AUTORE: Ligeia
PERIODO DI PRODUZIONE: ottobre 2003, fino al settembre 2004
RATING: io la giudico una ff per tutti, ma per stare sul sicuro diciamo PG13 in qualche passaggio
ABOUT: è una ff spuffy, ma molti capitoli sono incentrati su altri personaggi come Faith, Giles, Willow e Dawn
RIASSUNTO: Elisabeth Anne Summers abita a New York, ha un buon lavoro e un ragazzo: sono due anni che non sente più nominare la Bocca dell’Inferno e ha provato con tutte le sue forze a reprimere i ricordi, che tiene rilegati in un angolo della sua memoria insieme al nomignolo di Buffy. Buffy è morta, di nuovo. Sarà una telefonata improvvisa a risvegliarla, per volere o per forza, richiamandola ad una realtà dalla quale credeva di essere ormai scampata.
SPOILER PRESENTI: Questa ff è un post chosen, quindi sono presenti grossi spoiler sul finale di BtVS e sulla 5° stagione di Ats
RESURREZIONE
New York, aprile 2005
Scese in strada, tenendo sotto braccio una borsa porta documenti e con indosso un sobrio tallier blu scuro; a passo spedito raggiunse l’ingresso della metropolitana, pronta per iniziare una nuova giornata di lavoro.
C’era molta calca in quei tunnel.
Salì su di un vagone che si era fermato vicino a lei, seguita a ruota da un fiume di persone, tutte apparentemente uguali, e si aggrappò alla maniglia che le penzolava sopra la testa, attenta a non urtare nessuno. La metro era partita e avrebbe dovuto attendere sei fermate prima di trovarsi davanti al grande palazzo dove lavorava.
Fissò il suo viso riflesso nel vetro, si guardò negli occhi. Aveva sempre amato farlo, voleva leggerci dentro forza, ma ora c’era solo rassegnazione. Non tristezza, ma una strana malinconia, un ricordo di momenti passati e persi. Si costrinse a distogliere lo sguardo della sua immagine, fissandolo invece su altre decine di persone: picchiettavano febbrilmente sui tasti di computer portatili oppure parlavano al cellulare, tentando di reggersi ai corrimani per evitare di cadere ad ogni fermata. Nessuno si rese conto che lei li stava silenziosamente osservando, intenti com’erano nelle loro mansioni e disinteressati ad una ragazza che li osservava nel riflesso di un vetro. Non si concentrò su nessuno in particolare: una volta scesi non avrebbe ricordato nessuno di quei visi e si domandò se, magari, non prendesse sempre la metro con le stesse persone, senza mai essersene accorta. Ma, dopotutto, che importava? Loro non la vedevano, non sapevano nulla di lei, chi era e cosa era stata. Anche se si fossero accorti di avere i suoi occhi puntati addosso si sarebbero voltati dall’altra o avrebbero continuato il loro febbrile lavoro, senza soffermarsi più di un secondo a chiedersi come mai una ragazza li fissava dal riflesso di un finestrino della metropolitana.
In quegli istanti si sentiva un pesce fuor d’acqua, a pensarci bene una sensazione che la aveva accompagnata per parecchi anni prima di quel momento, ma per motivi diversi, completamente diversi. Non era più come allora però: ora le bastava distogliere lo sguardo dai suoi occhi che la fissavano dal vetro per tornare alla normalità.
Già, la normalità.
Voltò la testa, decisa a concentrarsi su qualcos’altro, a smettere di pensare, di ricordare.
Il treno si fermò. Scese frettolosamente, evitando di farsi buttare a terra. New York era un inferno nell’ora di punta. Un inferno.
Attraversò la strada, dirigendosi verso l’entrata di un alto palazzo di vetro: un’altra giornata, uguale al giorno prima e a tutte quelle che sarebbero venute.
Il sole brillava fuori dalle finestre del suo bell’ufficio e i raggi giocavano sulla superficie del tavolo in cristallo su cui erano impilate in bell’ordine molte teche colme di fogli: era una bella giornata, piena di lavoro da sbrigare, e ringraziò Dio per quello.
Si sedette nella morbida poltrona di pelle girevole, lasciando la giacca appesa all’attaccapanni dell’entrata. Una lunga giacca leggera, color beige, comprata a metà prezzo in un piccolo negozio del suo quartiere: un tempo non avrebbe nemmeno preso in considerazione l’idea di…
Il telefono iniziò a squillare insistentemente, destandola dai suoi pensieri. Alzò la cornetta, pronunciando senza enfasi “assicurazioni Smithers&Co, buongiorno”. Per tutta risposta sentì il suo interlocutore scoppiare a ridere.
“Elisabeth, detto così sembra che tu lavori per un impresario delle pompe funebri piuttosto che per una delle compagnie assicurative più importanti della città”
“ciao Mark” disse sorridendo sforzata nel tentativo di dare alla sua voce un’intonazione allegra
“cosa fai stasera?”
“Niente che mi risulti”
“sbagliato, vieni a cena con me”
“davvero?”
“era un sì?”
“era un sì”
“perfetto, allora ti passo a prendere alle 7, ci divertiremo”
“ciao” sussurrò prima di riattaccare.
Mark, il suo ragazzo. Sempre di buon umore, entusiasta della vita; riusciva a trasmettere questa gioia anche a lei. A volte.
Si accomodò meglio sulla poltrona, girandosi verso l’enorme finestra che le stava alle spalle: le sembrava di essere in una cappa di cristallo chiusa là dentro. La prima volta che era entrata aveva pensato che non sarebbe resistita più di due settimane.
Erano passati quasi due anni da quel giorno.
Tornò ad appoggiare i gomiti sulla scrivania, agguantando una delle cartelle. Non doveva pensare, non a quei momenti, non a quello che era successo, non a come era finita.
Ora aveva una vita, gli altri avevano una vita.
Il telefono riprese a squillare e non smise per tutto il giorno, nemmeno per la pausa pranzo; si era abituata presto a lavorare duro e, anche se il suo contratto di lavoro non prevedeva più il suo licenziamento a breve termine, non aveva mai diminuito il suo orario. Erano le cinque e mezza quando uscì.
