazzo lì sbuca dal nulla e mi fa venire un mezzo accidente perché mi si accascia praticamente fra le braccia. Poi dei pazzi con delle spade mi buttano per terra come se non mi avessero nemmeno visto, la signorina comincia a gridare come se la stessero scannando, io mi rialzo e lei mi cammina sui piedi con quei tacchi lì! – si giustifica il demone Sfrayano con una punta di imbarazzo. Tutti d’istinto portiamo lo sguardo sui piedi della ragazza, che effettivamente porta un paio di scarpe color argento a punta con  tacchi affilati come lame.

-          Ma come fai a camminare su quelle cose? –

 si informa Hallie con sincero interesse e io impreco dentro di me perché mi rendo conto che per guardare le calzature di Capelli Arancione ho mancato per l’ennesima volta l’attimo fuggente – quello in cui la carnagione di Halfrek è tornata rosea e vellutata come una pesca, la cresta si è appiattita, i suoi occhi hanno ripreso la forma tondeggiante, le sue iridi sono ridiventate castane e i suoi stupidi ricciolini si sono abbassati di dieci centimetri. Maledizione, non ci riuscirò proprio mai?

-          Qualcuno di voi ha la macchina, per favore?– chiede la ragazza – Siamo venuti  con degli amici, ma non so  dove  siano adesso

-          Io non so guidare l’automobile – dice Hallie, lasciando intendere che sa guidare qualcos’altro. Aerei, carrozze, calessi, tram… chi può dirlo.

-          Non ho mai avuto un’automobile – dice Sassassa

-          A me l’ha rubata qualche bastardo – dico io anche se dovrei forse aggiungere qualche bastardo che non sa distinguere un’automobile da un triciclo.

-          Hai qualche idea su cosa ti piacerebbe succedesse al ladro? – mi chiede subito Hallie.

Facciamo tutti finta concordemente di non aver sentito.

            - Io so guidare – afferma Anya orgogliosamente mentre Halfrek gesticola per farci capire che non è vero – però al momento non ho una macchina.

Non fosse per quel povero disgraziato che rischia di morire dissanguato sull’asfalto mi verrebbe da ridere: eccoci qui, in California, lo stato più motorizzato del paese più motorizzato del mondo, tre esseri umani e tre demoni e non abbiamo un’automobile in sei. Green Peace dovrebbe farci un monumento. 

Con perfetto tempismo il poveraccio sull’asfalto sceglie questo momento per emettere un lamento. Lo guardo meglio per capire come sta, e francamente non mi sembra molto in forma: però non ci sono coltelli che spuntano dal costato, soltanto una brutta camicia scozzese inzuppata di sangue. Probabilmente non si riuscirà a salvare nemmeno quella. Forse si potrebbe tentare con acqua fredda e ammoniaca, ma poi resterebbe il buco. O il taglio.

 Il giovanotto, che non sarebbe pallido in condizioni normali perché è un ispanico con la pelle olivastra e folte sopracciglia nere, in questo momento ha un colorito verdastro che fa una certa impressione. Non so molto di pronto soccorso – solo quelle quattro nozioni di base che ho imparato con gli scout – ma anche quel poco è abbastanza per dire che starcene qui a cincischiare intanto che il sangue di questo povero disgraziato gocciola sul marciapiede non è una grande idea. Del resto non abbiamo nemmeno qualche vampiro qui – con anima o senza – che se ne possa avvantaggiare. Non so agli altri, ma a me viene anche un po’ da vomitare.

-          Bisognerebbe chiamare un’ambulanza – azzardo alla fine.

Spero solo che l’amico di Capelli Arancione, qui, abbia un’assicurazione sanitaria migliore della mia. Ripensandoci, non ci vuole molto, dal momento che io un’assicurazione sanitaria non ce l’ho proprio.

-          Il mio cellulare è scarico – si dispera Capelli Arancione.

Cristo, che brutta serata che ha passato questa qui. Non so se i demoni della vendetta utilizzino i telefoni cellulari, quello che so è che io non ho più credito sul mio.

-          Che cos’è un cellulare? – si informa Sassassa.

Fortunatamente prima che cominciamo col secondo atto dello show sui sei personaggi che non avevano ancora scoperto le comodità dell’epoca moderna, un telefonino compare come per miracolo dalle ombre della notte. Faccio un balzo perché qualcuno me lo ha messo proprio sotto il naso e tra orecchi doloranti, giovanotti che si dissanguano ai miei piedi  e demoni della vendetta con la cresta e senza, stasera mi sento particolarmente nervosa.

-          Volete chiamare un’ambulanza? Che cosa è successo? – chiede una voce col timbro da basso e l’inconfondibile accento texano.

Nonostante il mio infelice soggiorno a Houston non ho niente contro i texani – basta che non siano imparentati con me. Monsieur Alexandre non era texano nemmeno lui; e nemmeno francese, se è per questo, ma dove avesse imparato a parlare in quel modo non sono mai stata capace di scoprirlo.

Una mano bianca, lentigginosa e alquanto callosa mi tende un modello dozzinale di telefono cellulare, io lo prendo e compongo il 911, poi alzo lo sguardo ad incrociare quello del giovanotto del bar. Alcuni uomini ci guadagnano ad essere visti da vicino. Altri no. Di solito quelli che hanno la pelle arrossata dal sole e dal lavoro all’aria aperta, gli occhi d’un azzurro slavato e le ciglia quasi bianche rientrano nella seconda categoria e questo esemplare non fa eccezione. Però ha una bella voce ed è ricomparso al momento giusto, che è molto più di quanto si possa dire del mio appuntamento medio, e anche se non sembra per niente il mio tipo, quanto piuttosto il tipo che potrebbe cantare una vecchia canzone country accompagnandosi con la chitarra intanto che una bella bisteccona di manzo si cuoce sulle braci, non mi sta guardando come una bestia rara solo perché ho una minuscola lametta appesa alla catenina, porto i jeans aderenti e i miei  occhi sono completamente contornati con l’eye-liner.

Sempre che  il trucco abbia tenuto come spero perché non vorrei proprio avere l’aspetto che ha in questo momento Capelli Arancione.

Quando comincio a balbettare in risposta alle domande che l’operatore del 911 mi fa con voce al tempo stesso sollecita e distaccata,  Anyanka sbuffa e mi strappa di mano il telefono senza molti riguardi procedendo a richiedere l’intervento del Pronto Soccorso in modo spedito e preciso, fermandosi solo per chiedere a Capelli Arancione come si chiama lei e come si chiama il ferito – nell’ordine Susan Finnegar e Gregorio Morales o qualcosa del genere. Non sono nemmeno di Sunnydale, infatti ero sicura di non averli mai visti prima.

Io guardo il texano che guarda Anya che parla al telefono e cerco senza successo di formulare nella mia testa una frase per chiedergli in modo educato dove diavolo era andato a finire senza che mi risponda di farmi i fatti miei. Certo che uno che scompare nella notte di Sunnydale e ricompare dopo un po’ senza un graffio suscita qualche sospetto; soprattutto quando tutti gli altri umani in circolazione sono stati o picchiati o feriti. D’altra parte non solo non è un vampiro ma ha anche i calli sulle mani – e se c’è una cosa che solitamente manca ai malvagi, che siano demoni o meno, è proprio l’abitudine a un sano lavoro manuale.

Halfrek chiede a Sassassa se per caso conosce certi demoni Sfrayani che ha incontrato una volta a una partita di caccia in campagna. Anche se lo dice esattamente come se si trattasse di una di quelle stupide cacce alla volpe che fanno gli inglesi quando si mettono le giacchette rosse e quei buffi cappelli in testa chissà perché sono sicura che la preda non fosse una volpe. E non credo nemmeno di voler sapere che cosa cacciassero di preciso, tantomeno se quel cosa non fosse invece da intendersi come un chi. Il mio amico texano fissa il povero Sassassa come se fosse un fenomeno da baraccone e ho paura che da un momento all’altro cercherà di strappargli il naso a palla con l’unica narice e tutto per cercare di scoprire che cosa c’è sotto; non fosse per Sassassa saremmo quattro graziose ragazze –  insomma, Anya è sicuramente molto graziosa, io e Hallie  passabili mentre questa Susan bisognerebbe almeno vederla con meno lacrime e meno trucco spampanato per la faccia prima di poterlo dire -  e due giovanotti, ma anche se io fossi dotata della fervida fantasia degli amministratori di Sunnydale in questo campo – e non lo sono - troverei difficile sostenere che il demone sia qualcosa di diverso da quello che sembra, cioè una grossa creatura soprannaturale con la pelle blu, il pelo bianco e una narice sola.

Nel frattempo Anya chiude la comunicazione,  restituisce il telefono al nostro amico texano e chiede chi resta qui ad aspettare l’ambulanza. E’ una di quelle domande che sottintendono un finale alla “io no di certo”.

-          Scusa – dice il texano a Sassassa – ma tu…

-          Vorrei restare – equivoca  Sassassa  – ma sono già molto in ritardo.

Non dice in ritardo per che cosa, lungi da me volerlo trattenere qui finché nel suo mondo non sorge la luna o qualsiasi altra cosa determini la sua trasformazione in una bestia feroce e sanguinaria; anche se con ogni probabilità le due ragazze del ramo vendette sono ossi molto duri da masticare anche per un demone mannaro il quartetto di fragili umani qui riunito potrebbe invece farsi del male. E non so gli altri, ma il grosso ematoma che preme sopra il mio orecchio mi basta e mi avanza.

Poiché nessuno degli astanti sembra ansioso di trattenere il demone Sfrayano dal riprendere la sua passeggiata serale, egli si congeda cortesemente, augura al ferito una pronta guarigione e mi strizza di nuovo l’occhio prima di sparire nella notte come una grossa macchia bianca in dissolvenza. Mi sa che mi sono fatta un altro amico dalla parte sbagliata del confine tra demoni e umani.

-          Non possiamo mica lasciarla qui da sola – dico io indicando Susan o come si chiama – Chissà quanto tempo ci metterà l’ambulanza ad arrivare.

Il suo amico non ha perso di nuovo conoscenza ma soffre molto e lei gli tiene la mano sussurrando la solita litania di confortanti falsità che si dicono in questi casi, tipo “vedrai, non ti faranno male” “ti rimetterai presto” “ma no, che non stai per morire”.

-          Io sono un demone della vendetta, non un’assistente sociale – dichiara Hallie dando mostra della solita comprensione per i problemi degli altri.

-          E io devo ancora andare a vendicare qualcuno, stasera, perché questo lavoro qui non è andato tanto bene – spiega Anya con una punta di rammarico.

-          Si è preso una coltellata, non ti basta? – azzardo io cercando di farmi bella davanti agli occhi del texano, così magari si fa l’idea che sono una tipa tosta e anche caritatevole.

-          Beh, sì… - ammette Anya.

Se non sapessi come ragionano i demoni della vendetta, potrei quasi credere che non le dispiacerebbe potermi dare ragione.

-          Sì, ma non l’ha presa per merito tuo – precisa Halfrek severamente – Però non ti devi demoralizzare: adesso torniamo dentro e cerchiamo di raddrizzare la serata.

Più la conosco e più mi ricorda una maestra. Anya sembra sul punto di protestare ma poi cambia idea e segue docilmente l’amica; però le sento discutere mentre si allontanano.

Restiamo io e il giovanotto rosso. Finalmente soli, per così dire.

-          Mi fermerei volentieri, ma la mia cuginetta ha bisogno di me. Ha solo sedici anni e mi ha telefonato  perché si è spaventata quando dei malintenzionati hanno cercato di entrare in casa dal terrazzo. Credevo anzi che fosse venuta qui a cercarmi, ma invece si è rifugiata in casa di una compagna di scuola.

 Mi guarda imbarazzato, da bravo cavaliere che non sa tra quale damigella in pericolo scegliere: si vede proprio che non è un mio concittadino. In quanto a me, posso forse competere in bisogno di protezione con una ragazzina di sedici anni? Di Buffy Summers, che alla stessa età aveva già fatto fuori un leggendario vampiro capostipite di una dinastia di vampiri con la quale persino Spike deve avere qualcosa a che fare, ce n’è una per generazione, o almeno così mi dicono.

-          Saggia ragazza – commento perciò  – le strade di Sunnydale sono pericolose durante la notte.

-          Già, vedo. Io di solito lavoro in campagna perché faccio impianti di irrigazione, quindi non so bene come vanno le cose in città, ma avrei creduto che una cittadina come questa fosse un posto tranquillo.

