“UN LIETO FINE PER LA MIA STORIA”

 

Titolo: "Un lieto fine per la mia storia"
Autore: Miss Kitty, luglio-agosto 2004
About:  Buffy e Spike, non si discute!
Rating: AU, rigorosamente NC17
 
In breve: Buffy vive a Los Angeles, dove lavora in uno studio legale; a Sunnydale ha lasciato la sua famiglia e il suo cuore.
 

Capitolo 1.

La televisione accesa debolmente illuminava il soggiorno di un pallido blu, il canale trasmetteva ‘imperdibili’ repliche estive di un qualche telefilm dimenticato e la voce impostata della bionda eroina risuonava cristallina nelle primissime ore del mattino.

Sempre più spesso la lasciavo a farmi compagnia in quelle umide notti  di prima estate, assieme alle bottiglie di birra (due, tre, a seconda della serata, anche quattro) allineate scientificamente sulla monocottura color avorio, ai piedi della poltrona.

Risucchiata dalla seduta di velluto, accaldata per il contatto della mia pelle, quasi completamente ad esso esposta per via del piccolo pigiama estivo, mi svegliai quando l’ultima auto passò sulla strada; il silenzio entrò dalla finestra aperta e, con esso, le mie subdole ansie. Un sottile filo d’angoscia risuonò una nota aspra e acuta, come pizzicato da un’unghia appuntita e turbò il mio riposo, destandomi, stanca e intorpidita.

-Aaaaahiii..ooohhiiii….la mia cervicale…-massaggiandomi il collo, cercavo di distendere le gambe, mentre con una mano esploravo convulsamente sotto i cuscini alla ricerca del telecomando.

Mi alzai stizzita per il sudore e per i dolori che avvertivo in tutto il corpo, spengendo la tv dal pulsante sotto lo schermo, l’indomani avrei sicuramente trovato il telecomando.

Ed ecco il mio letto: le lenzuola di cotone leggero, celesti e turchesi, i miei due guanciali, morbidi e pazienti, fedeli loro -Sì!- molto più delle mie amicizie e, certamente, più di me stessa. Mi lasciai cadere pesantemente sul materasso, senza disfarlo, tanto assonnata da esser convinta che mi sarei immediatamente  riaddormentata e, invece, dopo due ore, ero ancora distesa supina a fissare il buio sul soffitto.

Da quattro anni, non dormivo bene.

Anzi, cinque o sei, se devo includere anche i due anni precedenti a “quello” che ha cambiato per sempre la mia vita. Come ogni notte, allora, quando tra le fessure della avvolgibile  percepivo l’avvicinarsi dell’alba, ricorrevo al mio asso nella manica: posizionavo uno dei due cuscini di fianco e lo stringevo al seno, chinando la tesa sull’angolo della federa, convincendomi di abbracciare LUI.

E il sonno, pian piano, veniva.

Quel fastidioso stato d’animo, così, veniva soffocato dal sonno e, per mia fortuna, era poi spazzato via dalle luci del giorno, come se il sole, al suo sorgere, soffiasse via la polvere dal mio essere, consentendomi di vivere le giornate come meglio sapevo.

 -La polvere sul mio passato:no. Quella no. Il suo strato si ispessiva ad ogni ricordo.-

Non facevo mai suonare la sveglia, alle 7.00 in punto i miei occhi si aprivano tempestivamente e la mano si allungava sicura sul comodino per disattivarla prima che la radio iniziasse a cantare.

E poi le canzoni del mattino erano terribili: non avrei potuto sopportare di svegliarmi, ogni santo giorno, con una di quelle melense canzoni della rubrica revival!

-Dovrei decidermi a sintonizzarmi su una stazione meno nostalgica! Aaaawwwhhhnn!-

La solita serie di sbadigli mi accompagnò fino alla porta dello studio dove lavoravo come avvocato. O almeno dove….ci provavo.

Angel no, lui era il titolare di uno degli studi legali più prestigiosi di Los Angeles, lo “Wolfram & Hart” e, fin da quando era appena un laureando, aveva già avuto modo di farsi conoscere e ammirare dai professori universitari prima, e dai facoltosi (già) clienti di suo padre, anche lui avvocato, poi.

Sorrisi pensando ad Angel, l’unica cosa bella che avevo nella vita.  La mia seconda occasione, immeritata -Ne ero convinta!-,  seconda occasione.

Sorrisi, è vero. Ma l’amarezza non tardò a vincere il sorriso. Scossi forzatamente la testa, volendo, piuttosto, scuotere la mente. Girai la chiave nella serratura d’ottone e salii le scale, osservando quanto rapidamente svanissero le orme che lasciavo al mio passaggio sulla elegante guida rossa lungo gli ampi scalini di marmo.

-Oggi non è giornata!-sbuffai ad alta voce varcando la soglia del mio ufficio da gavetta. Appena undici metri quadri di scaffali e mensole, con il posto per il tavolo ricavato, a stento, da una antica nicchia nel muro e senza una dannata sedia con le rotelle, perché quelle girevoli sarebbero state troppo ingombranti e, comunque, spazio per farla girare non ne avevo: dietro c’era un rugginoso archivio tremolante di metallo, di quelli con i cassetti estraibili, pieno zeppo di insulsi fascicoli ingialliti dei primi  successi in tribunale del ‘grande capo’, cartellette puzzolenti di nessuna importanza ma che venivano amorevolmente conservate per un supposto legame affettivo. Legame affettivo che però a me impediva di avere una sedia girevole con cui muovermi comodamente.

-Ma se ci tiene tanto com’è che non se lo mette nel SUO ufficio, tra la scrivania in mogano e il mobile bar?- borbottai assestando un calcio all’ultimo cassetto, che si apriva, non so bene per quale teoria della fisica, non appena gli passavo accanto.

Accesi meccanicamente il computer, scostai le tende e comincia a tirar fuori le pratiche più urgenti dalla valigetta in pelle.

-Molto professionale…-ringhiavo, arraffando a casaccio dentro-…peccato che non si riesca mai a trovarci niente!-

-Giornataccia, Buffy?-

Willow sorrise buttando la sua vocina allegra dentro la porta aperta della mia stanza, per oltrepassarla, senza fermarsi, anche lei indaffarata nelle operazioni dell’apertura quotidiana.

-Già!.- risposi, alzando il tono perché potesse raggiungerla fin dentro il suo ufficio, dall’altra parte del corridoio.

Willow era la mia più cara amica o, perlomeno era l’unica che mi fosse rimasta.

Dolce e gentile ma anche molto sicura di sè e dannatamente padrona della sua vita, era la più giovane degli avvocati dello studio legale “GILES”, vera promessa del foro, aveva difeso già autorevoli delinquenti, scagionandoli completamente dalle accuse più disparate: frode, peculato, concussione, violenza privata…Con grande soddisfazione del nostro paterno osservatore, il ‘grande capo’, l’avv.Rupert Giles.

Willow era sempre di buon umore, come se le cause legali non la coinvolgessero, scivolandole addosso come storie lette su una rivista di pettegolezzi. Quando mi vedeva mangiarmi il fegato per preparare la difesa di un cliente, che sapevo, invero, essere colpevole, lei si avvicinava a me e mi ripeteva che dovevo solo pensare che la sera, a casa, avrei trovato Angel ad aspettarmi…che avrei dovuto pensare alla nostra cenetta tranquilla …al piacere di trascorrere la serata con lui a chiacchierare o a scherzare sul divano…

Forse questo funzionava per lei. Willow e Oz erano i fidanzati storici della nostra, ormai dispersa, compagnia dei tempi del liceo. Erano qualcosa come tredici, quattordici, anni che stavano insieme.

Quante volte pensavo a loro. E mi rodeva.  Cazzo, se mi rodeva! Non che fossi invidiosa della loro felicità duratura, non avrei potuto, volendo molto bene ad entrambi, quello che mi faceva girare e rigirare sulla poltrona la sera, era che fossero riusciti a superare le crisi che, come ogni coppia, avevano affrontato negli anni.

E cavolaccio! Ne avevano avute di crisi!

Io me le ero sorbite una per una! Ad ogni ora del giorno e della notte, il cellulare e il telefono di casa avevano alternativamente squillato per mesi. Prima si sfogava Willow, poi mi chiamava Oz …poi di nuovo Willow, per altri particolari, subito dopo Oz, per le ultime imprecazioni e raccomandazioni …insomma, conoscevo la loro storia, credo di poter dire, meglio di quanto non la conoscessero i diretti interessati, dato che a me entrambi raccontavano anche ciò che l’altro non avrebbe MAI dovuto sapere.

E, di qui, la mia rabbia. Per quelle cose che, abilmente, entrambi avevano saputo tacere e che adesso li tenevano ancora serenamente insieme.

La sincerità era sempre stata il mio forte, invece: l’onestà e la correttezza le mie qualità principali, le più apprezzate! Eh, già, perché la sincerità in un rapporto è la prima cosa! Le menzogne non portano mai a nulla.

Già già.

Lanciai la valigetta contro l’archivio del signor Giles. L’ultimo cassetto puntualmente si aprì, urtando le zampe della mia sedia e, dietro, stavolta anche gli altri tre.