Inforcò un paio di occhiali da sole scuri per ripararsi dai riflessi del sole che calava, dirigendosi con il solito passo verso la stazione della metropolitana. Tra poco sarebbe tornata al suo appartamento. Il posto dove viveva. Quante volte aveva tentato di convincersi che ora era la sua casa…ma ogni vota che pronunciava quella parola le si affacciava alla memoria e una piccola veranda che dava sul giardino e la cassetta delle lettere davanti, una villetta monofamiliare, come tutte le altre del quartiere…poi vedeva una finestra, sempre aperta, con le tende svolazzanti, che frusciavano leggere ad ogni soffio di vento. A volte la notte si affacciava al suo ampio terrazzo, osservando sotto di sé le strade buie e ancora affollate. Seguiva i passanti con lo sguardo, li vedeva imboccare vicoli scuri e non tornare più, allora distoglieva gli occhi, resistendo al desiderio di gettarsi per le scale per fermarli, avvertirli, salvarli. Altri invece camminavano a passo spedito, verso casa probabilmente. Li invidiava. Loro potevano tornare a casa.
Durante il tragitto evitò di guardare il vetro, concentrandosi sul quotidiano che teneva aperto davanti a lei. Sfogliò distrattamente le prime pagine che trattavano solo di politica e sport, focalizzandosi sulla cronaca nera, un riflesso incondizionato che non era ancora riuscita ad estirpare. Lesse attentamente il titolo di testa: “dissanguato senzatetto sulla 5ta, non è bastata la tempestiva trasfusione di sangue”. Chiuse il giornale mettendolo sottobraccio e si diresse verso l’uscita, per raggiungere velocemente la porta d’ingresso del palazzo dove viveva.
“Buongiorno signorina Summers” salutò cordiale l’anziana portinaia
“Buon giorno” rispose in tono gentile ma distratto
la salutò con la mano mentre le porte dell’ascensore le si schiudevano davanti
Esausta infilò la chiave nella toppa, spingendo la porta.
Gettò ogni cosa sul divano, schiacciando il tasto per ascoltare la segreteria telefonica: due messaggi presenti. Uno era di Mark, che le ricordava di farsi trovare pronta, e sorrise ascoltandolo.
L’altro era di Dawn.
Si sedette su una comoda poltrona, sprofondando tra i cuscini; poi chiuse gli occhi, lasciando che il nastro riproducesse la voce della sorella.
“Buffy? Ciao sono Dawn, volevo…volevo solo dirti che qui va tutto bene, lo so che ci siamo sentite solo l’altro ieri ma…avevo voglia di sentirti, per sentire come va il lavoro sai… richiamami quando puoi. Ciao…”
sorrise nel sentire quel nome…Buffy. Ora si presentava sempre come Eilsabeth. Elisabeth Anne Summers, anche nessuno la aveva mai chiamata così: era solo il nome stampato sulla sua carta di identità.
Buffy. Il nomignolo scelto da sua madre, il nome che aveva terrorizzato migliaia di…ma ora era finita.
Si sentì in colpa per non aver risposto alla chiamata della sorella…Dawn era l’unica cosa che le restava, l’unica con cui avesse mantenuto i contatti. Sua sorella. Ora frequentava un college privato di Philadelphia. L’aveva scelto quando la loro città era…da quel momento potevano andare dove volevano.
Sarebbe andata a trovarla la settimana successiva, aveva bisogno di stare insieme a lei, di ritrovare la vecchia complicità che aveva permesso ad entrambe di sopravvivere alla morte della madre. Compose velocemente il numero del suo cellulare, sperando di trovarlo acceso. Lasciò squillare a lungo, ma non rispose nessuno.
Lasciò cadere a terra il vestito, infilandosi sotto la doccia e chiuse gli occhi, pensando a sua sorella…quanto tempo era passato dall’ultima volta che si erano viste? quasi un mese, perché lei aveva deciso di seguire un corso per integrare gli studi e avere più possibilità di entrare in una prestigiosa università. Lei non glielo aveva mai detto, ma sapeva che Dawn avrebbe voluto tornare in California.
La sua piccola Dawn, quante cose aveva affrontato. Se la ricordava, triste e indifesa, in cima alla torre. Serrò maggiormente gli occhi, incapace però di scacciare il pensiero. Le aveva detto che la cosa più difficile del mondo era viverci ed ora tutte e due stavano avendo l’ennesima prova della veridicità di quelle parole.
Ora le tornavano in mente i visi degli amici, quando era tornata in vita…uscì in fretta dalla doccia, coprendosi con un grande asciugamano e dirigendosi in camera per prepararsi.
Aprì l’armadio, in cerca del vestito adatto per la serata. Tra le giacche teneva ancora quella di pelle nera, non aveva avuto il coraggio di buttarla via come aveva fatto con il resto. Sfiorò delicatamente con la punta delle dita le maniche dell’indumento…ma allontanò di scatto le mani, afferrando un vestito da sera scuro e gettandolo sul letto.
No, non poteva rischiare di ricordare…tutte le notti passate, passate con lui. Tutti i combattimenti…ricacciò il pensiero. Ora niente di tutto quello faceva più parte della sua vita.
Aveva appena finito di truccarsi quando suonò il campanello. Davanti a lei c’era Mark, con uno splendido mazzo di rose in mano. L’aveva conosciuto in un bar del centro, anche lui lavorava per un’azienda assicurativa. Era dolce, sensibile, con il senso dell’umorismo, e innamorato. Sorridendo si chinò per baciarla, prendendola poi delicatamente per un braccio. Senza opporre resistenza si lasciò condurre alla sua auto, che si fermò davanti ad un bel ristorante italiano.
“siamo arrivati” disse aprendole la portiera e aiutandola a scendere
“grazie” sussurrò prendendo la mano che le offriva
“ti ho già detto che sei bellissima?”
“non mi stanco di sentirtelo dire” rispose lei con un piccolo sorriso
i due si accomodarono in un tavolino un po’ in disparte, ordinando i classici spaghetti.
“allora, cosa mi racconti di bello? Non ti ho sentita molto entusiasta questa mattina”
“no, è tutto a posto, è solo
che ho molto da lavorare. Anche perché tra qualche settimana
parto per andare a trovare mia sorella”
“giusto, come sta?”
“non ci vediamo tanto quanto vorrei però sta bene, studia a Philadelphia.”
Passarono il resto della serata a chiacchierare del più e del meno, Mark aveva il potere di distrarla dai suoi problemi, facendola sentire…normale. Odiava quel termine.
La serata si concluse a casa sua, sorseggiando del vino.
I due erano distesi sul divano, abbracciati.
“sai ,a volte penso che so così poco su di te…è come se non ti conoscessi del tutto. Dei giorni sei felice, altri assorta in chissà quali pensieri…non riesco a capirti” si chinò per darle un piccolo bacio sulle labbra.