-          A volte lo é.

-          Mi spiace lasciarti qui da sola con questi due. E’ così strano che ci siano in giro contemporaneamente bande di ladri che entrano nelle case e gente armata che ferisce i passanti…

-          Strano e anche preoccupante – concordo – Ma un po’ ci siamo abituati.

-          Amanda mi sta aspettando. Se almeno mia zia fosse ancora viva… Quella famiglia che l’ha in affidamento francamente non mi sembra un granché. Se fossi sposato, la farei venire a vivere con me.

Vorrei chiedergli se è per questo che si fa abbordare dalle ragazze nei bar, per trovare una moglie disponibile a prendersi in casa la cuginetta sedicenne senza famiglia. Francamente, non so proprio se il Bronze sia il posto ideale in cui incontrare la donna giusta.

-          Beh, non ti preoccupare. Probabilmente quelli del Pronto Soccorso saranno qui a momenti.

-          Sicuramente. Allora vado. Resterò ancora in città per qualche giorno, magari ci incontreremo ancora. Uhm, mi chiamo Thomas. Non Tom o Tommy o…

-          Thomas. Ho capito.

Io gli dico di chiamarmi Taylor  e ci stringiamo la mano come due scemi sotto il lampione. Un livido sopra l’orecchio, una Coca Cola gratis e una nuova conoscenza: tutto sommato, mi sono capitate serate peggiori.

E la mia fortuna non è ancora finita perché probabilmente Thomas non è ancora arrivato in fondo alla strada che comincio già a sentire la sirena dell’ambulanza.

 

 

 

 

CAP. 3 – DANNATI DONI

 

“E che fatica andare avanti e non sapersi arrendere,
fingendo d’essere fra i tanti che fanno vuoto a perdere,
poi sostenere un’altra volta che l’uomo può anche vivere,
trovare il tempo per giocarmi la vita che ho da spendere”

Ottantasette di P.A. Bertoli

 

 

DISCLAIMER E RINGRAZIAMENTI: in testa al primo capitolo.

 

Il secondo capitolo si svolge subito dopo Bring on the Night e non contiene spoiler.

 

 

E’ cosa risaputa che a Sunnydale il periodo natalizio, con le sue lunghe ore di buio e la sua ressa di umani distratti dallo shopping e resi imprudenti dai loro propositi di buona volontà, coincide con l’epoca di massima attività demoniaca.

I vampiri in particolare a dicembre amano uscire presto la sera e rientrare tardi la mattina, dopo una lunga e operosa notte di massacri; ma  persino le creature a cui la luce del sole non dà nessun fastidio preferiscono nascondersi nelle ombre della sera e approfittano volentieri delle maggiori occasioni di vita all’aperto che la stagione offre.

Così per un motivo o per l’altro tutti i demoni di Sunnydale hanno poco tempo da perdere in tinture e permanenti e di conseguenza gli affari al salone languono.

E questo è anche l’unico motivo per cui la mia padrona mi ha permesso di iniziare il lavoro più tardi dal giovedì al sabato consentendomi così accettare un impiego part-time in centro da Stevens & Stevens.

Così per quattro pomeriggi alla settimana mi si può trovare dietro il banco della profumeria, intenta a vendere creme e belletti a una clientela almeno in apparenza completamente umana armata del mio migliore sorriso e di un grazioso cappellino rosso con un campanellino in cima che tintinna ad ogni mio movimento.

Sembro proprio un piccolo felice folletto di Babbo Natale, ma non importa: se questo servirà come spero a farmi trovare l’acconto per prendere in affitto un piccolo appartamento tutto per me sarei disposta anche a cantare Jingle Bells sgambettando sul bancone. E sarò eternamente grata a Clem, la mia privata agenzia di collocamento, che mi ha trovato anche questo lavoro.

Almeno non sono allergica al tessuto del cappello come la mia collega, poverina, che ha starnutito tutto il giorno peggio di Sassassa post attacco mannaro e a quest’ora ha ormai gli occhi più rossi del cappello.

- Hai provato a lavarlo con acqua e aceto? Magari sei allergica all’amido con cui lo fanno stare tutto ritto così…

- Mia madre le ha provate tutte, tranne la benzina naturalmente perché sono allergica alla benzina. Dev’essere proprio il tessuto.

- A me sembra nylon o qualcosa del genere; e tu non sei allergica ai collant o alla biancheria intima o…

- Beh, alle calze no. Ma avevo un reggiseno blu che mi faceva venire l’orticaria. – Sophie si ferma per starnutire ed asciugarsi gli occhi.

-C’è una cliente. Etciù. La sai una cosa? Quei ragazzini là davanti al profumo in offerta non mi pagano l’occhio, Tula. Non vorrei che sgraffignassero qualcosa.

- Allora corri a spaventarli con una raffica di starnuti, Sophie: qui ci penso io. Buona sera, signorina, posso aiutarla?

La cliente è giovanissima, poco più di una bambina, ed è così assorta a contemplare le confezioni regalo di Max Factor nella vetrina sotto il banco che sussulta nel sentire la mia voce.

Mi guarda con grandi occhi azzurri che nel giro di un paio d’anni faranno girare la testa a più di un uomo e mi sorride con un dolce sorriso che farà venire ai medesimi di cui sopra una gran voglia di proteggerla contro le insidie del mondo.

Ha un viso graziosissimo, spiritoso e delicato, con labbra morbide e ancora un po’ infantili e una carnagione perfetta che renderebbe possibile qualsiasi trucco; e come al solito mi sembra di averla già incontrata da qualche parte.

-          Io… stavo cercando un regalo per mia sorella.

Nemmeno questo tono vagamente lamentoso mi suona nuovo.

-          Avevi in mente qualcosa di preciso?

-          No, ma credo che una di queste cose qui faccia sempre piacere a una ragazza, no?

Cerca di non darlo a vedere ma anche lei mi scruta di sottecchi come se stesse cercando di far combaciare la mia faccia con un nome. Non le sarà facile vedendomi con questo cappello e il vestito di compromesso – come lo chiama il direttore – cioè i jeans classici e la camicetta verde bottiglia che ho accettato di indossare al posto del mio solito completo in nero totale: lui avrebbe voluto che mettessi una gonna verde, un gilet rosso e una camicia bianca o qualcosa di altrettanto vistosamente natalizio. Ma poiché avrei dovuto vestirmi a spese mie, non ha insistito più di tanto e alla fine si è accontentato che rinunciassi al nero integrale. Mi sento nuda, anche se la vicina vedendomi uscire oggi mi ha guardato  quasi con aria di approvazione e ha persino risposto al mio saluto con quello che poteva passare per l’inizio di un sorriso.

-          E non sono solo molto belli, sono anche prodotti molto buoni. – la incoraggio io.

-          Ma ha già tante cose del genere…

Esitante.

-          Allora devi prendere una novità per essere sicura. Guarda, ad esempio quella confezione lì a 45 dollari è nuovissima, l’hanno fatta apposta per questo Natale. Crema colorata e fard coordinati.   Tua sorella ha la tua stessa carnagione?

-          Lei è meno chiara di me. I suoi capelli sono più biondi, però.

-          Ci sono anche quegli astucci di ombretti e matite, quello ad esempio è proprio carino, secondo me.

Ragazzina molto graziosa, alta e sottile, con occhi a mandorla e lunghi capelli chiari, lisci e lucenti come seta. Con una sorella maggiore più bionda e probabilmente tinta. Dove ci saremo già incontrate?

Apro la vetrina, dispongo gli articoli sul ripiano mettendo in evidenza quelli più costosi, come mi hanno insegnato, e procedo ad illustrarle le caratteristiche di ciascun prodotto. Non sarò un granché in quanto a tecniche di vendita ma qui sono nel mio elemento e non temo confronti – del resto é proprio per questo che ho avuto il posto. Quando mi sono presentata per il colloquio il direttore aveva già cominciato a guardarmi storto ma come ho preso a snocciolargli nomi, marche e prestazioni gli è gradatamente comparsa in viso un’espressione di meraviglia mista a un certo rammarico, come se riconoscesse anche se di malavoglia la necessità di dare questo lavoro proprio a me.

-          E’ che non vorrei prenderle niente di troppo pretenzioso, capisci? Non stiamo facendo molti preparativi natalizi, quest’anno.

Questo per quanto mi riguarda fa guadagnare punti alla mia cliente: non per sputare nel piatto in cui spero di mangiare, ma tutta questa frenesia natalizia non mi ha mai convinto.

-          Beh – dico – un regalino così fa sempre piacere. Non è come se le  regalassi una fiammante macchina sportiva.

-          Dio mio, no. Del resto, lei va quasi sempre a piedi. Per fortuna.

-          Anch’io, da quando mi hanno rubato la macchina. Dicono che sia un’abitudine molto sana. Guarda questa confezione: ha un piccolo grazioso Babbo Natale sul coperchio.  E’ festoso senza essere eccessivo. 

Brava, Tula, bella scelta di aggettivi: festoso senza essere eccessiva. Bisogna proprio che questa me la tenga a mente.

-          E’ così preoccupata, non so nemmeno se sia accorta che è quasi Natale.

-          L’associazione commercianti ha fatto le cose in grande, quest’anno: bisognerebbe essere ciechi per non… - mi mordo le labbra perché mi è venuto in mente all’improvviso che questa misteriosa preoccupata sorella che va a piedi potrebbe proprio essere cieca.

La cliente si accorge della mia esitazione e sorride

-          No, è solo che c’è una persona che vorrebbe aiutare e non sa come fare e così… In questo astuccio qui c’è anche il mascara?

-          Sì, eccolo. Ed é anche molto buono, cosa che non sempre può dirsi dei prodotti delle confezioni regalo.

-          Questi ombretti mi sembrano un po’ troppo sul verde… Non so se starebbero bene a mia sorella.

-          Il verde è un colore un po’ difficile, soprattutto per le bionde.

Guardo la ragazza, chiedendomi se userei un po’ di verde scuro sulla palpebra per mettere in risalto quegli occhi azzurri: sono incerta, non so, magari se avesse un vestito verde acceso… Ma poi perché mai qualcuno dovrebbe vestirsi di verde acceso, per amor del Cielo?

Ed ecco che mi torna in mente: la sorellina della Cacciatrice, la ragazzina a cui Spike mi ha presentato non appena siamo entrati nel salone in cui si sarebbe dovuto tenere il ricevimento di nozze di Xander Harris.

- Tu sei…, aspetta, Dawn Summers, giusto? Ci siamo incontrate l’anno scorso al matrimonio di Harris. Tu eri una delle damigelle. Cioè, lo saresti stata se…

-          Ma certo, tu sei la ragazza che Spike ha portato al matrimonio. Siamo anche state presentate, mi sembra. Scusa se non ti avevo riconosciuto.

-          Non ti avevo riconosciuto nemmeno io: senza il vestito da damigella sembri diversa.

-          Vuoi dire che non sembro un cespo di insalata – ride lei, poi piega la testa da un lato per guardarmi bene – così tu sei l’appuntamento di Spike.

-          Veramente di solito è lui ad essere il mio appuntamento – ribatto io e davanti alla sua espressione interrogativa chiarisco – Nel senso che sarei la sua parrucchiera: sono io che gli faccio i capelli.

-          Un mistero che si svela, finalmente. – dice Dawn Summers – Pensa che quand’ero più giovane e ingenua, lui sosteneva che i suoi capelli crescessero in quel modo da soli. Come sono in realtà?

-          Mi dispiace, segreto professionale. Ma ormai dovresti poterlo vedere da sola: è parecchio che non viene da me.

Ora Dawn mi sembra a disagio: stringe le labbra e non mi guarda negli occhi, come se stesse cercando di decidere se mettermi o meno a parte di qualcosa che lei sa ed io evidentemente no.

-          Lo hai visto di recente, immagino – insisto.

-          Non tanto di recente, veramente.

-          Ma non ha lasciato Sunnydale? Lo avrei saputo se avesse lasciato Sunnydale.

-          No.

-          Senti, io e Spike… potremmo dire che siamo amici, in un certo senso. Mi ha salvato la vita un paio di volte e io gli sono grata. Se sta male di nuovo o se… insomma, mi sentirei in dovere di dargli una mano.

Dawn sospira e guarda la trousse che stava valutando, quella con il piccolo Babbo Natale sul coperchio.

-          Se è per quello, ha salvato la vita un paio di volte anche a me. Ma poi sono successe delle cose e adesso non siamo più amici.