Voltai la testa di scatto e lo fissai. Le scartoffie ammuffite avrebbero potuto prender fuoco, incenerite da quello sguardo rabbioso e ferito.

La mia sincerità mi aveva rovinato la vita. Se avessi mentito, William sarebbe ancora con me.

 

 

Capitolo 2.

La giornata trascorse velocemente. Quando mi mettevo a lavoro niente riusciva a distogliermi e, proprio la capacità di isolarmi dal mondo e concentrarmi sulle pratiche da svolgere, faceva di me una persona ‘normale’.

Mettere su la maschera del giovane avvocato, desideroso di imparare e di svolgere al meglio i primi impegni, mi aveva salvato la pelle. La mia occupazione, a essere sincera, mi piaceva veramente e intuivo, pur nella mia inesperienza, che avrebbe saputo darmi molte soddisfazioni in futuro. Infatti, nei ritagli di tempo, continuavo i miei studi giuridici preparandomi alla carriera notarile. Non che fossi particolarmente ambiziosa  ma, a conti fatti, quella mi pareva l’unica soluzione, per un verso, per non dovermi trovare ogni giorno a contatto con ladri, assassini e delinquenti vari, per altro verso, per non buttare nel cesso i miei faticosi anni al college.

Così facendo, ogni santo giorno, mi ammazzavo tra studio e lavoro e, mentre mi uccidevo, nel contempo, mi salvavo la vita. La vita, forse, è un po’ esagerato…ma i nervi, sicuramente : lottavo disperatamente con la stanchezza pur di non avere un momento per pensare. Dovevo essere perennemente occupata in qualcosa. Qualsiasi cosa. Bene anche televisione, letture e computer. Meglio ancora se riuscivo ad incontrare il mio fidanzato, possibilmente all’aria aperta.

Anche quella giornata volò via, lasciandomi scheletrita a tarda sera a chiudere lo studio. Tutti i colleghi erano, come sempre, usciti prima di me.

Lentamente mi incamminai alla fermata della metro. Uno, due, tre…. “ddrrriiiinnn!!”:  ecco la telefonata di Angel.

-Amore!- ero felice di quella telefonata che arrivava, puntuale, quando uscivo dall’ufficio. Dovevo essere felice di sentirlo.

-Ciao, piccola! Tutto bene? –

-Certamente! Un po’ di stanchezza…ma tutto ok. A che ora hai prenotato questa sera?-

-Di questo ti volevo parlare, Buffy, scusa, ma ho dovuto spostare una cena di lavoro. Non potevo fare altrimenti….sai è un parente del sindaco… comunque, il mio cliente verrà con la moglie, sarei contento che tu mi acc…-

-No, Angel…. Dai…scusa, ma sai che queste cene mi stancano ancora di più! Dopo una giornata di  caccia ai mostri qui allo studio…non ho proprio la forza per sorbirmi un’altra discussione su questioni legali…-

-Ti prego, Buffy…fai uno sforzo, altrimenti non ci vedremo neppure questa sera…-

-Non preoccupari, amore. Facciamo domani….-

-Non ricordi che domani ho gli allenamenti?-

-Ohh…-la conversazione iniziò a divenire irritante per me e ci fu un lungo istante di silenzio con cui comunicai ad Angel il mio disappunto.

-Allora ti telefono domani sera…- osò lui, con una punta di senso di colpa.

-D’accordo. A domani. Cerca di divertirti stasera.- conclusi cercando di non lasciar trapelare oltre la mia stizza.

La metropolitana arrivò poco dopo. Un carico di carne umana pressata, in tailleur, tacchi, cravatte ed eleganti ventiquattrore di pelle. Ammutoliti, con il volto teso o contrito e gli occhi persi nel riflesso dei finestrini. Inespressivi e ostinatamente severi.

Mi sentii soffocare…ordinavo mentalmente alle lacrime di non mettersi a scendere in mezzo a tutta quella gente… e cercai i suoi occhi. Prima che potessi fissare i pensieri su una delle mie cause o su una pagina qualunque dei manuali di diritto…con il corpo appeso stancamente alla maniglia di gomma, seguendo per inerzia i sussulti del metrò….mi ritrovai a cercare i suoi occhi tra la folla.

Quando risalii all’aperto, l’aria fresca della sera mi portò un po’ di sollievo e ricacciai indietro le lacrime: mi fermai a comprare della frutta, assalendo la povera commessa di discorsi di circostanza, sul tempo e sul traffico ….qualunque cosa pur di non pensare a William: qualunque conversazione…qualunque interlocutore.

 

William era lontano. A Sunnydale. Non abbastanza lontano, a giudicare dai miei pensieri e dal mio stupido cuore rattoppato che colmava in un secondo quei maledetti chilometri, non appena percepivo un profumo o sentivo una canzone o anche quando non c’era il benché minimo appiglio per nessun ricordo.

Dopo cena attesi la consueta telefonata da mia madre, come ogni sera, da quando avevo lasciato Sunnydale per andare al college a L.A., mi chiamava per accertarsi che stessi bene e per chiacchierare un poco con la sua ‘bambina più grande’.

Il telefono quella sera non squillò.

Non trovai il coraggio di sollevare la cornetta fino alle 5.00 dell’indomani: quando accadono certe cose, ignorarle volutamente, il più a lungo possibile, ti dà l’illusione che tu possa sbagliare e che quelle sensazioni di freddo lungo le braccia e lungo il collo siano solo suggestioni emotive.

-Dawn…- parlai con una filo di voce tanto che lei non mi riconobbe subito, sconvolta e confusa com’era.

-…Buffy…Buffy…oh, Buffy….- singhiozzò per vari  minuti in cui io non dissi niente.

-Prendo il primo aereo, piccolina, non preoccuparti… ti prego, Dawn…tra poche ore sarò da te… dimmi, tesoro, dimmi cosa è accaduto alla mamma….-

 

L’aereo atterrò a Sunnydale alle dieci del mattino.

Pioveva, fatto questo assai strano per un posto come quello in cui ero nata io. Il cielo era tanto grigio da aver fatto scattare le fotocellule dei lampioni per le strade, queste erano bloccate da auto in difficoltà per la scarsa visibilità e per il livello di acqua piovana che le fognature non riuscivano a smaltire con la dovuta velocità. Uno spettacolo insolito per me: surreale e terribilmente freddo, la mia città mi apparve quasi scostante nei miei confronti, come non mi volesse. Il disagio mi assalì, con l’insistenza di sempre, fino a prevalere, a tratti, sul dolore per la morte di mia madre.

Il taxi mi lasciò davanti all’ingresso dell’ospedale; mia sorella era raggomitolata nella sala d’aspetto circondata dai suoi amici e da qualche vicino di casa.

-Dawn…-

La strinsi a me, rincuorandola con il mio abbraccio come meglio potevo, reprimendo  ogni emozione, per non farla piangere ancora più disperatamente.

-Dove l’hanno portata?- mi girai verso Jonathan,un compagno di scuola di Dawn –Vorrei vederla…-

Lasciai Dawn alle attenzioni del ragazzo per raggiungere la stanza della mamma: saperla sola, in questo momento, mi faceva ancora più male che saperla morta.

Affrettai il passo, l’eco dei miei tacchi sulle mattonelle si fece più forte e mi parve di udire mia sorella chiamarmi, nel mio convulso calpestio, ma non badai a quella sensazione per mettermi , invece, a correre verso la stanza indicatami.

Sulla ampia soglia di metallo mi bloccai. Tremarono le dita delle mani e tremarono le mie labbra.

Mia madre non era sola: in piedi, immobile, al suo capezzale, William era con lei.

La stanza girò. E fu come essere in un baratro, circondata dal nulla, perché il nulla era la sola verità nella mia vita.

Avrei potuto avere la meglio sulle mie emozioni anche in quella tremenda circostanza?

Ero certa di poter trattenermi dal gridare al mondo il mio dolore.

Ma non ero sicura di poterlo fare anche davanti a lui.

E già sentivo di voler piangere tutte le lacrime di quegli ultimi anni lontana da lui.

 

Capitolo 3.

La sua figura sottile, eppur imponente, avvolta nella lunga giacca di pelle nera, divenne il perno attorno al quale volteggiò la camera e, con essa, ogni mia emozione. Tutte quelle che avevo provato e poi represso in quegli anni a Los Angeles, trascorsi a tirar su una nuova piccola esistenza, mattoncino dopo mattoncino… tutte quelle che avevo represso e poi, inevitabilmente, provato ,ogni volta che ero tornata a Sunnydale per le vacanze o nei weekend, giornate in cui fingevo di rilassarmi, mentre ogni mia manovra era diretta ad evitare di incontrarlo per le strade di questa troppo poco grande città.

William non si voltò subito: mi soffermai sul candore delle sue mani,serrate sui gomiti, le lacrime offuscarono i contorni delle sue lunghe dita affusolate che spiccavano sulla pelle nera dello spolverino.