Solo uno aveva avuto il dono o la dannazione di capirla.
Senza rispondere lei chiuse gli occhi, appoggiandosi sulla sua spalla. …un uomo normale. Sapeva di non provare amore per lui e si odiava profondamente perché…perchè non sentiva altro che riconoscenza. Riconoscenza per averla aiutata a superare uno dei momenti più terribili, quando non c’era niente da decidere, ma unicamente accettare. Accettare di ricominciare una vita nuova, diversa, che non aveva il coraggio di confrontare con quella che conduceva prima.
Solo stupida riconoscenza. Sperava solo che il tempo le insegnasse ad amarlo come meritava; e se tra le sue braccia non riusciva a sentirsi protetta, doveva accettare che non aveva più bisogno di esserlo.
Si lasciò portare in camera da letto, dove lui la infilò dolcemente sotto le coperte, distendendosi vicino a lei.
La mattina seguente si svegliò di soprassalto, le capitava ancora di sognare quello che aveva…combattuto. Era una delle cose che non la avevano mai abbandonata e che continuavano a ricordarle cosa era stata, chi era stata.
Si guardò attorno: non vide Mark ma un forte profumo di frittelle proveniente dalla cucina inondava la stanza. Si lasciò sprofondare di nuovo tra le coperte.
Willow…la sua Willow, quante volte la aveva vista, infagottata in quei suoi buffi pigiami troppo larghi, mentre le preparava la colazione. Anche lei ora era lontana, lavorava a Washington per una ditta che produceva software per computer. Ormai i loro contatti si erano fatti sempre più rari; un biglietto per le ricorrenze e qualche breve telefonata. Era come se entrambe volessero lasciarsi alle spalle il passato ma non riuscissero a farlo completamente, sentiva però che presto anche quel minimo contatto sarebbe venuto meno: erano tre mesi che non la sentiva.
Le tornò in mente il giorno del suo ultimo anno di liceo, quando era arrivato il momento di scegliere l’università. Le la aveva raggiunta nel giardino della scuola e Willow era distesa sull’erba e faceva roteare in aria una matita; sotto gli occhi le lettere dei college che la accettavano: le aveva mostrato quella di Sunydale con il più spontaneo dei sorrisi, dicendole che la biblioteca era la più fornita dello Stato. Era rimasta per lei…non aveva più trovato una amica così.
Si alzò improvvisamente, scacciando quei ricordi che le mettevano addosso solo tristezza.
Andò in cucina, completamente vestita e pronta per uscire. Baciò Mark sulla guancia, mentre era ancora intento a cucinare.
“te ne vai già?” chiese deluso
“no, posso fermarmi a colazione” rispose, tentando di velare la malinconia che l’aveva invasa
i due si sedettero di fronte, ognuno con un piatto.
“allora, com’è la tua giornata?” tentò di conversare Mark
“spero tranquilla, è venerdì, quindi devo chiudere alcune pratiche…”
in quel mentre squillò il telefono.
Sorpresa, la ragazza si diresse verso il mobile dov’era appoggiato l’apparecchio, leggendo il numero dell’interlocutore. Il prefisso era quello di San Francisco. Trattenne il respiro: conosceva solo una persona che abitava lì. Alzò la cornetta, titubante.
“pronto?”
“Pronto, sono Rupert Giles…Buffy?” l’aveva riconosciuto immediatamente, sempre la stessa voce professionale
si interruppe per un attimo “buongiorno, come sta?”
“Buffy – pronunciò il suo nome con un misto di commozione e tristezza – io…io sto bene…tu?” era quasi in imbarazzo, come se non riuscisse ad esprimere i suoi sentimenti
“anch’io…” si fermò, stava per scapparle la sua solita battuta, quella che gli propinava tutte le volte che telefonava a casa sua, a Sunnydale. ‘mi faccia indovinare, qualcuno vuole distruggere il mondo’
“mi…mi dispiace disturbarti a casa ma era urgente – il suo cuore accelerò – ho bisogno di te. Non posso spiegarti ora ma è necessario che tu venga qui al più presto. Ti prego avverti Willow. – sentì un tuffo al cuore - Io contatterò gli altri.”
“cosa sta succedendo?” la sua voce era quella preoccupata di sempre
“ti prego Buffy, ti spiegherò quando sarai qui. Ti prego”
“Lo sa che ho chiuso con tutto quello che riguarda…- si accorse che Mark ascoltava la conversazione - e anche gli altri”
“Buffy io…lo so e mi dispiace di doverti riportare qui…- non c’era bisogno di ulteriori spiegazioni- ma…c’è un problema”
rimase in silenzio per qualche istante “quando?”
“parti al più presto, anche
oggi se puoi. Vai a prendere Willow, c’è un volo in partenza
da Washington alle 5” sembrava che volesse aggiungere
qualcosa, ma non continuò
“bene”
“Buffy…grazie”
“arrivederci signor Giles” lo salutò con immutato affetto, senza avere il coraggio di ribadire che lei non avrebbe più combattuto, e il cuore dell’uomo si riempì di gioia: era tanto tempo che non la sentiva chiamarlo così
Mark si voltò per guardarla negli occhi, lei sostenne lo sguardo
“chi era Elisabeth?”
“un amico” rispose in modo asciutto
“cosa voleva?” sapeva che c’era dell’altro
“andrò da lui appena finisco di lavorare, ti telefono al più presto” detto questo si alzò, dirigendosi in camera per preparare un bagaglio. Era stata più fredda di quanto avrebbe voluto, ma la telefonata l’aveva scombussolata molto: si sentiva come se tutto l’universo da cui era faticosamente uscita l’avesse assorbita nuovamente.
Lui la seguì nella stanza, osservandola mentre estraeva dall’armadio alcuni capi che non le aveva mai visto addosso.
“dove vai?”
“a San Francisco” rispose senza alzare lo sguardo
il ragazzo alzò le mani con fare sconfortato
“adesso mi spieghi cosa è successo! era una mattina come tutte le altre, stavamo tranquillamente facendo colazione, poi squilla il telefono e, appena riattacchi, mi dici che devi andare a San Francisco perché un amico ha bisogno di te?”
“esatto”
“Elisabeth, ma ti rendi conto che non ha senso?”
lo guardò sconsolata, sapeva di non potergli dire la verità, non avrebbe voluto lasciarlo, ma era necessario. Comunque doveva tranquillizzarlo. Sarebbe tornata presto, non aveva intenzione di essere trascinata nuovamente a sventare apocalissi ogni anno, non più. Avrebbe detto a Giles che lei non era più una…una Cacciatrice.