Solleva lo sguardo e mi dice con improvvisa franchezza:

-          E’ nei guai, se lo vuoi sapere. E per una volta, non è nemmeno colpa sua.

-          Che cosa gli è successo?

-          Dei… dei delinquenti hanno fatto una razzia in casa nostra, qualche settimana fa. Hanno distrutto tutto e beh, hanno portato via Spike.

Dei delinquenti? Sarà stata una grossa banda di demoni o magari saranno stati quei sinistri figuri senza occhi che andavano in giro ad affettare la gente con le spade la sera che incontrai Thomas. Ma se la piccola Summers che è nata e cresciuta nella stessa casa della Cacciatrice preferisce parlare di delinquenti, chi sono  io per obiettare?

- Aspetta: è Spike la persona che tua sorella sta cercando di aiutare ma non ci riesce, vero?

All’improvviso mi si rivela in tutta la sua chiarezza la gravità della situazione: la Cacciatrice non riesce a salvare Spike dal guaio in cui si trova. Non è che non voglia, è che proprio non ci riesce. Buffy Summers non riesce ad avere la meglio sugli spadaccini accecati o su un qualche altro cattivone che le ha devastato la casa e le ha portato sotto il naso il suo vampiro addomesticato.

Questa non sono  buone notizie sotto nessun punto di vista.

Stiamo a fissarci imbarazzate senza avere nient’altro da dire finché lei abbassa la testa in una muta risposta affermativa e dice:

-           Credo che dopotutto seguirò il tuo consiglio e prenderò questa trousse col piccolo Babbo Natale. 

So già che non mi dirà nient’altro, anzi probabilmente si sta rimproverando per avermi lasciato capire più di quanto volesse: George diceva sempre che rispetto agli amici della Cacciatrice i picciotti della mafia non sono che degli instancabili chiacchieroni.  Del resto che cosa potrebbe dirmi? Che potrei non rivedere mai più Spike vivo o per la precisione non-morto? Che a Sunnydale la gente scompare facilmente e difficilmente fa ritorno? Tutte cose che sappiamo già molto bene entrambe.

-          Le piacerà. Vuoi un pacchetto regalo? Te lo posso fare intanto che vai a pagare alla cassa.

Il direttore, che sta passando di qui proprio in questo momento, mi dice di aver mandato Sophie a casa prima  e scorta personalmente la piccola Summers verso la cassa. Sarà che a Natale siamo tutti più buoni, ma credo proprio di aver visto balenare l’ombra di un sorriso tra i quarantaquattro denti da squalo del signor Wilkins.

 

 

Sono al salone e sto cercando di convincere una cliente ad accorciare la lunghissima frangia color stoppa che le cala sugli occhi: non so proprio come dirglielo gentilmente, ma il fatto è che quando si ha una faccia come la sua secondo me non si dovrebbe fare proprio niente per dare un ulteriore aiuto alla natura che ci ha voluto rendere tali e quali a un pechinese.

La cliente è  molto giovane in tutti i sensi, cioè vampirizzata da poco tempo quando era poco più di una ragazzina; mi dicono che il vampirismo curi molti mali – come ad esempio la tubercolosi, l’asma e le carie – ma di sicuro non rende le persone più intelligenti o più furbe di quello che erano da vive, perciò la ragazza sembrerebbe tuttora discretamente stupida e relativamente ingenua.

Anzi mi meraviglia che non si sia ancora imbattuta nel paletto della Cacciatrice o non abbia avuto la peggio in qualche scontro con i suoi simili: la fortuna dei principianti, probabilmente. Mi chiedo anche chi sia il deficiente che non si è accontentato di prosciugarla a morte ma ne ha voluto fare una piccola vampira con la faccia e l’intelligenza di un cagnolino da salotto. A sentire le leggende il sire – come dicono loro pomposamente – dovrebbe rivendicare la proprietà del nuovo rinato, ma da quello che ho visto io invece il più delle volte se ne frega come un libertino che vada in giro a seminare la sua progenie a casaccio.

Chissà dove sarà ormai la mente geniale che ha aggiunto questo bell’elemento alla nostra popolazione di vampiri e alla specialissima clientela del salone in cui lavoro.

-          Senti – le dico pazientemente – io se vuoi la frangia te la lascio, ma pensaci un attimo: ti copre gli occhi e a te invece serve vedere bene. Al buio. Con la tua supervista potenziata.

Mi guarda mettendo il broncio in un modo che porta l’effetto cane pechinese a livelli quasi inquietanti, poi riesce con evidente sforzo a mettere in piedi il solito ambaradan: le zanne, nuove e candide come nella pubblicità di un dentifricio, l’increspatura sulla fronte e gli occhi gialli. Sui quali cala come una tendina la sua stupida frangia color can che scappa.

Nello specchio alle sue spalle lei naturalmente non c’è – ci sono io, con il mio grazioso camice color prugna e il mio sorriso professionale inchiodato alle labbra e c’è la mia padrona, con un camice identico al mio anche se di una dozzina di taglie più grande, che sta osservando dall’altra parte della stanza la scena con una smorfia amichevole di approvazione sul suo cordiale faccione ammuffito.

-          Visto? – dico io.

-          Taglia. – sospira rassegnata la vampiretta con voce impastata dalla presenza di quelle zanne a cui evidentemente non si è ancora abituata.

-          Ecco… dovresti, scusa, se non ti dispiace…

-          Cosa? Oh, certo.

Con altrettanta fatica di prima la ragazza riesce laboriosamente a rientrare nella sua faccia umana e io sto prendendo le forbici pronta a tagliare prima che cambi idea di nuovo quando vedo Sassassa sulla porta.

Potrebbe benissimo essere qui per farsi tagliare i  peli che gli crescono nelle orecchie; per farsi smaltare di blu le unghie degli zamponi così sarebbero in tinta con la pelle; per tingersi il pelo della testa a righe nei colori della sua squadra del cuore. E allora perché devo pensare subito che voglia parlare con me?

Perché ho un sesto senso, ecco perché.

-          Questo signore dice di essere amico tuo, Tula mia cara. – mi dice infatti la padrona dopo aver parlottato con lui per un po’.

-          Beh, in un certo senso. – rispondo io senza sollevare gli occhi dal mio lavoro.

I vampiri reagiscono particolarmente male se li tagli. Non ho mai capito perché, visto che non rischiano certo di morire dissanguati: comunque sia,  se li tagli  quella che rischia di morire dissanguata sei tu.

Mi allontano di un passo per controllare se sono andata dritta: sì, ho fatto un buon lavoro. Un pochino ancora sulla sinistra, forse.

-          Ciao, Tarantula.

-          Sassassa. Come va?

-          Posso parlarti un minuto?

-          Non appena ho finito di ta…. Scusa, ma se fai così viene storto. – redarguisco severamente la cliente che si è girata per vedere chi mi stava parlando.

Chi è che girerebbe la testa di scatto mentre gli stai accorciando la frangia con una forbice? Solo qualcuno che non ci tiene alle pupille dei suoi occhi o che è così stupida da non aver capito che anche se lei non viene più riflessa nello specchio le leggi dell’ottica vanno avanti come al solito per il resto del mondo.

Credo proprio che la poverina non abbia mai visto un demone Sfrayano in tutta la sua vita e in tutta la sua non-morte perché trovandosi davanti  quella specie di grosso pupazzo animato ricoperto di pelo bianco sobbalza sulla poltrona e spalanca gli occhi.

Ma non è niente rispetto alla mia reazione quando sento quello che Sassassa è venuto a chiedermi. Ha chiesto molto rispettosamente alla padrona il permesso di rubare dieci minuti del mio tempo e mi ha portato da Willy, dove siamo gli unici a non bere né alcool né sangue ma solo caffè.

Nonostante sia così vicino al lavoro, non posso certo dire che sia il mio locale preferito ed anzi faccio sempre del mio meglio per girare al largo; ma devo ammettere che tra i molti e spesso discutibili talenti di Willy c’è anche quello certamente sotto utilizzato di saper fare un eccellente caffè. Inoltre gli sono simpatica e mi fa la corte: non che io voglia avere niente a che fare con questo viscido informatore doppiogiochista ma le attenzioni di un uomo vero – vero non nel senso che non si rade i peli del petto quanto nel senso del DNA  –  danno sempre un certo senso di conforto.

Qualche eone fa suo padre era amico del mio e giocavano insieme a bowling; a quei tempi Willy era un ragazzetto ancora quasi imberbe ma già trafficone, precocemente corrotto dall’aria di Sunnydale e felice di sguazzare nel pantano morale della nostra bella cittadina. 

Mi guarda con i suoi occhietti furbi mentre parlo con Sassassa e so che sta aguzzando le sue umane orecchie per ascoltare la nostra conversazione, ma con questi quattro vampiri messicani mezzi ubriachi al tavolo vicino che cantano Paloma non c’è verso che riesca a capire qualcosa.

-          Ma neanche per idea. – protesto io vivacemente per la terza volta di fila.

Sono così agitata che mi scotto la lingua col caffè troppo caldo. Sassassa mi guarda con occhi purpurei ed imploranti e fa del suo meglio per assomigliare a un grosso inoffensivo pupazzo di peluche.

-          Lo prometto: non ti darò nessunissimo fastidio.

-          Perché proprio nel mio garage? Non avevi una bella casa asciutta e non so che cos’altro dalle parti della stazione?

-          Demolita.

-          Demolita?

-          L’altro ieri sono andato a fare una gita a Los Angeles e quando sono tornato, ci crederesti?, ho trovato solo un mucchio di macerie. Per fortuna che avevo un arredo minimalista.

-          Strano: mettono dei cartelli sugli edifici prima di demolirli.

-          Davvero? Ecco che cos’erano quei manifestini che continuavo a trovare appiccicati dappertutto.

-          Senti, Sassassa, mi dispiace che tu sia sotto i ponti…

-          Non c’è un maledetto ponte in questa città. Ho dormito su un camion che puzzava terribilmente di frutta marcia. Perché qualcuno dovrebbe darsi la pena di trasportare frutta marcia da una parte all’altra, secondo te?

-          Non ne ho idea. E tuo cugino, quello che ti incatena?

Il demone scuote il testone: è così abbattuto che le orecchie mi sembrano attaccate più in basso del solito; spero proprio che sia solo un’impressione.

-          E’ a casa per un matrimonio.

-          Ottimo: così non solo vuoi venire ad abitare nel mio garage ma non hai nemmeno un guardiano che ti impedisca di entrare in casa ed ammazzarmi nel sonno quando ti trasformi, scusa la franchezza, in  una belva sanguinaria.

-          No, no, no. Non metterei mai la tua vita in pericolo. Guarda: ho finalmente trovato una cura.

Mette sul tavolo una scatolina e la apre: dentro ci sono quattro fialette di vetro piene di un liquido arancione.

-          Niente droghe nel mio locale, bellezza! –  grida subito dal suo posto Willy, che non ci ha ancora staccato gli occhi di dosso.

-          E’ una medicina, idiota. – grido io di rimando.

-          Lo conosco da molti anni – spiego a Sassassa che sembra scandalizzato dai miei modi – Dove hai trovato quella roba?

-          Me l’ha preparata una strega di qui.

-          La Rosenberg ? Avevo sentito dire  anni fa che stesse cercando una cura contro il mannarismo.

-          No, si chiama Amy Madison. Si dà un mucchio di arie ma secondo me ha trovato la formula per caso. E comunque questa roba mi è costata un occhio della testa.

-          Cribbio, se ha trovato un modo per impedire alla gente di trasformarsi in lupo mannaro farà una fortuna. Funziona?

-          Non sugli esseri umani. Funziona solo sui demoni Sfrayani e solo in questo mondo. Praticamente questa roba funziona solo su di me e quindi quella ragazza è una vera approfittatrice, ma non importa perché mi ha tolto dai guai. A proposito, posso pagarti l’affitto di quel garage.

Lascio cadere l’allusione non troppo velata al fatto che se gli facessi pagare un affitto mi comporterei come un’approfittatrice, anche se non vedo proprio perché dovrei lasciare vivere un demone nel mio garage  e per di più gratis; ma sono altre le cose che mi preoccupano al momento.

-          E chi mi garantisce che la berrai?

-          Ti sembro il tipo che è contento di andare in giro ad aggredire le persone e ad ammazzare i cani?

-          Se non te lo ricordi nemmeno.

-          Ma le implicazioni morali mi preoccupano ugual… - si interrompe osservando il mio sguardo scettico – E dove le metti quelle terribili crisi di starnuti? Mi si stava consumando il naso.