-…Buffy….-

Come un fresco soffio di vento, delicato sulle mie tempie accaldate, mi chiamò senza  girarsi a guardarmi e ,in quella breve esitazione, forse senza importanza, io sentii il cuore di William battere più forte del mio.

Quando venne verso di me, il mio viso era già completamente bagnato da un pianto liberatorio, troppo a lungo costretto in fondo al cuore dalla mia anima, presuntuosamente forte e orgogliosa; non avevo più pianto in quel modo, dal giorno in cui decisi di lasciarlo per sempre. Non avevo pianto neppure quando i medici avevano diagnosticato il tumore alla mamma.

Piangere…. E lasciare che il dolore, la tristezza o anche la gioia, emergano violentemente, in tutta la loro disarmante prepotenza, era un lusso che non potevo permettermi, non senza distruggermi definitivamente. Così smisi di ‘sentire’.

Del resto, la vita mi appariva come una parte da recitare e, sebbene non potessi riconoscere me stessa nella parte che mi ero attribuita –In me non c’era più nemmeno la metà della ragazza che ero stata un tempo!-, il mio personaggio era senza infamia e senza lode, dunque abbastanza facile da usare.

Ma bastò che lui muovesse il primo passo verso di me per far sbriciolare i miei agognati mattoncini  di polvere e sabbia:

-..Buffy…- William ripetè il mio nome, con infinita dolcezza e compassione, guardandomi negli occhi e molto, molto, più dentro. In un istante, arrivò ad accarezzare la mia anima come solo a lui era permesso,da sempre.

Gli corsi incontro e lo abbracciai con tutta la forza che avevo, facendomi piccola piccola sul suo petto, le sue mani mi avvolsero completamente mentre io dimenticavo la mia parte e, credo, lui, la propria.

Stare tra le sue braccia, fosse stato anche per l’ultima volta, era per me molto più di quanto potessi anche solo immaginare.

Perché con lui tornavo a ‘sentire’. Io non volevo, non potevo…perché, quando quell’abbraccio fosse finito, sarebbe stato ancora più difficile riuscire ad rimettermi la maschera .

Alzai il viso al suo  e incontrai il suoi occhi trasparenti e fieri, tra i singhiozzi, gli sorrisi. Quello che vidi riflesso nella purezza di quel blu, era la ragazza che ero stata.

Negli occhi di William si specchiava ancora, nonostante il passato e il dolore terribile delle ferite che io gli avevo inferto, spietata e crudele, come non lo ero stata mai con nessuno altro, la ragazza che lo aveva fatto innamorare e che credevo non esistesse più.

-Perché ?…-mormorai,senza distogliere lo sguardo dal suo.

William comprese il senso della mia domanda, ma non mi rispose.

Non avevo nessuna intenzione di lasciarlo andare e glielo dissi.

Reagii all’imminente distacco, senza fermarmi a ragionare, facendo quello ciò che più desideravo, dicendogli cosa volevo, inaspettatamente, disperatamente, come se il tempo non fosse mai andato avanti. Come se ci amassimo ancora.

Perché, nel nulla che mi circondava, lui vedeva ancora quella che ero e io tornai,  in quei pochi minuti, padrona di me.

A dire il vero, non ricordo con esattezza le mie parole,non sono nemmeno sicura che fossi io a parlare, erano troppe le emozioni e troppo intense, dubitai di aver fatto discorsi di senso compiuto.

-Ora che ti ho preso…non ti lascio andare più….- e infilai la testa nell’incavo marcato della sua spalla, strofinandomi a lui con il viso e il seno, senza alcuna malizia, stringendolo a me ancora più forte.

-…Buffy….- William mi scostò delicatamente, allontanando prima il suo cuore che il corpo, fuggendo da quelle parole dette con la razionalità di un fiume in piena.

Sentii il gelo scendere, secco e rapido, nella spina dorsale e girai lo sguardo per non incontrare più il suo. La vita che avevo colmò il vuoto, riempiendo il nulla di menzogne e di sentimenti fasulli.

Mi accostai al letto della mamma con le guance asciutte e il volto serio, imperscrutabile, sedendomi composta sulla sedia di metallo vicino al comodino.

-Io vado….Buffy…ci vediamo domani al funerale.-

La voce di William fu senza tono alcuno.

-Grazie per essere venuto.- risposi, dandogli le spalle.

-L’ho fatto per Dawn…-precisò lui, ostentando distacco e la sua irritante maturità emotiva. Non aggiunse altro e io non mi voltai a vederlo uscire, ma  per vari giorni continuai ad udire l’eco ovattato dei suoi passi farsi sempre più lontano, lungo l’asettico corridoio dell’ospedale.

Tornammo a casa solo quando la stanza mortuaria venne chiusa per la notte, Dawn si addormentò, sfiancata dal pianto, sul divano, sotto l’effetto di un calmante.

Anche io ne presi uno, ma con me non fece effetto: i miei nervi erano stati abituati a ben altri farmaci in passato. Il male oscuro aveva tentato di farmi fuori, sebbene, alla fine, fossi stata io più forte o, forse, erano stati più forti gli antidepressivi che mi erano stati prescritti dallo psichiatra.

Approfittai dell’insonnia per fare le telefonate del caso: avevo tenuto tutto il giorno il cellulare spento ed era probabile che Angel avesse persino mandato la polizia a cercarmi a L.A. …e poi c’era Giles! Come avevo fatto dimenticarmi del mio lavoro?

-Pronto? Angel?-

-Dio mio! Buffy! Dove sei? Come stai? Che è successo? E’ tutto il giorno che …-un carico di ansia e nevrosi mi sommerse in quella conversazione,al punto che mi pentii di averlo avvisato.

-Angel….mia madre…sono a Sunnydale…-

-Come stai? Stai bene? Dove sei?-

-Angel,te l’ho detto…calmati! Sono a casa…mia madre è….è…. è accaduto…lo sapevamo,no? Ero preparata….-

-Come….- Angel rimase silenzio,sapevo quanto fosse dispiaciuto in quel momento,ma non capivo se fosse più triste per la morte della mamma o perché non avevo sentito il bisogno di avvisarlo prima ….magari avrebbe voluto  che gli avessi chiesto di accompagnarmi.

-Domani c’è il funerale.- interruppi il silenzio, risoluta e fredda, in un respiro rumoroso.

-Capisco. Ci sarò senz’altro, non preoccuparti….-si affrettò a tranquillizzarmi, con amore, come meglio poteva fare al telefono.

-Non preoccuparti…so che hai da fare…-cercai di allontanarlo con quelle parole, lo feci senza rendermene conto, non avevo intenzione di ferirlo: non volevo che mi stesse vicino perché io non avevo bisogno di nessuno e a nessuno, soprattutto,  era permesso vedermi soffrire e accostarsi ai miei sentimenti più di quanto io non lo ritessi necessario.

-Buffy!-Angel era sconvolto e, certamente, offeso e irritato dalla mia risposta –Non vuoi che venga al funerale di Joyce? Non vuoi che ti sia vicino, Buffy? Perché cerchi di allontanarmi ogni volta che, al contrario, dovresti sentire il bisogno di una persona vicina, di una persona che ti ama?-

-No…io …no…Angel, ti sbagli…io son..sono felice che tu sia con me in questo momento…ma so che hai da fare allo studio, perciò…-

Colpita in pieno. Mezza affondata, direi: Angel non era affatto uno stupido e la mia recitazione, in quel frangente, vacillò miseramente, sotto il peso del dolore e della stanchezza .

-Voglio dire che ero pronta a questo evento….Dawnie ed io sapevamo che non sarebbe vissuta a lungo….era solo questione di tempo…i medici….-cercai di rimediare, in modo da tranquillizzare  le insicurezze di Angel.

-..mmh….Buffy, perdonami se insisto, immagino tu sia distrutta…ma…non sono sicuro che tu sia sincera con me. Da quanti anni stiamo assieme? Quattro? Beh, non ricordo una sola volta in cui mi hai chiesto aiuto in un momento difficile…-

-Angel,ti prego…non adesso…sono sfinita….-

-Già. Sempre “non adesso”. Ad ogni modo, domani  sarò  a Sunnydale, con Willow e Oz, naturalmente. Mi chiedo se almeno  vorrai i tuoi amici vicini…-concluse con una punta di sarcasmo.

-Ok.-non replicai. Non ne avevo la forza. E probabilmente, se lo avessi fatto, avrei finito per vuotare il sacco stavolta, scossa come ero dalla perdita della mamma. E non  solo da quello. Ma il momento dei rimpianti era finito quando William si era scostato da me, respingendo con freddezza le mie parole e il mio abbraccio.

Non mi sarei concessa altre debolezze.

Continuai con le telefonate del caso, avvisando, seppure a notte fonda, gli amici più stretti e qualche parente (di quelli che si sentono solo il giorno di Natale), per le assurde pubbliche relazioni di circostanza, alle quali, certo, io non ero avvezza, ma che erano un efficace diversivo per far tacere sinistre voci provenienti dal baratro dentro di me.

 

Capitolo 3 (seconda ed ultima parte).