Le ritornò in mente il giorno in cui aveva sentito Giles ed Angel parlare dell’apocalisse per la prima volta: si era strappata dal collo la croce d’argento dicendo “non voglio morire”.
No, non voleva morire, non più almeno. Ma non era riuscita a dire di no a Giles, né a ricacciare il pensiero che la aveva attraversata quando le aveva detto che c’era bisogno di lei…sarebbero potuti tornare come una volta. Ma era davvero quello che voleva? Ognuno di loro si era ricostruito una nuova vita e, anche se separati, erano…felici. Ora lei aveva Mark, un lavoro, una casa, una vita.
Ma tutte le emozioni degli anni passati ad essere…Cacciatrice le erano tornati alla memoria, sortendo l’effetto di una cannonata.
Finì di mettere i vestiti in valigia, voltandosi per guardare il giovane sconvolto
“Mark ascolta, il mio passato…-non riusciva a parlare – il mio passato è stato molto difficile, e non ho ancora chiuso del tutto. Questo è il momento di farlo.”
“quell’uomo faceva parte del tuo…?”
“sì – abbassò gli occhi – del
mio passato”
“vieni qui” non sopportava di vederla così, la abbracciò, lasciando che lei appoggiasse la testa sulla sua spalla
lentamente si liberò del suo abbraccio.
“devo andare” si sentiva in colpa
“lo so”
“ciao” disse passandogli una mano sul viso e baciandolo con dolcezza
si allontanò velocemente, con la valigia in mano. Quel giorno non prese la metropolitana, ma la macchina. Sarebbe partita il prima possibile. Prima arrivava, prima tutto sarebbe finito.
Accese il motore con un gesto secco, ingranando la marcia. Nel fare retromarcia vide il suo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore…senza pensarci si voltò da una parte. Non poteva credere di essere così maledettamente…speranzosa. Avrebbe dovuto sentirsi triste, arrabbiata, piena di paura; ma non speranzosa, non…forte.
Una volta in ufficio aprì l’agenda, in cerca del numero di telefono di Willow. Trovò un post-it azzurro, con scritto il numero e l’indirizzo.
Nel rivedere la sua calligrafia rotonda le ritornarono in mente le giornate passate con lei a studiare, e quando le faceva i compiti perché era troppo stanca dopo la ronda…sorrise ripensando a quando studiavano al Bronze tra un ballo e l’altro e lei cercava inutilmente di farle imparare la lezione di francese: era stata quella notte che aveva conosciuto Spike.
Compose velocemente il numero, stranamente agitata.
Dopo qualche squillo sentì alzare la cornetta
“Pronto?” riconobbe la voce della ragazza
“Willow? Sono…sono Buffy – era la prima volta dopo tanto tempo che usava di nuovo il suo nome e si guardò involontariamente intorno per vedere se qualcuno la aveva sentita– disturbo?”
La ragazza dai capelli rossi era rimasta immobile, con la cornetta in mano. Lentamente si ridestò, farfugliando qualcosa
“No…no, Buffy ciao” sembrava che volesse sembrare amichevole, ma la sua voce era quasi fredda, estranea
Willow non sapeva che pensare, si era seduta sulla poltrona girevole, sprofondando nell’imbottitura e fissando un punto indistinto di fronte a lei. Buffy…stava parlando con Buffy. Un mare di ricordi la invasero: la rivedeva il primo giorno di scuola, quando si era presentata tendendole la mano…
“ciao…”la voce di Buffy era titubante, sembrava che si sentisse in colpa per averla chiamata. Willow si pentì mentalmente del tono con cui la aveva accolta
“allora…come stai?” cercò di fare conversazione, nel tentativo di rimediare, ma la cosa la…metteva in imbarazzo
dall’altro capo Buffy si accorse della tensione e dello sconcerto della ragazza. Ignorando la fitta al cuore, continuò
“Willow, mi…mi dispiace chiamarti al lavoro…”
“Oh no, Buffy…non pensare che…” si affrettò a precisare Willow
“Mi ha chiamato Giles, c’è un problema” concluse Buffy senza lasciarla terminare, non voleva che aggiungesse altro, era già abbastanza doloroso
“di cosa si tratta?” l’attenzione di Willow venne improvvisamente assorbita da quelle parole
“Non me lo ha detto, vuole solo che andiamo da lui a San Francisco, ha detto che è urgente”
Willow rimase un attimo in silenzio…Giles aveva bisogno di loro – “quando?”
“appena finito di lavorare parto per Washington, c’è un aereo alle 5…lui mi ha chiesto di…sì insomma, vuoi che ti passi a prendere?” chiese insicura, non sapeva se si sentiva pronta a rivederla
“Certo…certo, io finisco di lavorare all’una, sai come raggiungermi?”
“sì, non preoccuparti.”
Tra le due cadde un opprimete silenzio
“allora…ciao”
“ciao”
Willow riattaccò la cornetta, confusa. Tra qualche ora Buffy sarebbe arrivata. Buffy…erano passati più di sei mesi dalla sua ultima visita. Non riusciva a concretizzare l’idea di rivedere la sua vecchia amica. Era incredibile quante cose fossero cambiate in quei due anni, dal loro addio a Sunnydale. Credeva che la loro amicizia non si sarebbe mai sciolta, che sarebbero rimaste per sempre le due ragazze spensierate dei tempi dell’università, ma tutto lentamente si era logorato. Ora la sentiva quasi come un’estranea, portavoce di un mondo che non considerava più il suo. Ci aveva messo anni per disintossicarsi dalla magia, era consapevole del fatto che lei non c’entrava, ma era come se anche lei facesse parte di un universo che aveva ripudiato. Tutti loro si erano divisi, dopo l’ultima battaglia e non riusciva ad immaginare cosa avrebbe significato la loro nuova unione.
Si allontanò dal suo angolo computer per andare nell’ufficio del suo principale, dove venne accolta dal superiore con uno sguardo distratto
“Buongiorno signor Chapman”
“Signorina Rosenberg, cosa posso fare per lei?”
“Vede, avrei bisogno di chiederle una vacanza anticipata, mi si è presentata un’occasione che non credo si ripeterà: a San Francisco c’è una conferenza su nuovi prototipi di software a cui posso partecipare…” si congratulò con se stessa per essersi ricordata del volantino lasciato dalla segretaria sulla sua scrivania
“Ma certo, se crede che sia necessario, si assenti pure per qualche settimana…lo sa quanto puntiamo sui prodotti di nuova generazione”
“non si preoccupi, credo che ci vorrà meno di una settimana” replicò convinta
“perfetto, allora è deciso. Quando partirà?”