Sospiro e finisco il caffè: devo tornare al lavoro e non ho tempo di continuare a discutere.

- D’accordo, mi hai convinto; ma è una cosa provvisoria. Solo perché è Natale e siamo tutti più buoni. Ma per l’anno nuovo devi essere fuori.

- D’accordo. Grazie, Tarantula, sei un tesoro.

- Non ho finito: c’è una condizione.

-  Tutto quello che vuoi. Non devo farmi sentire da tuo padre, vero? Non ti devi preoccupare perché…

- No. Gli dirò che il pastore Bliss mi ha chiesto un favore. Tanto, non c’è pericolo che si incontrino. Gli dirò che un vagabondo dormirà per un po’ nel nostro garage e che in cambio dell’ospitalità ci farà qualche piccolo lavoretto. Perciò mi aspetto che tu tagli l’erba del prato e dia una mano di vernice allo steccato.

E che adesso mi dia pure dell’approfittatrice, se ne ha il coraggio.

 

Il giorno dopo vengono in coppia gli altri due: la strega e il bibliotecario, che detto così sembra il titolo di un filmetto giallo-rosa. Lei è la signorina Willow Rosenberg, ex-studentessa modello dell’ex-liceo di Sunnydale ed ex molte altre cose, almeno a quanto ho inteso da frammenti di conversazioni pronunciate sottovoce; lui è il maturo ma ancora affascinante signor Rupert Giles, ex-bibiliotecario e anche ex-proprietario del Magic Box, una delle numerose attività commerciali di Sunnydale che nel corso degli anni sono state chiuse dopo aver subito misteriose devastazione vandaliche. Si sarebbe quasi portati a pensare che in questa città ci sia il racket peggio che nella Chicago anni 20.

Io e Sophie stiamo approfittando di un momento di calma per riordinare le vetrinette e togliere i segni di ditate che i clienti continuano a lasciarci sopra; nel frattempo lei mi elenca tutti i fiori a cui è allergica e che pertanto non potranno essere usati al suo matrimonio, la prossima primavera. Niente rose, niente garofani e niente gladioli, restano le fresie, i tulipani e le orchidee; oppure restano i fiori di plastica, come le ha suggerito un esasperato fiorista; o magari il “niente fiori ma opere di bene” che di solito si usa ai funerali ma nulla vieta dopotutto di estendere anche ai matrimoni.

I nuovi clienti tossicchiano educatamente per attirare la nostra attenzione e Sophie dice:

- Vado io.

Mentre finisco di richiudere la  vetrinetta dei profumi francesi, sento dei tipici squittii femminili di riconoscimento e quando mi giro vedo che Sophie e la nuova venuta si stanno scambiando convenevoli e si stanno mettendo reciprocamente al corrente di quanto è accaduto di rilevante nelle rispettive vite a partire dal loro ultimo – e presumibilmente anche primo e unico – incontro. Sophie dice che questo lavoro è molto meglio di quello che aveva al fast-food ed annuncia trionfante che lei e Richard si sposeranno in aprile; Willow Rosenberg parla un po’ meno trionfalmente di un’estate in Inghilterra. So che Sophie sta glissando su alcuni eventi meno piacevoli ma forse altrettanto rilevanti, come le improvvise nozze di suo padre con una spogliarellista o lo shock anafilattico che ha rischiato di ucciderla solo il mese scorso e suppongo che la nostra strega  sia stata anche più reticente, dal momento che non ha accennato per niente al suo recente tentativo di distruggere il mondo.  Si dichiara invece deliziata di sapere che Sophie e Richard si sono fidanzati – borbottando qualcosa su “non tutto il male vien per nuocere” – e infine le presenta il signor Giles, che Sophie non può conoscere perché non ha mai frequentato il liceo di Sunnydale. Intanto che va avanti tutta questa manfrina arriva una signora grassa con due bambinetti ancora più grassi al seguito che vuole comprare delle perle di olio da bagno da regalare alla suocera mentre quello che voglio io  sarebbe solo  impedire ai due pargoletti di mettere le loro ditine appiccicose dappertutto.

-          Non so se siano una buona idea le perle, signora, soprattutto se sono per una persona non più tanto giovane: a volte le perle rendono un po’ scivolosa la vasca.

In altre parole: se  la vecchia carampana si romperà l’osso del collo non dire che non ti avevo avvertita.

Nonostante uno sguardo sognante  abbia attraversato per un attimo i suoi occhi affondati nel grasso, la mia cliente finisce con il comprare una confezione regalo di bagnoschiuma e acqua di colonia; la mando alla cassa, ripulisco con lo spray e senza farmi troppo notare le quattro manine unte che ora adornano il vetro del banco e procedo a impacchettare la merce. Sto dando il tocco finale arricciando i nastrini di carta con la lama delle forbici quando la voce di Willow Rosenberg si alza di un’ottava rispetto al sommesso chiacchiericcio intanto che Sophie le stava mostrando le confezioni regalo natalizie:

-          Che carino questo piccolo presepe sul coperchio! Chi non vorrebbe averne uno?

-          Tu perché sei ebrea -  osserva puntigliosamente il signor Giles con la sua piacevole voce ben impostata e il suo perfetto accento oxfordiano –   Buffy perché, se non ricordo male le sue esatte parole, ha detto che non vuole vedere in giro orpelli natalizi. E io perché non mi sembra affatto appropriato mettere un presepio in miniatura su una scatola di cipria.

Il signor Wilkins si avvicina al banco e mi sibila:

-          Credevo che fossimo rimasti d’accordo che non ti saresti vestita di nero per venire a lavorare.

-          Non è nero: è grigio scuro – protesto io sottovoce aggiungendo un festoso “Auguri” a beneficio della signora grassa che è venuta a ritirare il suo pacchetto.

Oggi indosso un paio di jeans di un grigio così scuro da rendere assolutamente comprensibile l’errore del signor Wilkins e una canotta che più nera non si può ma che nelle mie intenzioni la camicia grigia avrebbe dovuto nascondere quasi completamente.

Il direttore mi guarda accigliato – devo dire che se è inquietante quando sorride, da accigliato non è tanto meglio.

-          E poi ci sono dei ghirigori d’argento sui polsini della camicia – insisto io – dei ghirigori molto natalizi. Davvero.

E srotolo una delle maniche  per farglieli vedere: si tratta in realtà di un girotondo di piccolissimi teschietti molto graziosi ma potrebbe benissimo passare per una ghirlanda di agrifoglio e io confido sul fatto che il signor Wilkins sia leggermente presbite.

E non sbaglio.

- Così può andare – ammette infatti rabbonito – Ma non tenere le maniche arrotolate: sembri così… luttuosa.

- Ma fa un caldo infernale.

Il signor Wilkins fa una risatina che dire diabolica è usare un eufemismo e prima di andare a tormentare qualcun altro mi lascia di sasso rispondendomi:

-          Siamo a Sunnydale. Che cosa ti aspettavi per Natale, la neve?

Forse tutto sommato Sophie ha ragione e il nostro direttore non è tanto presbite quanto malvagio.

Il magazziniere – un giovanotto misterioso e taciturno che secondo me o sta scrivendo un romanzo nel suo tempo libero o sta meditando di farci tutti quanti a pezzi con un’accetta e di nascondere i nostri resti negli scatoloni vuoti – sbatte poco cerimoniosamente una pila di scatole sul banco davanti a me e resta immobile a  guardarmi in silenzio  tenendo  in mano un documento di trasporto lungo come un lenzuolo che si trascina sul pavimento. Non so esattamente che cosa voglia e  poiché non sono la commessa titolare del reparto ma solo un aiuto stagionale non è nemmeno previsto che lo sappia. Inoltre questo ragazzo mi innervosisce e meno tempo passo a fissarlo negli occhi da pazzo e a chiedermi che cosa gli stia frullando in testa meglio é, pertanto mi limito a chiamare Sophie e a passarle la patata bollente.

-          Scusate tanto ma con queste consegne dell’ultimo momento non ci si capisce più niente. Tula, lascia stare che ci penso io. Sostituiscimi tu con questi signori. Eccomi, Paul, un minuto e sono da te. –

cinguetta subito Sophie, che esattamente come Clem é  sempre  pronta a pensare il meglio di chiunque ed è infatti l’unica di tutto il personale a ritenere che il magazziniere sia solo un po’ timido.

-          Paul – la sento dire – Lo sai che non devi venire a portarmi la merce quando ci sono dei clienti.

Ahia, l’ha rimproverato: scommetto che quando sarà il momento Paul farà il suo corpo a pezzetti più piccoli di quelli di chiunque altro di noi.

E così sfuggo a un potenziale maniaco omicida per ritrovarmi invece davanti alla graziosa rossa con l’aria da brava ragazza che mi dicono sia stata sul punto di farci sprofondare tutti quanti nel nulla meno di un anno fa.

- Avete visto qualcosa che vi piace? – chiedo professionalmente affabile.

Ovviamente hanno messo gli occhi sulla identica confezione regalo che ha preso ieri Dawn Summers, quella festosa ma non eccessiva col piccolo Babbo Natale. Qui mi si pone un problema di deontologia professionale, perché se nulla mi autorizza a farmi i fatti loro, resta pur vero che non è bello vendere due regali identici che finiranno con tutta probabilità sotto il medesimo albero.

D’altra parte Willow Rosenberg è una di quelle clienti perennemente indecise che prima ti fanno tirar fuori articoli a dozzine e poi se ne vanno senza aver comprato assolutamente niente lasciandoti col banco carico di roba da metter via. Nel giro di dieci minuti ha già cambiato idea dieci volte e poi è di nuovo tornata a prendere in considerazione la stessa scatola di cipria con il presepe sul coperchio che non piace al signor Giles.

La presenza di un uomo al fianco di una cliente indecisa può a seconda dei casi essere considerata una fortuna, perché il disgraziato accompagnatore potrebbe convincerla a scegliere una cosa qualsiasi solo per andarsene; o un’aggravante della situazione perché il disagio del suddetto accompagnatore può arrivare a un  punto tale da portare il pover’uomo – di solito adducendo pretesti come la scadenza del parcheggio o inesistenti appuntamenti d’affari –  a trascinarla fuori dal negozio praticamente di peso proponendo alternative classiche quali un mazzo di fiori o una scatola di cioccolatini; e nel peggiore dei casi può anche sfociare in una lite furibonda davanti all’imbarazzatissima commessa, come è successo proprio a Sophie settimana scorsa.

All’inizio il signor Giles si limita a osservare il comportamento della giovane strega con quello che si potrebbe definire paterna indulgenza, lasciando cadere qua e là frasi come “Se ti sembra una buona idea, Willow, allora prendilo pure” ma in seguito una certa impazienza comincia ad affiorare nel suo contegno tipicamente flemmatico.

-          Credo che dovremmo arrivare ad una decisione; e non vorrei sembrare scortese  ricordandoti che siamo attesi.

-          Ha proprio ragione, signor Giles – sospira Willow e poi si volta e sorride a me in modo che se avessi i suoi stessi gusti troverei adorabile.

Anzi, a dir la verità lo trovo adorabile anche se non condivido le sue preferenze sessuali.

         Senza contare che stiamo tormentando questa povera ragazza.

         E’ il mio lavoro. E qualche volta scegliere il regalo giusto è difficile.

         Ed è esattamente il motivo per cui io   le avrei comprato un libro – dice il signor Giles.

- Un libro? – ride Willow – A Buffy? Oh, no. No e poi no. Sarebbe come regalare un paio di scarpe a me.

- Sarebbe forse, uhm, un regalo un po’ troppo personale quello di un paio di scarpe, non ti pare?

- Un libro – ripete Willow scuotendo la testa – Un libro per tirare Buffy su di morale. Solo a lei poteva venire in mente un’idea del genere.

- E’ un’idea da bibliotecario – osservo io mentre cerco di fare un po’ di ordine nella confusione di merce che c’è sul banco. Penso che la Rosenberg potrebbe almeno prendere una decisione su quello che sicuramente non va bene; e penso anche di sapere che cosa piacerebbe a Buffy Summers. Qualcosa mi dice infatti che in qualità di cittadina di Sunnydale mi convenga tenermi buone tutte e due – la strega e la Cacciatrice.

- Non faccio più il bibliotecario da quattro anni. Come mai…

- Mi ricordo di lei: ho fatto i primi due anni di liceo alla vecchia scuola. Quella che andò distrutta.