 

 La mattina del funerale c’era molta gente, a conferma dell’affetto che mia madre aveva saputo raccogliere attorno a se, Dawn ed io eravamo confuse e terribilmente frastornate da tanta considerazione: persone, conosciute e non, che ci abbracciavano e ci stringevano le mani o cingevano le nostre spalle con decisione, in un tumulto di parole deprimenti e di condoglianze formali.

Il rito fu breve, per nostra fortuna, sebbene non così sobrio come lo avrebbe voluto la mamma, per via dello spreco di decorazioni floreali e di addobbi nella piccola cappella del cimitero.

Salutai almeno un centinaio di persone vestite di nero e di blu, senza più neppure riconoscerne i volti, nell’attesa spasmodica della fine della funzione, nell’attesa di essere lasciata sola, per parlare finalmente con mia madre.

Non cercai William tra le persone riunite nella chiesa, né davanti alla fossa in cui venne calata la bara, non potevo sopportare di vederlo lì vicino: la sua presenza mi ricordava che non era più mio.

Angel rimase accanto a me fino alla fine, Willow, Oz….c’erano tutti, persino i vecchi compagni del liceo, quelli della mia vecchia compagnia di amici, Cordelia, Xander…non mancava nessuno. E io ero grata a tutti loro, solamente non vedevo l’ora che sparissero. Avevo bisogno di stare sola, non ne potevo più di dover partecipare al composto dolore di gruppo, ostentando la sofferenza riservata che mi si imponeva.

Convinsi malamente anche Angel ad andare a casa, grazie ad un provvidenziale intervento di mia sorella, Dawn doveva essere più grande di quanto non sembrasse, se seppe cogliere il mio disperato bisogno di solitudine.

Il silenzio calò a proteggermi nel cimitero desolato,l e tombe ben curate, con la loro misteriosa luce bianca, corsero a calmarmi, infondendomi un’irreale senso di quiete.

-Mamma….ciao….-bisbigliai, sedendomi sul dosso di terriccio fresco – Allora sei andata via….e adesso? -

-Buffy….-

Mi voltai di scatto, spaventata da quella voce, non perché non l’avessi riconosciuta subito, bensì perché temevo di essermi illusa.

-William….-

Mi alzai e lui mi si fece accanto, in silenzio ad ascoltare il mio respiro, senza trovare il coraggio di guardarmi .

Restammo così per quasi un’ora, io non parlai più ad alta voce a mia madre, ma William sapeva di non disturbarmi, semplicemente perché era certo che,davanti a lui, fossi sempre me stessa, in qualunque occasione, libera di mostrarmi in ogni istante, nei lati peggiori e migliori –Eh,sì! Perché William conosceva anche quelli peggiori…- del mio carattere, senza vergogna, senza pudore…senza falsità.

In quei lunghi minuti con lui accanto eravamo tornati insieme. Nonostante il passato e le persone che erano entrate nelle nostre vite, William ed io tornammo insieme.

Senza guardarci …senza sfiorarci, nemmeno casualmente…senza dire una parola…. 

La sua anima era vicino alla mia e la accarezzava con amore, entrambi ce lo concedemmo, fermando il tempo, ignorando quello che fu ….e allontanando quello che doveva venire.

In una muta sintonia, ci avviamo al cancello del cimitero, indugiando ad ogni passo, strattonati dalle nostre anime urlanti di dolore per l’ennesima separazione, imminente, spietata… Beffarda mano del destino! …che noi avevamo creato.

Sulla soglia, non fummo capaci di andare avanti, neppure quando la pioggia prese a cadere, dapprima a piccole gocce e poi insistentemente, bagnandoci gli abiti, sciogliendo il mio trucco leggero e il gel tra i suoi capelli ossigenati, purtroppo, senza che potesse anche lavar via il sangue che ancora grondava dal suo cuore… e, dunque, dal mio.

-Buffy, sii forte adesso…-disse provando un tono convinto, smorzato però dal filo di voce che gli uscì a fatica.

Io soffocai un mesto sorriso, sbuffando sarcastica, seguendo i rigoli d’acqua sulla ringhiera di ferro dell’enorme cancello nero.

Non credevo nemmeno di averlo il coraggio per dirgli quello che gli confessai in quella assurda circostanza…e poi, in quel luogo ancora più incredibile….

Non credevo nemmeno  di ricordare come si dicesse…

-William…io ti amo….-

Le gocce d’acqua si fermarono sulle foglie degli alberi, i rigoli di pioggia sul cancello cessarono di scivolare sul marciapiede….il vento rimase ad ascoltare, bloccando a mezz’aria i lembi dello spolverino di pelle…. Le auto in strada erano senza motore, lasciando la scia sfumata del loro moto, magicamente interrotto.

Solo le mie labbra si muovevano, in un tremito.

Tutto intorno, il battito incantatore dei nostri cuori.

-Buffy…io…-

-Shhh….tu non devi dire niente….-

-Io…cosa ti devo dire io….-

-Niente, William. Non importa. Non devi preoccuparti. Io non ti sto chiedendo niente, non voglio niente. Solo che ….io ti amo… Adesso, vai.-

La pioggia riprese a cadere e parve ancor più violenta, le foglie cariche d’acqua la riversavano scrosciante a terra…il rumore del traffico arrivò alle nostre orecchie ed ognuno riprese la sua strada, desolata e scura, sempre più incerti i nostri passi, di nuovo in direzioni opposte.

 

Capitolo 4.

I giorni seguenti ebbi il mio bel da fare a Sunnydale e questa fu un’ottima cosa: occuparmi della casa e di Dawn, prima di tutto, delle pratiche  burocratiche della mamma e di tutto quello che c’era da sistemare prima del ritorno a Los Angeles, mi faceva sentire utile, anzi, indispensabile e, di conseguenza, forte e coraggiosa.

Dawn sarebbe venuta con me a L.A., era inevitabile e per questo anche estremamente preoccupante, conoscendo la mia sorellina e il suo attaccamento a Sunnydale e alla nostra casa. A causa del gran movimento di quei giorni, quella permanenza forzata in città mi metteva in difficoltà più del solito: le commissioni che avevo da fare mi portavano a tutte le ore del giorno e della notte fuori da casa…e più tempo trascorrevo in giro…maggiore era il rischio di incontrare William.

Ogni volta che tornavo a casa per il weekend o per le vacanze, con il pretesto di voler passare più tempo possibile con la mamma e con Dawn, riuscivo a  chiudermi in casa, unico posto in cui mi sentivo al sicuro dal mio passato.

Espediente non del tutto efficace, invero, infatti le vacanze da eremita non mi impedivano di pensare a lui ed anzi, chiusa in casa, probabilmente, stavo anche peggio, perché nella mia stanza tutto, dopo anni, ancora mi parlava di lui e della nostra storia.

La mia stanza…ma anche il giardino, il grande pino appena fuori il vialetto… la cucina… i cd e i dvd ….insomma, ero sempre come una tigre nella gabbia. Mi dibattevo nel presente, cercando di adattarmi, invitando Angel a Sunnydale nei suoi momenti liberi, in modo da distrarmi da quel tormento invadente, concentrandomi su l’amore che Angel mi dava, nutrendomi avidamente di esso per sopravvivere un po’ meglio in quella sottospecie di vita che mi ero, faticosamente, ricostruita negli ultimi maledetti anni.

Ecco perché non vedevo l’ora di fuggire a Los Angeles –‘FUGGIRE’, quello era il massimo che riuscivo ad ammettere-: unica via di salvezza dal logorio del rimorso e del rimpianto, che si acuiva inevitabilmente stando a Sunnydale.

Eppure, mentre pianificavo le mie commissioni nelle ore in cui sapevo di non trovarlo in giro –Ricordavo alla perfezione le abitudini di William e i suoi impegni di lavoro!-, il desiderio di vederlo, anche solo per un momento, magari senza essere vista da lui… spingeva incessante da dentro di me, per portarmi a cercarlo.

Ma incontrarlo era come far suonare un allarme nel cuore della notte: mi scuoteva  d’improvviso dal latente torpore del  ricordo e del senso di colpa, spaventandomi a morte nel mostrarmi quella che era adesso la mia miserabile esistenza e sbattendomi in faccia quella che avrebbe potuto essere. Con William.

Vederlo, ribadiva il fatto che l’avessi perso per sempre, che l’avessi perso per colpa mia…mi sbatteva in faccia il tradimento a me stessa e quanto brutalmente avessi ferito chi mi amava di tutto l’amore del mondo.

 

Trascorsa una decina di giorni dal funerale, Dawn ed io eravamo sedute fianco a fianco su un volo diretto a Los Angeles, senza parlare tra noi o scambiarci un’occhiata, né un sorriso di complicità o d’affetto. Sedute vicine, distanti come non lo eravamo state mai prima di allora. Dawn vedeva la sua condanna alla solitudine nel cielo di LA, mentre io volavo verso il mio confortevole castello di sabbia e di bugie. Tradendo me stessa, di nuovo.

L’aereo decollò in orario, mostrandomi la mia città piccola piccola e una stretta al petto mi tolse il fiato, ricordandomi quanto amassi quella placida isola felice.