“ho un aereo questo pomeriggio”
“faccia buon viaggio”
“grazie e arrivederci” concluse asciutta, voltandosi per raggiungere la porta
Raggiunse nuovamente il suo ufficio, dove prese il suo portatile, infilandolo nella valigetta: se non altro avrebbe potuto lavorare. Passò a casa per preparare un bagaglio leggero, per poi ritornare in ufficio, pronta per partire.
A casa non trovò nessuno, divideva l’appartamento con altre due ragazze, a cui si ripromise di lasciare un messaggio per avvertirle. Per il momento era single, non si sentiva ancora pronta per una nuova storia.
Chiuse a chiave la porta, osservando quasi con nostalgia l’appartamento, come se lo vedesse per l’ultima volta. Con la mente tornò al dormitorio dell’università, dove aveva diviso la stanza con Buffy…come avevano sempre desiderato. Quanto le sembravano lontani quei giorni.
* * *
Sperava che lei arrivasse presto, quell’attesa la opprimeva. Pur continuando a ripetersi che, dopotutto, sarebbe stata la solita Buffa, la spaventava l’ipotesi di trovarla diversa, ma soprattutto non sapeva quanto lei stessa fosse cambiata.
Ora lavorava per la Microsoft, progettava software; le piaceva il suo lavoro e poi era sempre stata brava con i computer, lei aveva fatto la scelta più scontata. Non aveva capito invece cosa faceva Buffy: doveva lavorare per una compagnia assicurativa…era riuscita a stupirla un’altra volta: aveva finito l’università ed era stata subito assunta. Avevano entrambe un futuro davanti, una miriade di opportunità. Ma prima dovevano chiudere con il passato.
La segretaria interruppe il flusso dei suoi pensieri, avvisandola che c’era una ragazza nell’atrio che la aspettava.
Prese la valigia, dirigendosi a passo spedito verso l’ascensore. Tutti i suoi colleghi stavano ancora lavorando, li vide con gli occhi puntati sullo schermo che battevano sui tasti dei loro computer. D’improvviso si sentì un’estranea, lei non faceva parte del loro mondo…le porte scorrevoli si aprirono davanti a lei.
All’ingresso c’era una ragazza vestita elegantemente, con i capelli biondi tirati indietro da un piccolo fermaglio e degli occhiali da vista ovali, che si guardava intorno senza lasciar intravedere il minimo imbarazzo.
Si diresse verso di lei, salutando con un cenno la portinaia che ricambiò il saluto.
“Buffy!” le sorrise dolcemente, dopotutto era contenta di vederla
“ciao Willow” la salutò l’amica
“potevi salire…” le disse, sentendosi improvvisamente scortese per non averla invitata a vedere il suo ufficio
“no, grazie…ho preferito aspettare qui. Sai, non volevo scombussolarti il lavoro…sei stata gentile ad accettare” disse con sguardo sincero, sul suo viso però non vedeva più la gioia che ricordava. Si sorprese a pensare che nemmeno lei doveva esserle sembrata particolarmente felice
le due non sapevano come comportarsi, stringersi la mano sarebbe stato un gesto troppo formale, ma nessuna aveva il coraggio di avvicinarsi per un abbraccio
“Bene…io ho la macchina qui di fronte, se hai preso tutto…”
“certo, andiamo” convenne la rossa, seguendo l’amica fuori dall’alto palazzo.
Erano entrambe un po’ imbarazzate, era passato molto tempo dall’ultima volta che avevano passeggiato insieme, e quel giorno non era per diletto.
Salirono sulla macchina di Buffy, una berlina nera non troppo ingombrante, dopo aver caricato la valigia di Willow.
La ragazza mise in moto, allontanandosi velocemente dall’edificio in vetro da cui erano uscite. Tra le due cadde un soffocante silenzio, rotto soltanto dallo squillo del cellulare di Buffy.
“pronto?”
“ciao Buffy, sono Dawn”
“Dawnie! Ieri ho provato a chiamarti, ma non hai risposto.”
“lo so, mi dispiace. Ascolta, mi ha chiamato Giles…”
“Ha contattato anche te…” disse un po’ contrariata
“sì, prendo un aereo da qui e vi raggiungo – lo diceva come se fosse la cosa più naturale del mondo – c’è…c’è anche Willow?” domandò
”Sì, vuoi parlarle?”
“no…tanto ci vedremo tra poco, salutamela” dal tono della sorella capì che anche lei era spaventata dall’ipotesi di rivedere gli altri.
Appoggiò il cellulare nel portaoggetti e inforcò un paio di occhiali da sole, togliendo quelli da vista
“Dawn ha detto di salutarti” tentò di attaccare discorso
“oh…grazie. – abbassò lo sguardo per un istante, incerta sul da farsi – allora…da quando porti gli occhiali da vista?”
Buffy sorrise, in effetti era la prima volta che la vedeva in vesti lavorative “Li uso solo quando lavoro al computer, servono per non affaticare gli occhi” rispose in tono un po’ formale
“e…come va il lavoro? Sembri davvero una donna d’affari”
rise leggermente, era la stessa cosa che aveva pensato di Willow quando aveva visto il palazzo dove lavorava “Tutto bene, mi sono ambientata…anche tu hai fatto strada”
“Già…sono tornata la ragazzina che gioca sui computer, solo che adesso mi pagano” ridacchiò
“…eri una specie di genio della pirateria informatica, ti ho visto scassinare talmente tanti sistemi che…” si bloccò, non sapeva se era il caso di rivangare in passato.
Arrivate all’aeroporto, presero i loro bagagli e si diressero a ritirare il biglietto. Fortunatamente era un giorno infrasettimanale e non c’era molta fila.
Superati i numerosi controlli, le ragazze si diressero verso l’area di attesa. Camminavano vicine: entrambe si sentivano osservate, come se tutti le stessero guardando. Erano tremendamente a disagio.
Presero posto ad un bar, ordinando due caffè.
“non ti ho mai vista bere caffè” sorrise Willow
“è vero, ma mi ci sono abituata lavorando per una compagnia che fornisce gli uffici unicamente di macchinette elettriche per il caffè in bustina…sono…sono cambiate tante cose dall’ultima volta che ci siamo sedute a parlare insieme” commentò quasi amaramente
“Già”
Buffy si guardò intorno…avrebbe voluto chiederle tantissime cose, ma non aveva il coraggio, come se non ne avesse più il diritto.