- Oh, ecco…

- Non si ricorda di me, vero? Non mi meraviglia: non era molto facile prendere a prestito un libro in quella biblioteca. Del resto, avevate altre cose a cui pensare – replico io tranquillamente.

Mi guardano tutti e due come se mi fosse cresciuta una seconda testa. Non ho mai esattamente capito questa loro passione per la segretezza – senza contare che dopo la battaglia della cerimonia del diploma era un po’ difficile pensare che gli studenti che vi avevano partecipato non si lasciassero sfuggire qualcosa.

-          Avremmo dovuto essere tutti sordi e ciechi per non capire che costa stava succedendo. In fondo le hanno anche regalato un ombrello alla… a Buffy Summers, voglio dire. La nostra protettrice e via dicendo. E a proposito, visto che il regalo è per lei, vorrei farvi vedere questa trousse per il trucco degli occhi perché i suoi se non ricordo male sono di un nocciola dorato. Sono tutti i nuovi colori di moda quest’anno, c’è questo giallo acido ad esempio…

Mi interrompo notando che non mi seguono più: diversamente da Buffy Summers, questi due non distinguerebbero una rivista di moda da un catalogo di giardinaggio. Inoltre il signor Giles mi guarda con un certo sospetto, quasi che adesso dovesse accadere chissà che cosa solo perché ho ammesso apertamente di essere sempre stata al corrente della sua vera attività come principale collaboratore della Cacciatrice: come se la copertura della biblioteca avesse potuto ingannare qualcuno per più di dieci minuti. Tutti sapevamo: il preside di allora, gli insegnanti dal primo all’ultimo, e quasi tutti gli studenti. Ovviamente facevamo anche tutti finta di non sapere niente in uno sforzo collettivo di recitazione che definire superbo è forse riduttivo.

La signorina Rosenberg invece passa in rassegna la merce per l’ennesima volta e intanto mi guarda con la coda dell’occhio con un’espressione che non so decifrare, come se la sua mente superiore stesse valutando contemporaneamente quale regalo sia il più adatto e anche se sono inoffensiva o meno; riguardo a questo secondo punto spero ardentemente che il responso sia positivo, perché non ho idea di quello che potrebbe accadermi se mi considerasse un pericolo.

Si dice tra l’altro che quando le prendono i dieci minuti sia capace di incollarti al soffitto come un pannello termoisolante: e se devo essere sincera la sua espressione adesso mi sembra tutt’altro che adorabile.

Ma anche se non provassi verso la magia quel timore reverenziale che altrove di solito i bravi cittadini provano nei confronti della legge, prenderei queste due persone molto sul serio perché so perfettamente che questa ragazza che sembra persino più giovane di quello che è e questo beneducato signore di mezz’età che pare più inglese della regina e quasi altrettanto  folkloristico costituiscono per così dire il reparto informativo dello stato maggiore della Cacciatrice: pianificazione, informazione ed elaborazione tattico-strategica hanno sempre fatto capo principalmente a questi due. Ed è parere generale che la graziosa e misticamente imbevuta di potere Buffy Summers stia a sentire quello che costoro le dicono – beh, almeno quando non si tratta del suo abbigliamento, o della sua pettinatura; o dei suoi amori.

- Sono sicuro che questa… come si chiama? trousse per gli occhi piacerebbe a Buffy – osserva il signor Giles – E credo che dovremmo comprarle anche qualcosa per quando fa il bagno. Quelle nuove ragazze possono essere alquanto invadenti quando si tratta dei prodotti da toilette degli altri: parlo per esperienza personale.

-          Quelle nuove ragazze possono essere molto invadenti davvero – conferma Willow enfaticamente, poi mi sorride e mi dice – Sai, abbiamo in casa delle studentesse per uno scambio internazionale.

Non solo non ci credo per un attimo ma nemmeno credo che Willow creda che io ci abbia creduto: eppure eccomi rimessa al mio posto, quello del civile inconsapevole che si bea nella sua serena ignoranza degli avvenimenti.

Scambio internazionale dei miei stivali, ma chi sono io per discutere con una strega? Per il momento mi accontento di sapere che non ritiene la mia esistenza un pericolo per la sua cricca di segreti benefattori.

Alla fine li mando via con tre graziosi pacchetti: la famosa confezione di ombretti, una piccola scorta di finissimo sapone profumato e un vaso di vetro molto carino  di impalpabile talco coordinato col sapone. Il talco è il mio preferito e spero proprio che le piaccia, visto  che se potessi permettermi di acquistarlo credo proprio che farei il bagno tre volte al giorno solo per avere il piacere di usarlo; e dopo averlo avvolto in carta rossa come il sangue ho anche fatto con le mie manine un fiore di carta velina nera come la notte e l’ho appuntato con un nastrino argentato.  E se questa non è una confezione regalo adatta alla Cacciatrice, non so proprio che cosa si potrebbe pretendere di meglio.

Il tutto comincia come una normale rapina in una normale serata di scalogna, solo che quelli che cercano di rapinarmi sono tre piccoli demoni, alti poco più di un metro e mezzo, con le orecchie appuntite e la carnagione rosea: sembrerebbero elfi un po’ bruttini, non fosse per quella strana protuberanza che sporge dal centro della loro fronte – una via di mezzo tra un corno floscio e una corta proboscide – e dalle pieghe di pelle che si trovano proprio dove ci si aspetterebbe invece un naso.

Per il resto sono molto simili a degli esseri umani:  arti come i nostri sia per numero che per posizione,  mani con cinque dita e unghie alquanto sporche, occhi scuri e a mandorla come li hanno gli Asiatici, lunghi capelli castani legati in treccia con l’aiuto di uno di quegli elastici rivestiti di spugna colorata che si comprano al supermercato in confezioni assortite. Particolare quest’ultimo del tutto ininfluente ma che il mio occhio professionale non ha potuto fare a meno di cogliere e passare al cervello.

E come degli esseri umani questi demoni rapinatori sembrano principalmente interessati ai miei soldi e solo in subordine a danneggiare più o meno irreparabilmente qualche pezzo della mia anatomia.

L’idea viene loro dopo che hanno constatato che il portafoglio che hanno preso dalla mia borsetta contiene moneta per circa dieci dollari, uno scontrino della lavanderia e null’altro; mentre uno dei tre controlla il portafoglio, gli altri due mi tengono ferma per le braccia e mi minacciano con dei coltellini dalla lama arrugginita che sembrano temibili più per il rischio d’infezione tetanica che per quello derivanti da gravi ferite.

In un primo momento sono più seccata che spaventata, forse perché trovo difficile avere paura di tre creature che mi arrivano si e no al mento, per quanto brutte siano e per quanto turpiloquio mostrino di conoscere.

-          Il portafogli di questa puttana di merda è più vuoto della figa di una monaca - si lamenta il demone ad ispezione avvenuta.

Non è colpa sua, probabilmente, ma ha la voce sgraziata di un adolescente che la sta cambiando e a me sembra proprio che mi stiano rapinando tre ragazzini delle medie in costume da Halloween.

-          Tagliuzziamole la faccia con un coltello a questa puttana. Tanto questa stupida troia   i soldi per i nostri dannati doni di Natale non ce l’ha – propone quello che mi tiene il braccio sinistro agitandomi il coltello sotto il naso.

Non c’è niente che mi dia più fastidio che venir insultata con gli insulti sbagliati: voglio dire, se io fossi veramente una puttana, cioè se vendessi le mie prestazioni sessuali un tanto a botta, dovrei avere più di dieci dollari nel portafogli, giusto? E allora che mi date della puttana a fare, idioti? Datemi piuttosto, che ne so, della barbona, che almeno sarebbe  pertinente.

E a proposito di soldi: ho quasi centocinquanta dollari arrotolati e infilati nella tasca dei pantaloni – un’abitudine nata non tanto dal timore di rapine quanto dal desiderio di tenere i miei soldi dove le mani di mio padre non possano  raggiungerli nell’ipotesi non troppo peregrina lo cogliesse  un insopprimibile impulso all’acquisto di alcool che non si potesse realizzare senza derubare la sua unica figlia – ma non vedo perché dovrei dirlo a questi tre delinquenti da operetta.

Il primo dei tre, quello che ha vuotato la mia borsa e che mi sembra il capo, allunga una mano e mi strappa all’improvviso la catenina dal collo facendomi un male cane, poi morde ostentatamente il ciondolo a forma di mezzaluna e fa una faccia disgustata accorgendosi che non è oro. Cribbio, quel ciondolo è viola: se non ha capito da solo che non è oro glielo potevo dire io che cosa è.  Acciaio smaltato, che un rigattiere potrebbe valutare più o meno come un pezzo di casseruola rotto. E se il demone rapinatore si è scheggiato un dente, ben gli sta.

A questo punto l’ultimo dei tre, quello che non ha ancora parlato, dimostra di essere più propenso all’azione che alle chiacchiere e alza il coltello verso la mia guancia, io mi sposto istintivamente da un lato per schivare il colpo, lui mi tira dalla parte opposta e non so come ci ritroviamo tutti e due in ginocchio e io sento caldo sulla fronte e mi rendo conto che quel suo coltellino lurido mi ha scalfito la pelle.

A questo punto mi spavento e mi metto a urlare.  I tre si mettono a urlare oscenità – sempre ribattendo sul chiodo fisso del mio supposto meretricio  – mentre mi saltano addosso tutti e tre assieme intralciandosi l’un altro per il troppo entusiasmo.

Io scalcio e mi dibatto cercando di liberarmi e mi becco un pugno sulla bocca abbastanza forte da farmi vedere le stelline per il male più una serie di colpi meno sensazionali ma non esattamente piacevoli in varie parti della faccia e del corpo.

I tre demonietti sono così scarsi nel corpo a corpo che riesco in qualche modo a scrollarmeli da dosso e col coraggio della disperazione do uno strattone alla treccia di uno,  un calcio alle parti basse di un altro e mi allontano carponi lasciando un pezzo della mia bella camicia grigia con i teschietti d’argento nelle mani del terzo.

Mi tiro in piedi e comincio a correre urlando con tutti e tre che mi arrancano dietro lanciandomi improperi poco fantasiosi; dopo un po’ smetto di urlare pensando che mi conviene tenere il fiato per la corsa, e visto che  non sono mai stata una grande praticante del mezzofondo sono piuttosto sorpresa di constatare che riesco a distanziarli con una certa facilità. Immagino che avere le gambe più lunghe sia di un qualche aiuto, ma può anche essere che questa razza di piccoli demoni sia lenta di natura. Dopo un paio di isolati sto già rallentando e tirando il fiato, facendo conto di arrivare presto alla relativa salvezza di casa mia, quando me li vedo improvvisamente davanti al primo angolo.

La sorpresa è tale che a momenti ci resto secca:  mentre filo nella direzione opposta come se avessi il diavolo alle calcagna – che poi è più o meno esattamente quello che sta succedendo – cerco inutilmente di capire come hanno fatto ma poiché mi riesce particolarmente difficile ragionare mentre corro a perdifiato rinuncio e ricomincio invece ad urlare perché ormai sono a due passi da casa e spero che mio padre mi senta e venga  ad aiutarmi.

Riesco già a scorgere il camino della casa dei Bruebacker quando il mio naso sbatte all’improvviso contro un pugno e io ruzzolo a terra trascinata dal contraccolpo e sbatto la testa sul selciato: questa volta sono meno sorpresa di prima perché una parte di me in fondo se lo aspettava, in compenso sono molto più preoccupata perché comincio a pensare che se andiamo avanti di questo passo non riuscirò mai a seminarli.

-          Corri, corri, brutta baldracca – mi prendono in giro con la loro voce prepubere – che quando ti sarai stancata di scappare ti facciamo la festa.

Non faccio in tempo a cedere al terrore perché non hanno ancora finito di parlare che vedo cambiare l’espressione delle loro brutte facce  e una grande zampona bianca entra nel mio campo visivo.

-          Ma che cosa succede, Tula cara, cosa fai lì sdraiata per terra? Forse che questi… – Sassassa fa una pausa ad effetto mentre mi rimette in piedi – signori ti hanno dato fastidio?

-          Mi hanno rubato la borsa – piagnucolo io mentre mi tasto la nuca in cerca del bernoccolo – e adesso mi corrono dietro con le loro gambette corte e tutte le volte in cui credo di averli seminati me li ritrovo davanti.