 

Nello stesso momento, William girò lo sguardo fuori dalla grande vetrata dell’hotel, scostando rapidamente la pesante tenda azzurra, come chiamato da una voce giunta col vento.

-Cosa stai fissando, amore?-

-…mmmhhh….-socchiuse gli occhi, William e non rispose alla domanda, seguendo fino all’ultimo lo sbiancare della scia disegnata debolmente dall’aeroplano.

-Ehi? William, dico a te!-

Una giovane donna  gli si fece vicino, per andarsi  a sedere sulle sue ginocchia.

-Come dicevi, Fred?-

-Ehi, ma lo sai che non puoi permetterti di sognare quando sei a lavoro!-lo rimproverò bonariamente quella.

-Peccato che io sia SEMPRE a lavoro!-sbuffò, visibilmente seccato, alzandosi bruscamente dalla poltrona imbottita dell’elegante salotto.

La ragazza per poco non scivolò sui tacchi, frenati dalla moquette giallo scuro e, stirandosi  la gonna del tailleur leggero con una mano, mostrò a William delle cartellette:

-Ma che cavolo! Stavi per farmi inciampare, qui davanti a tutti i clienti !-sussurò con la voce necessaria perché solo lui sentisse e, poi, continuò, dimenticando il tono acido di prima:

-Questi sono i fax del mese prossimo: ci sono molte prenotazioni…non so se riusciremo ad accoglierli tutti…-

William a quella considerazione tornò a concentrarsi sul proprio lavoro, prese le cartellette dalle mani  di Fred e si ritirò nel suo ufficio, chiudendo rumorosamente la porta dietro di sé.

-Accidenti…se non arrivano in tempo gli arredi per le nuove camere…ma quante prenotazioni hanno preso alla reception? Fred sa del ritardo della ditta… -

William si mise in fretta al computer controllando più volte le camere riservate per il mese successivo, senza poter trovare altra soluzione che quella di andare personalmente a prendersi quei dannati mobili dal fornitore.

-Non posso fare diversamente: dove metto tutta  questa gente, altrimenti?-

Si sorprese a fissare la sua immagine riflessa dal monitor: vide un uomo assorbito completamente dai suoi affari, affari che gli andavano benissimo, ma ai quali non aveva alcuna voglia di sottrarsi, per  nessun motivo, in modo da non doversi occupare di altre questioni…le quali, al contrario, solo agli altri,  parevano andare altrettanto bene. E qui si trovò ad analizzare la sua duratura e felice relazione con la bella Fred.

Quando lo avevo lasciato, non aveva perso tempo. Non aveva mai perso tempo, ogni volta che c’eravamo lasciati.

Tra una rottura e l’altra, mentre io mi flagellavo con il senso di colpa e gli antidepressivi, lui soffriva in silenzio, scopandosi, in storie di poco più di due o tre notti, qualunque ragazza gli paresse attraente; a conti fatti, William si era dato di gran lunga più da fare di me…ma io restavo il carnefice e lui la vittima. Con la differenza, però, che lui non aver ferito nessuno, nemmeno quelle ragazze con cui era stato a letto un’unica notte. Era nella sua natura: non sapeva giocare sporco con i sentimenti delle persone, non era capace di approfittarsi delle debolezze altrui. Chiariva le cose fin da subito, offrendo buon sesso, senza complicazioni successive. ‘Buon sesso’, per lo meno, ra quello che io speravo: la verità era che, a letto, William era di una fantasia sfrenata, un amante premuroso e accorto, insaziabile e indomabile….solo che io volevo credere che lo fosse stato solo con me, che alle altre avesse offerto ‘buon sesso’, appunto e non anche ‘quel sesso’, non riconducibile ad alcun aggettivo qualificativo, che avevamo fatto insieme.

Poi aveva conosciuto Fred e…. William era un “buono” per natura: Fred era ben poca cosa rispetto ad alcune delle passate avventure, come Darla ad esempio, sensuale insegnante di liceo, di molti anni più grande di lui o come la raggiante Drusilla, di una femminilità non comune, tuttavia, la povera Fred era appena uscita da una storia finita male e William non aveva mai smesso di soffrire per me…bla bla bla….

Insomma, Fred era riuscita a mettergli il cappio al collo, con le moine e con la sua aria indifesa e innocente. William la proteggeva con amore e premura dal resto del mondo, come un fiore raro, di una purezza perduta… proprio come aveva fatto con me, i primi anni della nostra storia. E lui lo sapeva. William conosceva se  stesso: sapeva in ogni preciso momento cosa provava e cosa fingeva di provare, senza mai confondere finzione e realtà. Si era messo con lei perché aveva trovato qualcosa di me: qualcosa della Buffy che ero stata e della quale si era innamorato per sempre.

Anche adesso, dopo quattro anni  di separazione, in cui solo pochi giorni fa, per la prima volta da quando lo avevo lasciato, aveva avuto occasione per parlarmi, il suo dolore e l’umiliazione potevano impedirgli di respirare, se si soffermava a pensare a noi.

-Dolore e umiliazione….-sussurò al monitor, sui cui si alternavano le foto di Fred, che lei aveva impostato come screensaver, il primo giorno in cui era stata assunta nell’Hotel di William.

-Dolore? – Fred fece capolino nell’ufficio, intromettendosi allegramente nella malinconia di lui –Dolore per che cosa? Stai male, tesoro?-cinguettò, scivolando al suo tavolo con fare apprensivo.

-Uh?- William si voltò crucciato, ma lei non colse i brutti pensieri del fidanzato e, anzi, continuò:

-E’ tanto che ti dico di rip…-

-No, Fred. Non sto male. Mi riferivo a quello che mi  faranno i clienti che hanno già inviato la caparra confirmatoria per il mese prossimo, quando si ritroveranno a dormire per terra!-

-Ohhh….già…che  si fa?-

-Andrò a prendere quei maledetti mobili! Ecco che si fa.-

-WoW!- Fred gli saltò sulle ginocchia, rovesciando la pila di fogli sulla scrivania:

-Bene! Avevo proprio voglia di fare un po’ di shopping a Los Angeles!- squittì strofinandoglisi addosso.

-No…ehmm.- William, senza accorgersene, la allontanò gentilmente, facendola imbronciare:

-No, amore…-non sapeva esattamente la ragione, ma aveva già deciso che a prendersi i suoi arredi sarebbe andato solo.

 -No,Amore- continuò, coccolandola con carezze e buffetti rassicuranti- Ho bisogno che tu resti qui in Hotel, sai che i dipendenti hanno sempre bisogno della supervisone del titolare per far bene il proprio lavoro…o di qualcuno che ne faccia le veci…e tu…ehm…sei la mia fidanzata…per cui…chi meglio di te….-

William si dispiaceva di quelle menzogne messe in fila una dietro l’altra, ma non desiderava la vicinanza di Fred. Averla assunta, re anni fa, a  lavorare alla reception del suo Hotel era stato un gesto impulsivo e anche molto egoistico, dato che lui ben conosceva il motivo di quella scelta improvvisa. Avere intorno Fred tutto il giorno lo avrebbe distratto dal pensare a me; infatti i primi mesi funzionò come piacevole diversivo… vanificato non appena lei lo lasciava solo e, pian piano, del tutto inutile anche in sua presenza, fino a diventargli fastidioso.

-Capisco…-annuì docilmente e, senza far nulla per nascondere la sua tristezza, uscì dal suo ufficio, lasciandolo, da subito, impegnato a preparare la partenza.

A due ore di volo, l’aereo su cui Dawn ed io viaggiavamo incontrò le prime avvisaglie di turbolenza e la voce metallica del comandante ci raggiunse:

-Siamo spiacenti di avvisare i signori passeggeri che, a causa del maltempo, l’aereo atterrerà all’aeroporto di Santa Barbara e il volo terminerà. La compagnia di volo avrà cura di rimborsare i signori passeggeri e avrà cura di garantire nel suddetto aeroporto ogni servizio aggiuntivo e alternativo per raggiungere Los Angeles. Ci scusiam……-

-No! Questa non ci voleva!- imprecai, battendo i pugni sul sedile di fronte al mio,  voltandomi verso Dawn per cercare conferma della mia animosità.

-…..sei proprio ansiosa di tornare a Los Angeles…-sibilò lei, senza distogliere lo sguardo dal finestrino.

-Cert..si…tu no, a quanto vedo…-abbassai i toni della conversazione e mi misi a pensare ad una possibile soluzione per arrivare a casa il prima possibile.

-Immagino che non veda l’ora di tornare da Angel…- Dawn mi fulminò con gli occhi, per posarli poi di nuovo sul finestrino.

-Non capisco il tuo sarcasmo…però, si! Non vedo l’ora di vederlo…lo trovi tanto strano?- ringhiai tra i denti, per non farmi sentire dagli altri passeggeri vicini.