“Elisabeth? Ciao” una voce gioviale alle sue spalle la fece voltare. Vide David, uno dei suoi colleghi, probabilmente appena rientrato dalle vacanze con la famiglia.
“Ciao! Come stai? Vi siete divertiti?” chiese alzandosi per stringergli la mano “questa è Willow Rosenberg, una mia amica” la presentò
“Piacere di conoscerti” sussurrò Willow sorridendo gentilmente, un po’ imbarazzata
“Piacere mio. Sì, è stato fantastico – disse poi rivolgendosi a Buffy- Bè…fate buon viaggio. Spero di rivederti presto in ufficio! Arrivederci” le salutò con un cenno della mano, allontanandosi tirando una valigia e chiamando i figli, che scorrazzavano per l’aeroporto senza essersi nemmeno accorti che il padre si era fermato.
Buffy tornò a sedersi, incontrando però lo sguardo di Willow
“Elisabeth?” domandò con una punta di durezza nella voce
“Sì…ora qui sono Elisabeth” le rispose, senza abbassare lo sguardo
Willow ora sembrava arrabbiata
“Ora sei Elisabeth? E Buffy che fine ha fatto?”
Entrambe erano arrivate all’esasperazione, non riuscivano più a trattenere il fiume di parole che avrebbero voluto dirsi.
“ma cosa vuoi che ti dica Willow? Avevo bisogno di tagliare con il passato…dimmi, chi ero prima? Buffy la Cacciatrice – era la prima volta che pronunciava quel nome dopo almeno due anni - ma adesso quella realtà è finita. Insomma guardami! Cosa vedi? Non sono più la ragazzina ammazza-vampiri. Ho dovuto ricominciare tutto da capo, in un mondo dove Buffy non avrebbe potuto esistere!”
“sei cambiata” le rinfacciò l’amica, Buffy resse lo sguardo
“anche tu” pronunciò quelle parole con rabbia
l’altoparlante chiamò con voce metallica il loro volo e le due si diressero verso l’entrata.
Erano in volo ormai da un’ora, senza proferire parola
“Buffy?” chiamò Willow, ora si sentiva in imbarazzo a chiamarla così
“Sì?” nella loro voce non c’era più astio
“Ti…ti va se parliamo un po’?” domandò timidamente, Buffy si sciolse a quelle parole, riconoscendo la ragazza dolce e sensibile che la aveva accompagnata per gli anni più pericolosi della sua vita.
“Certo”
“hai più visto gli altri?”
Buffy abbassò lo sguardo, sentendosi in colpa “Ho sentito Xander qualche volta…e anche il signor Giles. Ma non ci siamo più rivisti. – non andò oltre, non era ancora pronta per parlare di quello…- tu?”
“Anch’io…sembrerebbe che la banda si sia sciolta allora” concluse
Le si formò un nodo allo stomaco. Era doloroso parlare di quello che era successo, ma si sforzò di spiegarle, in fondo era l’unica che poteva capire “Willow…fa male. Io lo so che avevamo deciso di rimanere uniti però…dopo quello che è successo siamo tutti cambiati. Ognuno aveva bisogno di stare solo, di vedere se era in grado di vivere un’esistenza…normale e, anche se è dura, con uno di noi accanto nulla sarebbe mai stato normale”
“ma ci pensi?” non servivano ulteriori spiegazioni
“Ogni giorno”
“Sai, vicino a casa mia c’è un bel locale, con un angolino che sembrava quello del Bronze. Ogni volta che ci vado mi siedo lì con i miei amici…mi ritornano in mente tutti momenti passati lì, con te, Xander, Anya e Tara” pronunciò gli ultimi nomi con dolore “ ma poi mi dico che col tempo anche questo finirà, che dimenticherò, eppure ogni volta che passo davanti a quel posto mi volto dall’altra parte e mi tornano in mente sempre le stesse immagini e…” si fermò, fissando il finestrino
“Lo so, capita anche a me” Buffy si fermò, come se cercasse le parole adatte “ma quello che mi fa più male è non poterne parlare con nessuno…”
la ragazza tornò a guardarla “io…io c’ero. Ci sarei sempre stata per te…”
“Sì ma…” come spiegarle che ogni minimo contatto non avrebbe fatto altro che acuire la sensazione di abbandono che non riusciva a scacciare nemmeno quando era circondata dai suoi nuovi amici
“ho capito…so cosa provi”
Willow si voltò lentamente, per osservare il viso della ragazza che le stava accanto, vedendoci riflessa la sua stessa tristezza.
D’un tratto Buffy si girò, guardandola negli occhi, e per un attimo le sembrò di riconoscere lo stesso sguardo della ragazza che aveva sventato 7 apocalissi
“noi…noi eravamo amiche” sussurrò
“Sì…lo eravamo”
le si riempirono gli occhi di lacrime, non ce la faceva più a trattenersi.
Willow si avvicinò, stringendole la mano, come a voler lenire quel dolore che era anche suo e passarono così il resto del viaggio finchè, lentamente, l’aereo atterrò. Era notte a San Francisco.
All’uscita si guardarono intorno, tentando di scorgere una faccia conosciuta.
“Vedi qualcuno?” chiese la rossa
“a parte una manica di maleducati che spingono? No” concluse seccata, facendo sorridere l’amica
“Ehy…ragazze!” in fondo alla sala videro un ragazzo con i capelli corti e una camicia impossibile che si sbracciava nella loro direzione
le due gli corsero incontro. Xander. I tre, incuranti della folla che gli scorreva intorno, rimasero stretti in un abbraccio tanto desiderato per un tempo infinito. Erano di nuovo loro, di nuovo insieme. Non contava se non si erano più rivisti, se il destino li aveva separati, le loro vite erano indissolubilmente intrecciate.
Senza pensarci due volte il ragazzo afferrò le due valige, facendo strada verso la sua macchina. Ora lavorava a Phenix, dove aveva aperto una piccola falegnameria.
“Allora…fatto buon viaggio?”
“Sì, grazie…quando sei arrivato?” domandò Buffy
“Solo questo pomeriggio, ho chiuso per il fine settimana. Giles mi ha chiesto di venire a prendervi, ci sta aspettando a casa sua.” Concluse caricando le borse nel bagagliaio e invitandole ad entrare
“non ci posso credere…guardatevi! Sembrate due manager appena uscite da uno di quegli enormi uffici pieni di finestre!”