Pobabilmente miei inseguitori non hanno più tanta voglia di scherzare davanti al grosso demone Sfreyano ma l’aver io parlato esplicitamente della brevità dei loro arti inferiori – imprudenza dovuta principalmente allo stato confusionale in cui verso al momento – pare abbia rinfocolato il loro spirito combattivo, così  si buttano addosso tutti insieme al povero Sassassa menando pugni e calci là dove possono, cioè nella metà inferiore del suo corpaccione, con un particolare accanimento verso le zone universalmente più sensibili in tutte le razze di tutti i mondi.

Il mio grosso amico, che al di fuori delle particolari circostanze in cui l’ho conosciuto ha sempre dimostrato un’indole gentile e pacifica, sembra  indignato e sorpreso dalla loro reazione e tenta più che altro di scrollarseli da dosso come un orso che cercasse di liberarsi da tre cagnetti che si fossero afferrati al suo folto pelo con i loro dentini aguzzi. Mi facesse meno male la testa e non avessi il fiatone per tutto quel correre, potrei persino trovare lo spettacolo  divertente.

Sto ancora radunando come posso le mie capacità intellettive, che a quanto pare  quando ho battuto la testa hanno deciso di andarsene a spasso, per trovare un modo per aiutare il mio povero Sassassa quando il demone Sfreyano riesce ad afferrare saldamente sotto le braccia uno dei suoi tre assalitori e lo scaglia ad almeno tre metri di distanza, dove questi s’impiglia con la treccia in un tombino mezzo sollevato e resta lì ad agitare le sue braccine e le sue gambette come una tartaruga che si fosse disgraziatamente rovesciata sul dorso.

Reso baldanzoso da questo successo, Sassassa comincia a picchiare sul serio gli altri due e riesce anche a far volare via il coltello dalle mani di uno dei demonietti;  io sto guardando con un certo sentimento di rivalsa il mio paladino che sta pestando energicamente una delle sue zampone sulla testa dell’ultimo dei tre quando improvvisamente comincia a girarmi la testa come un mulinello e crollo in ginocchio sul selciato in preda a un attacco di nausea.

Contemporaneamente un nuovo suono si aggiunge ai gridolini striduli dei miei assalitori: si tratta di un cupo ringhiare che sembra provenire dalle profondità della terra ma è invece il modo in cui si annuncia la repentina trasformazione del mio amico in un grosso demone mannaro sanguinario e quasi completamente privo di raziocinio.

La sorpresa dei demonietti rapinatori a questa imprevista evoluzione della situazione è più che comprensibile; ed anche se non lo dicono immagino si stiano pentendo di aver pasticciato di nuovo con la linea temporale, evocando anzitempo la solita crisi serotina di mannarismo di Sassassa ed impedendogli di assumere la sua dose di antidoto: perché adesso si trovano di fronte a una belva enorme col pelo color bianco sporco che si butta su di loro a quattro zampe e con la bava alla bocca.

In quanto a me, sapendo che finché dura la crisi Sassassa non farà distinzioni tra amici e nemici, non mi trattengo a vedere come butta ma mi tiro invece in piedi come posso e corro verso casa con tutte le energie che mi sono rimaste sperando di mettere al più presto una robusta porta di legno tra me e il demone mannaro scatenato.

Mentre corro sbandando di qua e di là mi viene in mente che forse avrei dovuto suggerire ai tre di investire Sassassa con il getto del primo idrante che trovano per strada, ma a giudicare da come stanno urlando dubito che avrebbero avuto la possibilità materiale di seguire il mio consiglio.

Nel rientrare in casa zoppicando sono così stremata che non penso ad altro che a liberare i piedi doloranti dalle scarpe e mi dirigo ciabattando  in bagno per riempire la vasca di acqua calda borbottando tra me e me “Dio, ti prego, fai che mi sia ricordata di accendere il boiler stamattina”.

-          Taylor, che cosa ti è successo? –

Accidenti, mi ero scordata del periodo di sobrietà natalizio. Mio padre mi sta guardando con occhi allarmati dal corridoio attraverso la porta aperta del bagno, con gli occhiali da lettura sul naso e un vecchio poliziesco in mano, circostanza che da sola dovrebbe bastare a provarmi che  ha di nuovo smesso di bere perché significa che sta di nuovo attingendo alla libreria del salotto – dove sono rimasti i vecchi libri gialli della mamma – invece che alla credenza della cucina dov’è abitualmente stivata la scorta di alcolici.

Quand’ero più giovane e più ingenua commisi  l’errore di nascondere le bottiglie ma le conseguenze nefaste di iniziative del genere mi hanno persuasa da tempo a lasciarle dove stanno; così come è passata l’epoca in cui credevo ancora che i  propositi natalizi di sobrietà di mio padre  potessero durare oltre la prima settimana di gennaio.

Ma per il momento siamo ancora alla metà di dicembre, le luminarie natalizie sfavillano per le strade di Sunnydale e la buona volontà di mio padre non ha ancora cominciato a vacillare: sobrio, anzi soberrimo, esamina con occhio fermo  le tracce evidenti dello scontro di stasera sulla mia persona e sul mio abbigliamento.

-          Niente di grave, vorrei solo farmi un bel bagno – minimizzo e faccio per chiudergli la porta sul naso.

Ma dovrei sapere che quando mio padre non ha bevuto non si lascia sviare così facilmente.

-          Camicia strappata, labbro gonfio, lividi assortiti. E zoppichi. Hai avuto uno scambio di idee col tuo ragazzo?

-          Non ho un ragazzo e anche se ce l’avessi non gli permetterei di mettermi le mani addosso.

Mio padre, che da sobrio è dotato di un’eccellente memoria, alza un sopracciglio in modo significativo: va bene, è vero, ci sono stati dei precedenti, anche se non mi sembra il momento per ricordarmelo.

-  Eric era un caso clinico e ti ricordo che l’ho anche denunciato. Adesso scusa ma vorrei proprio…

-          E allora chi è stato? –

Sono troppo stanca per inventare una storia qualsiasi.

-          Demoni.

Non solo mio padre non sembra particolarmente sorpreso ma non fa nemmeno finta di esserlo; per di più non insinua che io abbia cominciato a fare uso di droghe pesanti, non minaccia di mandarmi dallo psichiatra e non mi chiede nemmeno se ho preso una botta in testa, domanda quest’ultima a cui tra l’altro non potrei che dare una risposta affermativa; ma si limita ad entrare in bagno, e si siede sul bordo della vasca come se si aspettasse un prolungamento di questa conversazione.

-          Demoni come? – mi chiede.

Lo aggiro per aprire il rubinetto dell’acqua e mettere il tappo, tanto per chiarire che presto dovrà andarsene e lasciarmi sola in ogni caso, che le mie risposte gli siano piaciute o meno.

-          Demoni con le orecchie appuntite e il naso al posto della fronte e viceversa. Brutti, piccoli, con un brutto carattere. Ma soprattutto capaci di manipolare il tempo.

-          Manipolare il tempo come in Ritorno al futuro? – mi chiede mio padre tutto serio dopo  averci pensato un po’.

-          Più manipolare il tempo come in Un attimo prima ero là adesso sono qui e ti do un pugno in faccia. Io continuavo a scappare ma loro riuscivano sempre a starmi davanti.

-          Quanti erano?

-          Tre. Grandi più o meno come un ragazzino di dodici anni.

-          Come hai fatto a cavartela?

-          Un altro demone. Li avrà fatti a pezzi, credo: non sono rimasta lì a guardare.

-          Quell’uomo che dorme in garage non si è accorto di niente?

-          Non credo proprio: la luce era spenta.

Non so se sia il momento di spiegare a mio padre chi è Sassassa, che cosa gli succeda di tanto in tanto e soprattutto perché sia venuto ad abitare nel nostro garage.

-          Dormirà della grossa: deve aver sgobbato tutto il giorno per essere riuscito a fare un così bel lavoro con lo steccato. Volevo proprio andare a ringraziarlo ma poi ho ricordato quello che mi hai detto…

Peccato che io invece non ricordi esattamente quello che gli ho detto per tenerlo alla larga dal nostro misterioso ospite, forse qualcosa sul fatto che avrebbe una dannata paura degli estranei.

-          Hai fatto bene a non dirgli niente: il reverendo Bliss si è tanto raccomandato.

Spero che tirare in ballo un uomo di Chiesa nelle mie menzogne non mi abbia procurato per così dire le aggravanti davanti al Grande Giudice. In quanto al reverendo Bliss, non verrà qui a contraddirmi, almeno non finché mio padre non crolla sbronzo fradicio davanti al suo portone e lui se lo carica in spalla – è un omone grande e grosso, il reverendo Bliss – e me lo porta a casa come è già successo. Ma la fine del periodo di sobrietà natalizia è ancora lontano, per fortuna.

Ma mio padre non pensa già più al pittore di steccati.

-          Non si può andare avanti così, Taylor – dice gravemente – Questa volta ti è andata bene, ma la prossima?

-          Hai mica visto il mio bagnoschiuma, per caso? E’ un flacone rosa con il tappo blu…

-          Guarda nell’armadietto: lo avrò messo lì.

Di primo acchito tutto quello che mi viene da pensare è che mio padre abbia preso ad usare il mio bagnoschiuma; poi mi chiedo chi sia la donna misteriosa che viene a fare il bagno in casa nostra mentre io non ci sono; solo quando apro l’armadietto e vi trovo il flacone rosa allineato con i suoi compagni flaconi di shampoo e di balsamo mi rendo conto improvvisamente che quest’anno il periodo di sobrietà sembra comprendere anche la pulizia straordinaria della stanza da bagno.

-          Hai messo in ordine.

-          Ti dispiace? Dopotutto tu hai due lavori e non è giusto che debba occuparti anche della casa.

Mi dispiace? Se mio padre non bevesse come una spugna, si potrebbe andare avanti così bene noi due: lui non perderebbe di continuo il lavoro, io farei persino la spesa e il sabato potrei mettere su l’arrosto prima di andare a lavorare e trovarlo freddo e affettato e pronto da mangiare per quando torno tardi con lo stomaco che brontola. Collaboreremmo a tenere la casa in ordine, poi lui riparerebbe i rubinetti che perdono e io comprerei al centro commerciale fodere nuove per i cuscini del divano.

Se mio padre smettesse veramente di bere potrebbe persino trovarsi una fidanzata – una donna perbene e gentile che mi tratterebbe con riguardo sperando di diventare la mia matrigna – e avere degli appuntamenti, in occasione dei quali io potrei arrivare al punto di stirargli una camicia e di aiutarlo a scegliere la cravatta. Quand’ero ragazzina non ero certo l’unica nella mia classe i cui genitori avessero divorziato, ma probabilmente ero l’unica ad augurarmi che mio padre mi portasse in casa una matrigna: era un sogno modesto, ma fu quello che mi consentì di tirare avanti dopo che mi resi conto che mia madre non sarebbe mai tornata con papà e cominciai ad avere paura che i servizi sociali gli togliessero la patria potestà e mi dessero in affidamento chissà dove facendomi perdere quel poco che mi era rimasto, cioè i miei amici e la mia casa.

-          Non si può andare avanti così – insiste mio padre.

Così come? Lui che smette di bere ma ricomincia sempre e io che pettino vampiri e ospito demoni nel garage? Forse no, ma siamo andati avanti così per anni ormai –  a parte Sassassa nel garage – e non ce ne siamo mai preoccupati più di tanto.

-          Ormai non si può più vivere in questa città. Bisognerebbe proprio fare qualcosa – chiarisce invece mio padre.

Io apro il flacone e verso una dose abbondante di bagnoschiuma nella vasca e intanto penso che quello che dice mio padre merita seria considerazione da parte mia. Magari non in questo momento, in cui tutto quello che voglio è spogliarmi ed immergermi tra quelle belle bolle colorate. E smettere di tremare, perché mi accorgo solo adesso che sto tremando.

-          Ma tu stai tremando – dice infatti mio padre alzandosi dal bordo della vasca prima che la schiuma  gli bagni i vestiti – Hai freddo? O stai male…

-          No, no, sto bene, almeno credo. Dev’essere la reazione, quella cosa che dicono di quando l’adrenalina cala e uno ripensa a quello che gli è successo...

-          Lo shock  – traduce mio padre – è lo shock. Adesso ti lascio in pace: un bagno caldo ti farà bene. Non stare a riordinare, dopo, lascia tutto come sta che ci penserò io domani mattina.

Prende lo sgabello, lo avvicina alla vasca e vi appoggia sopra un telo da bagno pulito.

-          Non chiudere la porta a chiave, casomai  ti sentissi male. Io aspetto che tu abbia finito prima di andare a dormire.