-Ah, no ! Ci credo, invece! Quello che mi domando è il perché di tutta questa tua dipendenza da lui!-

Le parole di mia sorella si aprirono un varco nel mio cervello, ponendo tutte le mie energie sulla linea difensiva:

-IO amo Angel, ecco il motivo. Tu non sai ancora cosa significhi am …-

-Ohh….lo ami tanto che devi giustificarlo davanti alla tua sorellina quindicenne ‘che non sa ancora cosa significhi’….-

Il discorso morì lì. Dawn era veramente troppo cresciuta ed io non ero preparata ad affrontare lei e la sua psicoanalisi fulminante di teenager, che crede ciecamente nel grande amore. Meglio per me tacere e trovare una soluzione veloce per portare il culo sulla poltrona di velluto verde del mio modesto appartamento da neolaureata. Chissà se in frigo avevo lasciato delle birre? Ne avevo bisogno per sopportare mia sorella.

 

Capitolo 5.

William lasciò l’Hotel in tutta fretta, baciando rapidamente Fred sulla fronte e promettendole telefonate e regali da Los Angeles, per correre a casa e preparare qualcosa che somigliasse ad una valigia.

Partì immediatamente, saltando sulla sua fedele Desoto, sempre pronta in garage con il pieno di benzina e sfavillante come uno Swaroski.

-Svegliati, piccola…- disse ad alta voce, battendo la mano sul cofano –Avremo molto da fare nel posto dove mi porterai….- continuò, aprendo lo sportello con fare teatrale.

William poteva quasi credere di sentire la Desoto rispondere, tanto erano in simbiosi l’uomo e la macchina: e se questa avesse potuto parlare! Ne avrebbe avute cose da dire e da svelare….

Si mise al volante, sereno e finalmente rilassato, con una piccola bottiglia di Bourbon nel vano portaoggetti, casomai ci fosse stata un’emergenza…tipo una gelata o una grandinata in California…si sa, quanto possano essere frequenti in quelle zone! Ad ogni modo,se anche l’avesse trangugiata tutta d’un sorso,non sarebbe stato un problema: ce ne voleva di Bourbon per vederlo ubriaco!

L’ultima volta che aveva bevuto era stata la notte in cui c’eravamo detti addio: proprio a Los Angeles. William mi aveva raggiunto per il weekend, sapendo quanto bisogno avessi di lui in quel periodo, quello che non poteva immaginare era che avessi deciso di tagliarlo fuori dalla mia vita, nel preciso momento in cui cercavamo di superare la crisi nel nostro rapporto. Avevo iniziato da molto a stare male, trascorrendo pomeriggi interi sotto le coperte, a piangere sui miei sbagli. A piangere sulla generosità di William e sul suo perdono che io non meritavo. William era uno che avrebbe amato una sola volta nella vita. Ed io credevo che non avrei amato mai, se ero stata capace di tradirlo, intenzionalmente, di ferirlo, disprezzando quel cuore puro che mi aveva donato, senza chiedermi nulla in cambio. Decisi di lasciarlo perché non ero degna di lui, del suo amore, mi sentivo inferiore a quel sentimento. Lasciarlo, per me, era una sorta di riscatto e, nello stesso tempo, di punizione eterna. Sapevo, infatti, che io non avrei permesso mai a nessuno di prendere il suo posto.

Quella notte si era ubriacato fino a star male e, se non fosse stato per l’aiuto di Oz, avrebbe addirittura rischiato il coma. Ma non gli importava, perché non ragionava più: aveva smesso di cercare soluzioni e spiegazioni quando ero scesa dalla sua auto piangendo, salutandolo per sempre.

William aveva lottato a lungo per la nostra storia, credendoci fino in fondo, credendo in me e in noi , di gran lunga più di quanto lo avessi fatto io, che mi ero data per sconfitta nel mezzo della nostra battaglia.

Combattemmo prima contro i miei inaspettati problemi in famiglia: quando mio padre, che amavo infinitamente, mi disse che non sarei mai stata  capace di portare a termine gli studi, che non ne avevo le capacità ed ero una perdente nata. Non avrebbe dovuto importarmi, avrei dovuto continuare il college pensando solo a me stessa e al mio obiettivo, invece, mi lascia convincere del mio fallimento.

Ero sempre stata una ragazza coraggiosa e all’altezza di ogni situazione, agendo sempre in nome di ciò che era giusto, al liceo,a casa…con gli amici…sempre!

Ma quando l’appoggio di mio padre mi venne a mancare definitivamente e lui partì parti per la Spagna, o non so dove, con la sua segretaria o la sua assistente o con entrambe, mi sentii messa da parte senza motivo, immeritatamente derisa e maltrattata.

Per me fu terribile e fu l’inizio della fine.

Poi vennero le incomprensioni con William e, solo quando oramai era troppo tardi, capii di aver dato ad esse troppa importanza; incapace di dedicarmi al nostro amore, smisi di credere che l’amore fosse mai esisto. Se mio padre mi disprezzava, invece di amarmi incondizionatamente, come ogni genitore fa con i figli…come potevo credere nella forza dell’amore di un altro uomo? Smisi di credere in papà. Smisi di credere in William, che si ritrovò a lottare da solo per salvare un rapporto del quale, a quel punto volevo solo liberarmi.

Lui era rimasto la persona speciale di cui mi ero innamorata, mentre io stavo lentamente diventando un essere spregevole ed egoista, infido. Volevo dimostrare di essere la cattiva figlia che mio padre mi reputava, pian piano, mi cancellai come persona, annientando i tratti più deboli del mio carattere, di modo che, né mia  madre, né gli amici più cari, né il ragazzo che amavo, riconoscessero la mia dolcezza e la mia indole gentile e premurosa.  Assecondai gli impulsi che sapevo sbagliati, andando contro,  in certe scelte, anche a ciò che il mio corpo, intimamente, chiedeva, intenzionalmente sorda alla vocina che, in me, si faceva sempre più flebile e lontana. Non dico di non aver desiderato Riley, di non aver voluto fare sesso con lui, mentirei ancora, così facendo; dico solo che mi feci scopare pensando di stupire, anzi, di più, di sconvolgere, le persone che mi volevano bene, dimostrando loro, chi era la piccola Buffy. Oggi, mi ucciderei per ciò che ho fatto. Solo per aver fatto del male a William, per quello morirei in ogni momento. Del resto, non mi importò mai di quello che, dopo, Riley ebbe da raccontare su di me, né di come di pavoneggiava Parker. Ripensando, a quanto William soffrì… per ciò solo meriterei la morte.

A nulla erano serviti i suoi disperati tentativi di convincermi del mio valore e delle mie capacità: e più William mi ripeteva di amarmi senza riserve, più io mi allontanavo da lui, inesorabilmente, certa di non essere all’altezza di quel sentimento. Anche dopo averlo barbaramente ferito e umiliato, davanti a mezza Sunnydale, lui continuava ad amarmi e, soprattutto, ad avere il coraggio e la dignità di dimostrarmelo. E io? Non potevo che fuggire e nascondere la sua  Buffy in un luogo dove più nessuno l’avrebbe trovata.

Ripensandoci anche ora,  a distanza di tanto tempo, in una autostrada deserta che lo avrebbe di nuovo condotto in quella città….William non potè non sentire un peso in gola, che gli impediva di deglutire .

Arraffò la bottiglietta argentata e ne bevve alcuni sorsi. Inspirò profondamente. Una, due volte. Poi si accorse che alla radio trasmettevano litanie cristiane da almeno mezz’ora e si stupì di non essersene accorto prima.

Allungò la mano e, non senza imprecare, si mise ad armeggiare con le frequenze.

La radio sembrava esattamente sapere di cosa William non avesse bisogno… di quella vecchia canzone, che nessuna emittente trasmetteva più da chissà quanto tempo, ma che quella volta, stava precisamente, un tasto “search” più avanti:

 

No New Year's Day to celebrate
No chocolate covered candy hearts to give away
No first of spring
No song to sing
In fact here's just another ordinary day

No April rain
No flowers bloom
No wedding Saturday within the month of June
But what it is, is something true
Made up of these three words that I must say to you

I just called to say I love you
I just called to say how much I care
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart

No summer's high
No warm July
No harvest moon to light one tender August night
No autumn breeze
No falling leaves
Not even time for birds to fly to southern skies

No Libra sun
No Halloween
No giving thanks to all the Christmas joy you bring
But what it is, though old so new
To fill your heart like no three words could ever do

I just called to say I love you
I just called to say how much I care, I do
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart

I just called to say I love you
I just called to say how much I care, I do
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart, of my heart,
of my heart

I just called to say I love you
I just called to say how much I care, I do
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart, of my heart,
baby of my heart

 

 

(I just called to say I love you-by Stevie Wonder)

 

La musica era dolcissima e malinconica, intensa, una melodia che arriva dritta a toccare il cuore.  Quante volte, aveva avuto la tentazione di alzare il telefono.. quante volte io lo avevo fatto… troppe volte, avevamo riagganciato il ricevitore.

E quella canzone, suonava l’ hi-fi nella mansarda della sua casa, a Sunnydale, la prima volta che facemmo l’amore.

 

Intanto, all’aeroporto di Santa Barbara, regnava il caos più assoluto e i passeggeri erano furibondi per i ritardi e i voli cancellati.