“Anche tu ti sei sistemato…se solo avessi perso l’abitudine di quelle orrende camicie hawayane!” sorrise Willow
I tre chiacchierarono del più e del meno. Con Xander le cose erano molto più facili, era rimasto il solito bravo ragazzo pronto a fare battute su tutto e Buffy, da quando era partita, si sentì felice. Finalmente a casa. Immaginò Mark, che probabilmente stava cenando da solo, ma ricacciò il pensiero. Per quel periodo sarebbe tornata ad essere solo Buffy.
“Bene signore, siamo arrivati al modesto appartamentino del signor Giles” disse indicando una bella casa che si affacciava sull’oceano.
Un po’ timorose Willow e Buffy scesero dalla macchina, dirigendosi verso la porta in legno e avvicinandosi istintivamente l’una all’altra. Prima che bussassero la porta si aprì davanti a loro.
Giles stava lì, indossando la sua abituale giacca di tweed.
Fissava le due ragazze come se fosse la prima volta che le vedeva, ma non fece in tempo a dire niente, perché Buffy lo abbracciò con slancio, imitata subito dopo da Willow.
Giles non poteva crederci, strinse più forte a se le due ragazze, entrambe commosse. Non gli erano sembrate loro: così cresciute, così adulte, così belle. Ma quando gli erano andate incontro…sembrava che nulla fosse cambiato.
I tre si divisero e un emozionato Giles fece strada, aiutando Xander a portare i bagagli. Fece un rapido giro della casa, portandole poi a vedere le loro stanze. Willow e Buffy avrebbero dormito in una piccola camera al piano superiore, con vista sull’oceano.
“Spero che vi troviate bene” sussurrò l’ex osservatore, appoggiando i bagagli all’entrata
quei magnifici istanti di gioia e affetto ritrovati però si spensero quando tutti scesero nel salotto. Giles stava in piedi, come sempre, camminando avanti e indietro, gli altri invece si erano disposti sulle varie poltrone, mantenendo una posa composta.
“Innanzitutto grazie per essere venuti, so quanto possa essere stata dura. Questa sera siete stanchi, quindi non vi spiegherò ancora tutto, anche perché manca ancora qualcuno. Spike ci raggiungerà domani mattina”
A Buffy si strinse il cuore, poteva sopportare tutto, ma non questo. Non poteva rivedere Spike…dopo due anni. Certo, sapeva che era vivo, che aveva l’anima, che viveva a Los Angeles, da Angel. Non aveva nemmeno il suo numero, era stata Willow ad avvertirla, lui non l’aveva fatto. Probabilmente si era rifatto una vita…in cui lei non era compresa. Tuttavia non lasciò trasparire queste emozioni, domandando solo
“cosa centra Spike?”
“Bè…è una situazione complicata. Posso dirti solamente che qualcuno ha richiesto il nostro aiuto. Ora però andate a letto. È tardi.” Era già mezzanotte quando tutti si diressero verso le rispettive camere
Giles però li fermò nuovamente “Ragazzi…grazie. Buona notte” sussurrò, seguendoli con lo sguardo finchè non li vide scomparire nelle loro camere.
Lui tornò in soggiorno, servendosi un brandy e facendolo girare più volte nel bicchiere, osservando il liquido ambrato.
Non poteva credere che i suoi ragazzi fossero tutti lì, sì…i suoi ragazzi. All’inizio, quando si era presentato al liceo di Sunnydale con i suoi libri sui demoni e sulle cacciatici e si era trovato di fronte Buffy non sapeva come sarebbe andata a finire. In nessun manuale dell’osservatore c’era scritto che era possibile voler bene alla propria Cacciatrice…e ai suoi amici. Ricordava le loro riunioni, le battute di Buffy su quanto fossero brutti i demoni, Willow che cercava di farla ragionare, picchiettando sul suo computer e Xander che non poteva fare a meno di ridere ogni volta che dava una spiegazione. Li rivedeva, seduti sul tavolo della vecchia biblioteca…nel suo soggiorno…al Magic-Box…in casa di Buffy.
Li aveva visti crescere, aver paura, innamorarsi, soffrire…erano diventati quasi una famiglia, una ragione di vita per lui. Aveva inconsciamente fatto loro da padre, sapeva di essere stato un punto di riferimento…fino al giorno in cui tutto era finito. Allora li aveva osservati separarsi, dividersi, quasi volessero dimenticare il legame che li univa, e adesso erano di nuovo tutti lì: Buffy vestita elegantemente, con lo sguardo di una donna…quanto era cresciuta, maturata…forse anche cambiata. Ma il manuale degli osservatori diceva qualcosa che era pressoché certa: una Cacciatrice rimane sempre una Cacciatrice
Willow, anche la sua piccola streghetta era cresciuta. Non aveva più praticato magie, ma era tornata ad usare solo il computer, come all’inizio. Aveva un’aria tranquilla ma sicura, non vedeva più riflessa nei suoi occhi l’angoscia che la attanagliava i primi anni. Xander invece era rimasto il solito simpatico ragazzo, sempre pronto ad aiutare gli altri, solo che adesso si era rifatto una vita, lavorava e si manteneva. I suoi ragazzi erano cresciuti ed erano stati obbligati ad accettare una vita normale, ma ce la avevano fatta, con le loro forze.
Ora però c’era bisogno di loro.
Si alzò lentamente dalla sedia, poggiando il bicchiere ormai vuoto sul tavolino in legno e dirigendosi verso la sua camera.
Buffy e Willow avevano raggiunto la loro camera ed entrambe stavano aprendo la valigia. Senza fiatare le due riposero gli abiti, piegandoli con cura; non avevano più avuto il coraggio di guardarsi negli occhi da quando avevano salito le scale.
Non si sentivano pronte a ricominciare tutto da capo, a riprendere in mano le armi e gettarsi contro i demoni; non sapevano nemmeno se erano ancora in grado di farlo.
Willow sorrise quando vide Buffy appendere il suo cappotto di pelle nell’armadio.
“che c’è?” chiese Buffy incuriosita
“non…credevo lo conservassi” rispose la rossa distogliendo lo sguardo
Buffy sorrise lievemente
“mhm…sono diventata un po’ come Spike e la sua giacca” pronunciando quel nome però il suo viso si oscurò improvvisamente
Willow lanciò un occhiata eloquente, sapeva perfettamente cosa stava provando l’amica. Avrebbe voluto aiutarla, sorreggerla…in passato aveva sempre saputo cosa dire.
senza più parlare le due andarono a letto, sicure che nessuno sarebbe riuscito a dormire.