-          Grazie – mi sento una tremenda stanchezza addosso e se mio padre non fosse qui a guardarmi probabilmente me ne andrei a letto senza nemmeno togliermi questi vestiti sporchi – forse è meglio così. Non mi sento molto sicura.

-          Intanto ti preparo una bella tazza di tè e te la metto sul comodino.

-          Abbiamo del tè in casa? Non ricordo.

Ma lui sta già uscendo tutto compreso nel ruolo insolito di genitore amorevole; prima di richiudere la porta mette di nuovo dentro la testa.

-          Scusa per prima: non intendevo dire che… sì, insomma, lo so che non sei il tipo di ragazza che si lascia maltrattare dal suo fidanzato. E poi quel giovanotto biondo tutto abbronzato con cui uscivi mi sembrava una brava persona.

E dopo avermi dispensato quest’ultima perla di sollecitudine paterna, chiude la porta e se ne va con il suo giallo e i suoi occhiali, presumibilmente in cerca di quel tè che alligna nella nostra dispensa  da tempi immemorabili. Strano, non mi sembrava che lui e  Thomas si fossero incontrati, anche perché è mia abitudine tenere uomini potenzialmente interessanti alla larga dal mio papà ubriacone, ma evidentemente deve averlo visto attraverso la finestra in qualcuna delle occasioni in cui il  bravo ragazzo texano paladino delle cugine smarrite mi ha accompagnato a casa.

Il panorama di cui si gode dalla mia finestra non è niente di speciale: il giardino dei Bruebacker dove scorrazza il loro nuovo cane, un barboncino giocherellone che se mai incontrasse un demone mannaro andrebbe a rintanarsi sotto il portico; la strada secondaria che prendevo per andare a scuola e di cui conosco a memoria ogni sasso, ogni lampione e ogni singola recinzione scrostata; la casa con le finestre sprangate e il prato invaso dalle erbacce in cui viveva un tempo la vecchia signora Smithers con i suoi quattro vecchissimi gatti.

Non so perciò che cosa sia a spingermi a scostare la tenda e a guardare fuori dalla finestra mentre sorseggio la indefinibile bevanda che mi ha portato papà, forse semplicemente l’istinto di buttare di sotto quel disgustoso intruglio dolciastro in cui galleggiano in modo sospetto frammenti di tè d’epoca: ed ecco che la vedo.

Buffy Summers, la Cacciatrice.

Proprio la Prescelta in carne ed ossa - più ossa che carne per la verità - che cammina lungo la strada con la sua andatura da reginetta di bellezza, i capelli biondi raccolti in coda che ondeggiano al ritmo dei suoi passi, intenta alla sua duemillesima notte di ronda o giù di lì.  Non capita spesso da queste parti, la Prescelta: non ci sono cimiteri nel nostro quartiere, cosa a cui tra l’altro si potrebbe attribuire il tasso di sopravvivenza insolitamente elevato tra i miei vicini di casa, né luoghi di divertimento notturno che attirino una numerosa clientela e di conseguenza le attenzioni di vampiri affamati.

Quando Buffy passa sotto il lampione al confine della proprietà dei Bruebaker e il loro nuovo cane, fedele alla consegna di far la guardia e ingrato verso chi invece la sta facendo all’intera città, le abbaia contro col muso infilato tra la siepe,  lei si sposta istintivamente verso il centro della strada: in quel momento la luce del lampione le cade in pieno sul volto e mi rendo conto che non sono l’unica ad avere fatto dei brutti incontri oggi. Occhio nero, labbro gonfio, graffi sulla fronte: per una volta tanto, la Cacciatrice deve aver trovato qualcuno che gliene ha date almeno quante ne ha prese e se le cose non migliorano, quello che le sarà più utile tra tutti regali di Natale che le hanno comprato ultimamente sarà sicuramente la crema colorata. Anche se avrei fatto bene a suggerire pure uno stick per coprire le occhiaie, perché non c’è niente di meglio per nascondere i lividi.

E anche se ho sempre saputo che la Cacciatrice è piccola di statura – ho incontrato bambini di dodici anni  più alti di lei – questa sera è la prima volta in vita mia che riesco anche a vederla piccola.

Dicono che possa sentire la presenza di un vampiro a cinquanta passi, ma dal momento che io non sono un vampiro non può accorgersi di me se non guarda verso la mia finestra; e credendo  infatti di essere sola, si concede un momento di pausa, si massaggia il collo con le mani e sospira prima di riprendere il cammino zoppicando leggermente.

Ma quello che ho visto è stato abbastanza: le sue labbra sono serrate, i lineamenti tirati  dalla stanchezza, il suo abbigliamento pratico ai limiti della sciatteria.

In poche parole tutto fa supporre che Buffy Summers sia terribilmente preoccupata.

Non so se sia per via di Spike – non ho mai capito che cosa ci sia esattamente tra di loro; o se sia invece per gli stessi motivi che hanno spinto mio padre poco fa a parlare in modo insolitamente chiaro.

No, non so esattamente che cosa stia succedendo e l’esperienza mi dice  che o non lo saprò mai o  lo saprò  quando sarà troppo tardi o quando sarà tutto risolto. Ma c’è una cosa che purtroppo so con assoluta certezza: che se Buffy Summers è preoccupata, allora tutti noi ci troviamo in guai molto grossi.

 

 

 

 

 

CAP. 4 – IL FANTASMA DELLA LIBERTA’

 

 

“La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione”.

La libertà  di Giorgio Gaber

 

 

DISCLAIMER E RINGRAZIAMENTI: in testa al primo capitolo.

 

Il quarto capitolo si svolge durante e dopo gli avvenimenti di Lies My Parents Told Me e non contiene spoiler.

 

 

            -Mi chiedo come tu abbia potuto sopportarlo tanto a lungo.

Gladys è seduta in fondo al mio letto, le mani paffute appoggiate sulle ginocchia fasciate nei pantaloni troppo stretti,  il medaglione appeso al collo che ciondola sulla camicetta aperta e richiama l’attenzione sul suo decolleté florido e lentigginoso.

Io sono contenta che non abbia la giacca addosso, quella piena di sangue in cui la trovarono dopo il cosiddetto incidente con la mietitrebbia.

Mi tiro su e mi metto seduta, appoggiando la schiena alla testiera del letto. Ho un mal di testa che la metà basterebbe e la bocca impastata: per essere un brutto sogno, sembra terribilmente reale.

            -Credo proprio di aver bevuto troppo ieri sera, Gladys – bofonchio raccogliendo il cuscino e sistemandomelo dietro la schiena.

Gladys scuote la sua magnifica capigliatura ondulata rosso tiziano – la cosa più bella che ha  – e osserva tristemente:

            -Buon sangue non mente, vero, Taylor?

            -Ma se non bevo quasi mai – protesto debolmente – Mi chiedo piuttosto che cosa ci metta Willy nella sua birra fatta in casa.

            -Willy è un porco – dichiara Gladys.

Io non replico perché questa volta ha ragione. Ed è una fortuna che ieri notte avessi Sassassa a farmi da scorta e a proteggere il mio onore, altrimenti dopo avermi ubriacato con la sua robaccia Willy ci avrebbe sicuramente provato; e anche se è vero che  io non  vorrei il viscido Willy nemmeno morta – cosa tra l’altro che a Sunnydale è sempre un’ipotesi da prendersi seriamente in considerazione – non so onestamente se nelle condizioni in cui mi trovavo sarei stata fisicamente in grado di sfuggirgli.

Ci sono dei lati positivi ad accompagnarsi a demoni Sfrayani alti due metri; e per di più pagava lui. In cambio ho dovuto soltanto ascoltare la triste storia dei suoi amori, una complicata vicenda resa ancora più intricata e deprimente da complessi e variegati rapporti di parentela che avevano la tendenza a  rivelarsi sempre nei momenti meno opportuni, proprio come accade in quelle telenovele che piacciono tanto alla mia amica Dolores.

Spero solo che svelarmi le sue pene d’amore abbia fatto sentire Sassassa meglio, perché di sicuro ascoltare la storia della mia vita a partire da George il balordo per finire con Thomas il bravo ragazzo non deve essere stato il pezzo forte della sua serata. Il guaio è che non so nemmeno come stiano le cose tra me e Thomas: anche se nessuno dei due si era buttato per così dire a corpo morto nella relazione sembravamo andare avanti abbastanza bene; ma adesso io sono bloccata qui, lui è sempre in giro a fare impianti di irrigazione di qua e di là per tutti gli stati del Sud e anche solo tenerci in contatto sta diventando una fatica improba. Complicazioni, sempre complicazioni.

- Dopotutto non è nemmeno colpa tua se ti riduci in questo stato – insiste Gladys arricciando il  naso come faceva sempre  per esprimere disapprovazione.

- Infatti: è colpa di Willy.

Gladys arriccia così tanto il naso che gli occhiali rimbalzano.

            - Ma non vedi che è tutta colpa sua, di tuo padre? Come fai ad essere così stupida, Taylor?

            - Senti chi parla: quella che usciva con Bobby Tate per parlare. Come se Bobby, sia pace all’anima sua, sapesse dire qualcosa di più che “passami il ketchup”.

In confronto al Bobby di Gladys, si può ben dire che il mio George fosse un intellettuale; e io d’altra parte  ho ripetuto così tante volte a Gladys che era una cretina ad uscire con Bobby  che non deve sorprendere mi venga naturale ripeterglielo anche adesso che me la vedo davanti in sogno quattro anni dopo la sua morte.

            - Bobby era un vero idiota – ammette Gladys con maggiore saggezza di quanta ne avesse da viva – ma non è di Bobby che sono venuta a parlarti.

            - No? Meno male perché quello è un argomento che finisce subito. E allora di che cosa mi vuoi parlare? Di mio padre?

Gladys annuisce solennemente:

            - Non ti accorgi che ti sta rovinando la vita? Te la rovinava quando beveva e adesso che ha smesso di bere te la rovina ancora di più.

Forse perché mi sento attaccata, tiro su istintivamente il lenzuolo fin sotto il mento:  così facendo mi accorgo che le mie coperte scivolano sotto di lei come se non fosse seduta sul mio letto bensì qualche millimetro al di sopra di esso e il suo sedere poggiasse su un invisibile cuscinetto d’aria. Si tratta di un fenomeno così sorprendente e insolito che mi fa passare tutto d’un colpo dall’ipotesi sogno all’ipotesi fantasma senza che mi soffermi sull’ipotesi allucinazione; e mi fa anche perdere il filo del discorso. Così distolgo a fatica lo sguardo dai suoi fianchi rotondi inguainati in quei jeans elasticizzati che le piacevano tanto e dico scioccamente:

- Eh?

- Solo perché non beve e va a lavorare tutti i giorni…

- Scusa se ti sembra poco – la interrompo io.

 Fantasma o non fantasma, non mi piace che si  parli male del mio vecchio; soprattutto adesso che non beve da quasi quattro mesi, ha un lavoro fisso e lava i piatti dopo aver mangiato, così quando torno dal salone a notte fonda trovo la cucina in ordine e gli avanzi della cena nel frigorifero pronti da scaldare nel microonde se nel frattempo mi è venuta fame.

Gladys scuote la testa:

            - Tu lo sai che ho ragione. E invece… solo perché non si ubriaca tutte le sere, allora non sei nemmeno andata a vivere per conto tuo. Ma ti rendi conto? Sei ancora qui nella stessa casa in cui sei nata, Taylor.

            - E allora? – protesto – C’è gente che vive nella stessa casa per generazioni e generazioni.

            - In case come questa? – mi chiede Gladys facendo con la mano un gesto che comprende non solo la mia stanza.

D’accordo, non sarà una reggia; ci sono muri da ridipingere, porte che cigolano come nei film horror e mobili che erano già scadenti il giorno lontano in cui sono stati comprati; per non parlare del giardino col quale continuiamo ad offrire ai vicini un esclusivo panorama di urbano squallore. Ma almeno adesso è ragionevolmente pulita, il mio copriletto è nuovo e il vecchio tappeto del salotto è sparito, sostituito da un nuovo brillante tappeto rosso e blu con un disegno tipico di quei Navajo dai quali mio padre sostiene di discendere.