-Altro che servizi aggiuntivi!- sbraitavo io, agitandomi su e giù per tutti i box informazioni –Non c’è un posto sui treni o uno stupido autobus libero che ci porti a  casa, prima di domani a mezzogiorno!-

Dawn se ne stava accovacciata vicino ai bagagli, apatica, giocherellando con il lucchetto della valigia, senza degnarmi della minima considerazione.

Infine, mi rivolse la parola ,più per la noia di sentire i miei lamenti, che per quella di passare le ore in aeroporto:

-Senti, dato che hai tutta questa urgenza….perché non noleggi una macchina? Se non altro, in un’ora e mezzo…ehm..DUE ore e mezza, considerando la tua velocità di crociera al volante…saremo a casa e non sarò più costretta a sopportare i tuoi uggiosi strilli.-

Dawn confermava il suo acume. Ma come la mettevamo con la mia celeberrima ‘abilità’ di pilota?

-…..- mi trovò senza risposta pronta e –Accidenti!- la cosa capitava sempre più di frequente.

-Ehm…-mi feci coraggio–Dawn,i o non ho molta dimestichezza con le automobili…-

-Mi ricordo. Hai preso quella della mamma solo una volta a Sunnydale e…gliene hai riportata solo la metà in garage….tuttavia… date le circostanze…fatti un ripasso mentale del manuale di guida e prenota un’auto, prima che non se ne trovi più una disponibile.-

Di malavoglia, ascoltai la saggia quindicenne.

Erano quasi le una del mattino, quando, finalmente, potemmo avere la nostra piccola utilitaria a noleggio. Il viaggio inizio in apparente scioltezza, facevo del mio meglio per sembrare rilassata tuttavia, dopo una mezz’ora di marcia, cominciai ad avvertire un leggero senso di nausea e a sudare freddo.

-Buffy? Che hai? Stai male?- Dawn se accorse subito, perché aprii di colpo tutti i finestrini, nonostante ci trovassimo in autostrada.

-Non mi sento molto  bene….ho il mal d’aria…- farfuglia alla rinfusa, iperventilando.

-Che hai? Ma Buffy! Siamo scese dall’aereo 10 ore fa! Dì piuttosto che la tua guida fa venire il mal d’auto anche a te che sei al volante!-

-Ti prego, Dawn..non adesso….-

-Ok. OK. Scusa… ecco! Guarda: i segnali indicano una stazione di servizio ed un ristorante ad un paio di chilometri…cerca di resistere…-

-..ri…ri? R.i.s.t.o.r.a.n.t.e??? Oddio, sto per vomitare….-

-No…Buffy…no…. distrai la mente da questa idea…ecco: ascoltiamo la radio! Che ne dici? Uuuuhhhh…senti che bella questa canzone…..-

 

Al malessere di aggiunse un moto di rabbia. Perché proprio adesso?  Non stavo già abbastanza male? Quella musica suonava per me e voleva riportarmi indietro nel tempo, in un’altra vita. Nell’unica vita che meritasse di essere vissuta.

Colpii il volante con tutta la forza che avevo e urlai, per il forte dolore alla mano, stringendomela al ventre, subito dopo, mentre gli occhi si bagnavano di  piccolissime lacrime.

Spensi la radio alla meglio, con l’altra mano, lasciando per un secondo lo sterzo libero.

Dawn, non disse una parola. Aveva un buon intuito, mia sorella.

 

Giunti all’area  di servizio, scesi dalla macchina praticamente ancora in corsa e tornai a respirare, camminando in su e giù per il parcheggio semi vuoto del bar.

-Va meglio, non è vero? Vai a sciacquarti il viso…io resto qui a dare un’occhiata all’auto…non vorrei doverla pagare per nuova al tipo del rent….-

-Ok..vado…ti prometto che saremo a LA in ora…-

-Ma hai una fissazione? Vai vai…non c’è fretta.- e mi spinse per la schiena verso l’ingresso illuminato del piccolo ristorante, poi tornò al parco macchine, a gironzolare  tra le poche vetture in sosta.

-Oh..oh…santa merda! Non ci credo…-gli occhi, già enormi, di Dawn divennero ancora più grandi e il sorriso si fermò, perché si imbatté nel lobo delle orecchie.

 

La nausea mi era passata, per fortuna, dato a quell’ora trovai la toilette era chiusa per turno di pulizia, tuttavia sentivo la necessità di rinfrescarmi e, di soppiatto, scivolai sotto il bancone del bar, per infilarmi nel bagno di servizio con la naturalezza di Lupin.

Aprii la porticina di legno chiaro e mi ritrovai in un piccolissimo antibagno di appena un metro quadro, dove stavano solamente un minuscolo lavandino ed un attaccapanni, con uno specchio che occupava tutta la parete anitstante, forse per dare l’illusione di ingrandire lo spazietto angusto.

Era tanto stretto che, entrando con la grazia di un gatto delle nevi, feci cadere sul pavimento la giacca che vi era appesa. L’aria fu smossa dall’indumento che cadeva, sollevando un profumo a me molto familiare.

Il cuore dovette riconoscerlo prima del mio naso, dato che il battito accelerò pesantemente, ancora prima che mi chinassi per raccoglielo.

Era un morbido spolverino di pelle nera.

In quel momento la porta del bagno si aprì.

Non credevamo ai nostri occhi. Non c’era nessuna parola che potessimo dire.

Solo un sorriso, lentamente lentamente, parlò per entrambi.

William, con un passo, mi fu sul viso e lo sentii tremare. Credevamo fosse uno dei nostri sogni, sarebbe andato bene anche uno di quelli ad occhi aperti…. e comunque, poco ci importò.

Cosa c’era fuori dalla porta?

Oh,sì…l’oceano in tempesta …..e il mare, calmo e languido, prima del temporale.

No. C’era un bosco incantato. Uno di quelli che ci inghiottono, dalle pagine di un libro di fiabe.

No. No, c’era una distesa di colori.

O Los Angeles  illuminata?

Sunnydale?

Le mani imploravano di intrecciarsi con quelle dell’altro, mancava solo un contatto tra i corpi. perché l’amore che ci aveva unito, tanto intensamente e tanto a lungo, già aveva raccolto nella gemma di un fiore le nostre anime in pena e lenito di infinite carezze le cicatrici, gelosamente nascoste e negate, dei nostri due cuori.

 

 

Capitolo 5. –seconda parte-

 

Allungò le dita sul mio viso e mi baciò, senza crederci forse fino in fondo, ma senza esitazione ed io dovetti sforzarmi di reggermi sulle gambe.

Sapevo, anzi, sapevamo, quanto fosse sbagliato, eppure mai  tanto bello e giusto ci sembrò sbagliare. La cosa più assurda fu che i sensi di colpa. che mi avevano attanagliato per anni le giornate, furono vinti da quei baci, proprio quando avrebbero, al contrario, dovuto pungermi maggiormente e impedirmi di lasciarmi andare.

William udì, come sempre, i tormenti latenti della mia anima e mi strinse a sé nel suo abbraccio più pieno, come solo lui riusciva a prendermi, avvolgendo la mia schiena con le braccia e su, fino alle sue spalle, cingendomi di calma e sicurezza, dai fianchi alla nuca.

E quei pensieri furono come gli ultimi colpi di coda di un pesce, tirato sulla barca nella rete di un pescatore, perché, non appena le mie labbra sentirono le carezze della lingua di lui, la testa si immerse in una nebbia  voluttuosa, del sapore del miele e, finalmente, smisi di pensare.

Mi spinse contro lo specchio e distese le mie braccia sopra la mia testa, lasciandomi rabbrividire al contatto con il vetro, affogò il volto sul seno inspirando profondamente, con un sollievo agognato da tempo, lo sentii dissetarsi i sensi del mio odore e riconobbi la felicità.

Tornò a guardare i miei occhi. Vi lesse paura e desiderio ma, comunque, il suo nome. Afferrò i miei seni, riempiendone  le mani con impeto e disperazione, quasi sollevandomi da terra:

-…aaahhh…-soffocai un grido di dolore, tra i denti.

-Buffy….-William pregava di non perdere il controllo.

Gli accarezzai i capelli e la nuca, con calma,e tremammo insieme, per la paura che volessi tirarmi indietro. Allora premetti il suo viso sul mio, perché continuasse a baciarmi ma lui fece di più: si avventò sulla mia gonna, strappandone le cuciture in alcuni punti, per fermarla malamente sui miei fianchi….. mi fissò un attimò, con il blu scuro del cucciolo arrabbiato e, poi, spinse forte il bacino contro il mio, strofinandosi con tanta pressione sulla mia femminilità, da farmi male.

-Facciamo l’amore ….- sembrava una supplica, dal tono sommesso con cui lo disse, ma io non avevo mai dimenticato i suoi ordini.

Mi sfilai gli slip sotto il suo sguardo ed essi caddero mollemente sulle mattonelle. Abbassai le palpebre perché, nell’oscurità della vista, potessi meglio affinare l’udito e non lasciar passare inosservato il rumore sordo della cintura che le sue mani stavano aprendo, mosse dall’ansia e dall’eccitazione. Adoravo sentire quel rumore che preludeva alla vista della sua incontenibile virilità, lo scorrere freddo e rapido della cerniera dei jeans: quello era l’istante che preferivo e che mi travolgeva di fantasie irraccontabili, che avrei condiviso  solo con  lui.