Ogni mattina da  Natale mi sveglio chiedendomi se sarà questo il giorno in cui mio padre si attaccherà di nuovo alla bottiglia; e ogni notte torno a casa dopo il lavoro col cuore in gola, cercando già come metto piede in ingresso i segni della colossale sbronza con cui mi aspetto che prima o poi si chiuda questo periodo di sobrietà insolitamente lungo. E invece non trovo né bottiglie vuote sparpagliate in giro né chiazze di vomito sul pavimento; e in quanto a mio padre o é già in camera sua a dormire il sonno del giusto che si deve alzare presto la mattina dopo oppure é  lì in salotto stravaccato sul divano che tira tardi guardando la TV e  aspettando che io rincasi. Sabato scorso si é persino offerto di venire a prendermi al lavoro – offerta che ho declinato solo perché avevo già appuntamento con Clem per parlare del regalo che vogliamo fare a Sophie e a Richard per il loro matrimonio. Sta addirittura parlando di cominciare tutta la trafila per farsi ridare la patente che gli hanno ritirato due anni fa, dal momento che è stanco di doversi recare in officina in bicicletta come  un ragazzino che si fosse trovato un lavoretto dopo la scuola.

            -Parlavamo sempre di essere libere, te lo ricordi? E guardati adesso invece.

            -La sai una cosa, Gladys?  – osservo buttando alle ortiche ogni riguardo per la cara estinta – Se io fossi morta non andrei certamente in giro a criticare le scelte di vita dell’altra gente.

Gladys alza le spalle e dice:

- Sono o non sono la tua migliore amica? Tra parentesi non mi sembra che tu ti sia fatta molte nuove amicizie da quando me ne sono andata. Amicizie umane, voglio dire. Ah, scusa, dimenticavo Sophie: anche se probabilmente a forza di starnutire ormai le sarà uscito dal naso pure il cervello.

Vorrei proprio sapere dove lo teneva nascosto tutto questo sarcasmo quand’era viva.       

            -E siccome sei la mia migliore amica saresti venuta per dirmi…cosa, esattamente?

            -Non mi sembri convinta: ma ti sbagli sul mio conto, Taylor. O Tarantula, come ti fai chiamare adesso. Del resto non sarebbe la prima volta che ti sbagli nel giudicare qualcuno, non è vero?

Ho già sentito di fantasmi che tornano in questo mondo per inchiodare i loro assassini e di fantasmi che vengono ad impedire la vendita della loro casa ad estranei. Ma fantasmi che vengono apposta per dare buoni consigli ai loro vecchi amici? Mai.

E se non glielo dico è solo perché Gladys mi sta guardando con quel suo tipico fiero cipiglio che annuncia che si sta arrabbiando sul serio: e nonostante il  viso paffuto e la  carnagione lentigginosa rovinino un po’ l’effetto complessivo, so per esperienza che non è il caso di scherzare quando le prendono i cinque minuti. Una volta quando eravamo ancora alle medie un grosso idiota credendo di fare uno scherzo divertente le rubò gli occhiali e allora la mia piccola Gladys - che a perdere il lume degli occhi perdeva evidentemente anche quello della ragione – lo stese con un fortunato uppercut sotto il mento nonostante quel gradasso fosse il doppio di lei.

 Mi ricordo ancora la faccia della professoressa di matematica quando venne a vedere che cosa diavolo stesse succedendo e trovò quel poveraccio che cercava di rialzarsi gemendo e Gladys ancora tremante di rabbia che troneggiava sopra di lui come Davide dopo aver abbattuto Golia.

Vorrei poter dire: bei tempi. Ma francamente non era per niente un bel periodo, con mio padre che aveva cominciato a bere sul serio, i compagni di scuola che mi trattavano come spazzatura per colpa dei miei vestiti dimessi e i professori che nella maggior parte dei casi mi distinguevano a malapena da un pezzo dell’arredamento scolastico. Cosa quest’ultima che succede agli studenti taciturni che vivacchiano sull’orlo della sufficienza senza mai distinguersi in niente, se non forse per essere gli unici i cui genitori non si presentano mai ai colloqui. Del resto  non si poteva certo pretendere che mio padre venisse a parlare con i miei professori, dal momento che per timore che si presentasse ubriaco io distruggevo sistematicamente tutti gli avvisi che arrivavano da scuola; e poiché in realtà non avevano niente di speciale da dirgli sul mio conto la mia linea d’azione non incontrò mai intoppi significativi.

Ma anche se non ritengo mio padre responsabile della mia incolore carriera scolastica, questo non significa che non abbia passato dei brutti momenti per colpa sua, soprattutto quando ero ancora molto giovane e mi dovevo coprire le orecchie per non ascoltare la sua sfilza d’oscenità da ubriacone o peggio ancora quando si riduceva al punto che non sapevo nemmeno più se fosse  vivo o morto.

Però non mi ha mai picchiato, nemmeno quando era così pieno di alcool da non ricordarsi esattamente chi fossi e che cosa facessi in casa sua: anche se una volta a dir la verità ha cercato di farmi fuori con un mestolo di legno convinto di trovarsi davanti a un vampiro. Per fortuna  la sua mano era tutt’altro che ferma, altrimenti invece che con un livido sullo sterno mi sarei potuta ritrovare in guai molto più seri: infatti anche se i paletti di legno conficcati nel cuore inceneriscono solo i vampiri, tendono facilmente ad avere conseguenze letali sui viventi ordinari.

Ed era veramente buono con me quando ero ancora molto piccola, i primi tempi dopo che mia madre se ne era andata e lui non aveva ancora cominciato a bere: mi faceva da mangiare, mi aiutava a fare i compiti e qualche volta andavamo persino al mare o allo zoo come tutte le famiglie normali.  

            - Non dirmi che non ci hai mai pensato, Taylor.

            - A che cosa?

            - A vendere questa vecchia baracca e andartene da qui.

La vecchia baracca, come la chiama Gladys, è tutto quello che mio padre possiede: interamente pagata, perché quando lui e la mamma erano giovani si ammazzarono di straordinari per togliersi il peso del mutuo dal collo.

A dir la verità una volta c’era anche la fattoria del nonno, ma dopo averla venduta, aver pagato i debiti e diviso quello che era rimasto con zia Janice, mio padre diede praticamente tutto quello che ne aveva ricavato alla mamma, che in cambio rinunciò alla sua parte di proprietà della casa in cui viviamo: a quanto mi fu detto in seguito, le servivano soldi per stabilirsi a Detroit.

Anche se le rendite immobiliari a Sunnydale sono cadute in picchiata – la qual cosa francamente non sorprende – vendere questa casa significherebbe avere un piccolo gruzzolo per ricominciare da qualche altra parte.

Ma mio padre non ha mai voluto andarsene da Sunnydale: questa è la città in cui è nato e cresciuto e dove sono sepolti i suoi genitori e sarà forse colpa delle sue radici Navajo o dei suoi antenati svedesi o dell’alcool che gli ha annebbiato il cervello, ma mio padre non è certo l’americano tipico  che si sposta continuamente da un posto all’altro in cerca di miglior fortuna.  Sembrerebbe piuttosto fare parte di quella minoranza eccentrica ed ostinata che preferisce coltivarsi la sua sfortuna lì dove si trova.

Guardo Gladys e lei guarda me attraverso le lenti non troppo pulite dei suoi occhiali.

            - Adesso non potresti andartene, Gladys?  Dovrei proprio cercare di dormire ancora un po’.

            - Lui non venderebbe mai, vero, Taylor? E tu questo lo sai.

            - E allora? Anche se vendessimo la casa dove andremmo? Dove lo trova un altro lavoro un uomo della sua età, ammesso e non concesso che resti sobrio abbastanza a lungo per cercarlo?

            - Ma se tuo padre fosse fuori dall’equazione, Taylor? – mi dice Gladys con una scelta di linguaggio veramente sorprendente: non mi risulta infatti che sia mai riuscita a risolvere un’equazione al primo tentativo nella sua vita breve, sfortunata e accanitamente ostile alla matematica.

Non so se sia il caso di ammetterlo davanti al fantasma di Gladys, ma non posso dire di non averci pensato. Prima di andare a Houston, l’anno scorso, quando lo trovai in casa ubriaco fradicio con il fornello ancora acceso: ricordo benissimo che ero lì con la mano sulla manopola del gas e mi chiedevo che cosa sarebbe accaduto se avessi girato sui tacchi e me ne fossi andata. Lui non si sarebbe nemmeno accorto di niente. Nessuno si sarebbe meravigliato. Ero lì fissando la fiamma che andava spegnendosi mentre il gas continuava ad uscire e mi sembrava già di sentire l’agente di polizia mentre mi diceva con aria comprensiva “E’ stata una fortuna che non abbia acceso la luce entrando in casa, signorina, altrimenti sarebbe saltato tutto per aria.”

            - Non dire assurdità, Gladys - 

Spensi il gas.  Gridai a mio padre che era un vecchio ubriacone incosciente fino a perdere la voce. Fu parte della ragione per cui decisi di andare a Houston, per le cose  che avevo pensato davanti a quel fornello acceso: e a parte tutto fu un bene, perché zia Janice e mio cugino Ronnie mi dimostrarono che nella nostra famiglia c’è  di peggio di un pover’uomo alcolizzato che ha dovuto tirar su da solo una figlia.

            - E invece io lo so che ci hai già pensato – insiste Gladys – Potresti essere libera, finalmente.

            - Piantala e lasciami dormire.

Gladys sorride con aria saputa e all’improvviso non c’è più.

Se ne è appena andata che sento bussare alla porta:

            - Taylor? Sei sveglia?

            - Sì, papà, entra pure.

Eccolo qui, l’uomo di cui a sentire la mia vecchia amica dovrei disfarmi: già rasato e vestito e pronto per andare al lavoro.

            - Lo so che é presto per te ma se ti va, giù c’è il caffè  ancora caldo.

            - Ti prego, non mi parlare di roba da mangiare.

Mio padre mi considera con occhio critico e scuote la testa:

            - Hai bevuto troppo, Taylor. Non te l’ho detto ieri sera, ma era evidente che avevi esagerato. E non dovresti esagerare.

Questa poi: mio padre che mi mette in guardia contro i rischi dell’alcool. Mi facesse meno male la testa sarebbe da ridere.

            - Ho solo bevuto della robaccia che mi ha fatto male – ripeto stancamente anche a lui – Volevi dirmi qualcosa

            - Volevo solo ricordarti di stasera.

            - Me lo ricordo, papà.

            - Taylor?

            - Sì?

            - Ho bussato perché mi sembrava che stessi parlando con qualcuno.

            - Non c’è nessuno qui.

            - Lo vedo – mio padre sembra a disagio, poi si illumina colpito da un’idea - Che stupido che sono. Era il telefono cellulare, vero?

            - No. Sì. Era solo un idiota che ha sbagliato numero e mi ha svegliato.

            - Volevo dirti…

            - Sì?

            -I n fondo ormai sei una persona adulta. Lavori e contribuisci alle spese di questa cosa come me. A volte anche più di me.

            - Mi fa piacere che tu l’abbia notato.

            - Perciò, se volessi, sì, insomma, se tu volessi ricevere qualcuno nella tua camera… insomma, non devi pensare di dover per forza andare via di casa per poter dormire col tuo ragazzo.

            - Grazie. Lo terrò presente per quando avrò un ragazzo sottomano. Papà?

            - Sì?

            - Lo stesso vale per te. Donne, è chiaro, non ragazzi. Sempre che i tuoi gusti non siano drasticamente cambiati.

Rido davanti al suo sguardo oltraggiato e continuo rapidamente prima che mi manchi il coraggio di fargli un discorso del genere:

            - Non hai mai portato una donna in questa casa ed è stata una cosa che ho apprezzato, perché mi sarebbe sembrato, beh, lo sai anche tu. Ma ormai sono grande e anche tu, insomma, non dico che ti devi risposare per forza, ma se hai qualche amica e passa la notte qui, non ci sarebbe niente di male.

 Mio padre cerca di non darlo a vedere ma posso accorgermi che c’è un luccichio divertito nel suo sguardo:

 -  Lo terrò presente anch’io.  Per quando avrò una donna sottomano.

La sala presso il liceo dove si tiene l’assemblea ha ancora quell’odore di colla, di vernice e di cemento che  è tipico degli edifici nuovi di zecca. E infatti Richard, che per arrivare in tempo non si è cambiato e indossa ancora gli abiti da lavoro e le scarpe antinfortunistiche, sta facendo fare a Sophie un giro del locale che ha contribuito a costruire con le sue mani sottolineandone i particolari più interessanti.

            - Vedi le stuccature tra le campate? – sento che dice mentre la povera Sophie si torce il coll