Avvertii la sommità tesa del suo membro scorrere tra le mie gambe, già dischiuse per lui.

-No.- fu un gesto istintivo e goffo, ma efficace.

Allontanai William da me e mi strinsi nelle braccia, cercando riparo in un angolo della parete.

-No. No…non di nuovo. Non voglio essere una puttana per te.-

William divenne serio e di nuovo lucido.

-Non lo sai mai stata .-

Lo guardai grata e, adorante, accennai un sorriso, anche se a lui sembrò solo tanta tristezza.

-Grazie. Ma sappiamo entrambi che non è vero.-gli occhi erano velati di lacrime.

-No, amore. Io non ho mai pensato questo di te.-

Dal tono delle sue parole e dal modo in cui mi guardava, capivo che pensava veramente quello che mi diceva, tuttavia io mi sentivo comunque una puttana.

-Ma lo sono stata, William. Tu mi amavi e io ti ho tradito. Tu hai cercato di perdonarmi e io ti ho tradito una seconda volta.-

-Buffy… è stata colpa di tutti e due.- mi si fece vicino e raccolse le mie guance umide nel palmo delle mani, cercando la sua Buffy nei miei occhi stanchi.

-Si, forse…ma tu hai sofferto troppo per me…e io non meritavo tanto amore…io sono …io sono….cattiva …e sbagliata e…ti ho usato…mi sono approfittata di te, del tuo amore, della tua devozione…. per umiliarti ….-

-Il passato è passato….ed io ho le spalle larghe, amore. Tu, a quanto posso vedere, non hai sofferto meno di me.-

William si stava di nuovo lasciando andare, in un altro senso, certo….ma che non avrebbe comportato conseguenze meno gravi, se non avesse ripreso in mano la situazione immediatamente.

Prima di dire tre parole di troppo.

Tre piccole paroline, lettere innocenti e vaghe, che avrebbero potuto rivoltare in men che non si dica la vita di tutti.

Così non furono dette.

-Buffy, ascolta… io ti ho perdonato. Ora sta a te smettere di soffrire e vivere serenamente quello che la vita ha da offrirti.- William si stava rivestendo, voltandomi le spalle, adesso, tornando a sbattermi in faccia la sua perpetua consapevolezza, senza peli sulla lingua, con una semplicità e un distacco da farmi urlare.

-……-rimasi in silenzio, mentre dentro di me gridavano voci di dolore e rabbia, perché stavo per far l’amore con lui…perché mi ero fermata….perché avevo tradito Angel…perché William mi sputava in faccia la sua razionalità e la sua superiorità emotiva.

-Dimentichiamo l’accaduto… in fondo non è successo niente…-afferrò il suo spolverino dall’attaccapanni, circondandomi con il suo profumo e, dopo un veloce sorriso, senza incontrare il mio sguardo, scivolò via dal bagno, salutandomi di spalle ,con  un cenno della mano.

 

William, a grandi passi, fu fuori dal locale quando le luci si riaccendevano per accogliere le frotte di automobilisti che, di lì a poco, si sarebbero fermati per le prime colazioni. Travolse quasi la porta, era così di fretta che la fotocellula non ne azionò per tempo l’apertura.  Sul marciapiede, si accese una sigaretta e si affrettò verso la Desoto, parcheggiata poco distante.

Un attimo dopo schiacciava l’acceleratore al massimo, lungo l’autostrada per Los Angeles, maledicendo quei dannati mobili che mancavano alle camere del suo Hotel.

Dawn mi vede arrivare a passo lento, oscillare accanto alla nostra utilitaria, quasi inciampando sui piedi:

-Buffy…- mia sorella non mi domandò niente, anche se capiva che il mal d’auto era passato, mentre il male che sentivo in quel momento, forse, non sarebbe passato mai.

Il sole stava sorgendo dietro le colline di Beverly Hills, quando aprii le finestre del mio appartamento nel  centro della città, già caotico e colorato.

-Se faccio in fretta, riesco ad essere in ufficio prima che Willow vada in tribunale per sostituirmi oggi.-

Dawn gironzolava curiosando per la casa, cercando di sistemare le sue cose, senza badare troppo a me.

-Dawn? Capito? Pensi di poter cavartela da sola ? Non conosci la città…-

-Mmhh, mmmhhh…-Dawn annuì semplicemente, per nulla preoccupata di come impegnare la giornata .

-Tu, piuttosto…non hai bisogno di dormire?…-osò lei, sondando la mia reazione, per carpire qualcosa di vero del mio stato d’animo.

-Oh..beh, per dormire …c’è stanotte…adesso è meglio che vado allo studio, Giles avrà un sacco di lavoro arretrato da farmi svolgere…-

Le sorrisi velocemente, per sparire sotto la doccia, ero stremata e confusa …non ero assolutamente pronta per rimettermi subito a far finta di essere felice.

Tornai in ufficio, la montagna di nuovi atti di citazione mi attendeva puntuale sull’archivio arrugginito di Giles e io fui sollevata da una tale mole di lavoro che avrebbe catturato tutte le mie energie per i giorni avvenire.

Quello che non potevo aver calcolato era di vedere una Willow, rossa in volto molto più che nei capelli, strisciare nel mio ufficio, balbettante dal guaio che mi portava:

-Buffy….-fece lei, piano.

-Uh?-

-…Buffy….-biascicò, ancor più piano.

-Eh, che c’è?-

-Buffy….-credevo stesse per svenire dal modo in cui sudava.

-Dimmi, Willow….-

-Oz…-

-Oz?… ‘Oz’, COSA?- cominciai a sudare anche io, inspiegabilmente.

-Oz ospita William.- disse con un filo di voce, nascondendosi nella camicetta.

Mi lasciai cadere sulla sedia: stavo per implodere.

 

Capitolo 6.

-Prima la ammazzo !….poi la salvo…- ringhiò, armeggiando con la chiave nella serratura blindata.

-NO!- si corresse, fermando la mano sulla porta.

-Prima la salvo!… e poi la AMMAZZO!- rimarcò con forza, quasi troncando la chiave per il  gesto rabbioso.

La porta cigolando un poco si spalancò, aperta senza difficoltà dal suo interno.

-Ehi, amico! Vacci piano: l’appartamento non è mio e nemmeno la porta…-

Oz, flemmatico e palesemente assonnato, apparve a William sulla soglia con indosso ancora pantofole e pigiama.

Il volto  già teso di William si contrasse assai di più, in una smorfia di incredulità e disgusto insieme:

-Che diavolo?…. Oz! Da quando ti piacciono le pantofole a forma di lupo? –

Oz restò impassibile ad attendere che l’amico si decidesse ad entrare in casa.

-Diavolo! Ma anche sul tuo pigiama ci sono tanti lupetti disegnati!- il bel viso di William appariva deformato dallo stupore e dallo sdegno per quella che, a lui , pareva una mortificazione della virilità.

-Willow….- si limitò a dire l’altro, stringendosi appena nelle spalle.

-Dio mio!- gridò, facendo ingresso, con un solo allungato passo, nel piccolo tinello e lanciando la sua borsa di là dalla porta della camera che un tempo era stata la sua.

-Willow? Dannate donne! Oz: se non reagisci ti porterà a passeggio con il guinzaglio! Comprale un cucciolo! Dove fai colazione? Nella ciotola che ti  ha regalato Willow?-

-….mmhhh…-Oz temeva che William non stesse esagerando, ma tentò di  minimizzare: _no…è che, sai…Willow mi ha dato molti nomignoli…e ha una fissa per ‘lupacchiotto’…non so spiegarmela nemmeno io…-

Pensieroso per gli ammonimenti di William, lo raggiunse nella grande cucina di legno chiaro e sedette al tavolo, ancora apparecchiato dalla sera precedente.

-Beh?- adesso era il suo turno di fare le domande – Allora, Spike? Chi è volevi ammazzare prima? Quello che ha fatto la serratura di casa?-

-….no.. che? Nessuno, Oz…pensavo ad alta voce…-

-Oohh….capisco. E ‘alta voce’ sarebbe il nomignolo di Buffy?-

Centrato. Maledettamente in pieno.

William inspirò profondamente e si tolse la giacca, accennando alla caffettiera sul fuoco.

-E’ da parecchio che qualcuno non mi chiamava Spike.-

-Che vuoi farci, Spike: anche se adesso sei un illustre albergatore di lusso, per me resti sempre la solita testa matta con cui condividevo l’appartamento al college.-

Oz era disarmante nella sua semplicità  espressiva. Si somigliavano un po’ quei due: parlavano solo lo stretto necessario per sbattere in faccia agli altri che avevano ragione loro. Ma con una differenza notevole: Oz seguiva sempre l’istinto, come un animale selvatico, guidato dallo spirito di sopravvivenza, William, invece, si sforzava di agire per il meglio, mettendo da parte, troppo spesso, i suoi bisogni e la sua vera natura.

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