* * *
La Angel investigations era stata in subbuglio per tutto il giorno, dopo quella telefonata. La telefonata di Giles. Aveva risposto Angel, che ora sedeva assorto sulla poltrona di pelle del soggiorno. Gli occhi fissi nel vuoto, non riusciva a togliersi dalla testa le poche frasi che l’osservatore gli aveva rivolto, prima di chiedere di Spike.
Poche ore prima
“Angel investigations”
“Angel? Sono Rupert Giles” alcuni secondi di silenzio imbarazzato
“Giles…sono felice di sentirla, come sta?” la solita frase di circostanza, che si scambiavano ogni volta che uno dei due telefonava. Non era più successo dalla resurrezione di Spike e il trasferimento di…Buffy.
“Bene, grazie…Angel non ho molto tempo, quindi vengo subito al punto: ho bisogno di parlare con Spike”
si era bloccato, non poteva credere che succedesse di nuovo.
Anche senza bisogno di parole il vampiro aveva capito il motivo della telefonata. Spike; avrebbe giurato che Buffy, Willow e Xander fossero già stati avvisati. Si sentiva…vuoto. Vuoto era il termine giusto. Aveva sperato che il precario equilibrio che era venuto a crearsi non venisse più turbato, ma quella telefonata aveva fatto crollare in un secondo ogni cosa.
La sua lunga memoria ripercorse con dolore gli anni che aveva passato a Sunnydale, quando aveva conosciuto Buffy, quando si erano amati per la prima volta…fino al suo trasferimento a Los Angeles. Anche allora tutti i suoi faticosi passi avanti per dimenticare lei e la sua città erano vanamente crollati allo squillo del telefono. Anche allora dall’altra parte del filo c’era Giles.
Spike viveva lì da circa due anni…dal giorno in cui si era presentato con la sua forma incorporea, dopo essere morto per chiudere la bocca dell’inferno e salvare la sua Cacciatrice. Ora avevano imparato a sopportarsi, provava anche una certa simpatia per il vampiro biondo, si sentiva quasi parte della sua sofferenza. Non ne avevano mai discusso, lui non era tipo da sedersi a tavolino e parlare dei propri sentimenti, ma sapeva perfettamente cosa sentiva. Anche lui provava il dolore causato dall’anima. Anche lui conosceva il dolore per la perdita della persona amata. Anche lui aveva amato Buffy.
Era una malattia e, dopo aver visto la sua reazione dopo la telefonata, aveva capito che lui non era ancora guarito.
Lentamente Spike si era avvicinato e aveva afferrato sicuro la cornetta, portandosela all’orecchio. Angel aveva osservato l’espressione che gli si era dipinta sul viso, dopo qualche secondo: la mascella tirata e lo sguardo serio che fissava un punto indefinito del muro. Aveva pronunciato solo una parola.
“arrivo”
dopo aver riattaccato si era diretto, con passo deciso, verso la sua camera.
Angel lo aveva seguito, osservandolo prendere un borsone da sotto il letto e aprire l’armadio.
“cosa voleva?”
per tutta risposta Spike lo aveva guardato, come per dirgli ‘sai cosa mi ha detto, la stessa cosa che diceva a te qualche anno fa’
poi si era voltato, asserendo
“vado a san Francisco”
continuava a piegare camice e jeans, infilandoli nella sacca, apparentemente dimentico della presenza di Angel.
Quando si avviò alla porta però il vampiro bruno lo bloccò, spingendolo indietro con una mano
“pensaci”
“non c’è bisogno”
“si invece. Sai cosa vorrà dire per te…rivederla?” lo guardò con occhi eloquenti
gli si era avvicinato, con sguardo carico di rabbia nel sentire quelle parole
“quante volte hai fatto la stessa cosa?”
“non conta…farà male”
il vampiro non aveva abbassato lo sguardo
“non la lascerò sola”
Angel si spostò dall’entrata, lasciandosi superare dal vampiro. Ricordava quelle parole. Esattamente ciò che aveva pensato lui…non contava quanto male avrebbe fatto, bastava che lei non fosse sola, che lei non fosse in pericolo. Solo questo era importante.
Anche se in quel momento c’era un’altra con lui.
Lo guardò allontanarsi. Non gli era ancora passata.
Angel era ancora stancamente seduto sulla poltrona, fissando la porta d’entrata e Spike gli passò davanti, con la borsa a tracolla e le mani nelle tasche del cappotto.
“cosa dirai a Fred?”
lui abbassò per un attimo lo sguardo
“che devo concludere per bene quello che ho iniziato”
“oppure riaprire una ferita che si è appena chiusa” concluse con tono serio
Spike lasciò cadere la sacca davanti alla porta, posizionandosi di fronte al vampiro seduto
“Angel – prese un lungo respiro, come se pronunciare quelle parole gli sembrasse fiato sprecato- non lo faccio per alimentare l’illusione di noi due in spiaggia a mezzogiorno, anche se ora potrei…ma – sorrise- tu sai meglio di me che quando si tratta di lei e…sì, anche dei suoi amici…io non posso tirarmi indietro. Forse così si concluderà anche questa vecchia storia”
il rumore della porta che si apriva gli fece interrompere il discorso.
“Buon giorno ragazzi” li salutò una voce gioviale che subito però si spense vedendoli così seri “che c’è?”
Spike si diresse verso la nuova entrata
“ciao amore” le sussurrò prima di baciarla, scambiando uno sguardo di sfida con Angel
“ciao! Ma che succede?” Fred si era leggermente allarmata vedendo la borsa vicino alla porta e Spike indossare il cappotto
“devo andarmene per un paio di giorni…”
“dove vai?” chiese sorpresa
“a san Francisco” disse lui distogliendo lo sguardo
la ragazza si rabbuiò improvvisamente. La loro storia andava avanti ormai da 6 mesi, ma il suo passato era sempre stato un tabù. Sapeva solo che l’osservatore viveva a san Francisco e la Cacciatrice e la strega si erano trasferite sulla costa orientale.
Stava andando da lei.
“perché?” le domandò quasi con astio, togliendo le mani dalle sue spalle
“perché c’è qualcosa di grosso il ballo e hanno bisogno di aiuto” concluse lui asciutto
lei si allontanò ulteriormente, senza però aver il coraggio di pronunciare il nome che la assillava…Buffy…
“quando tornerai?” non voleva nemmeno prendere il considerazione l’ipotesi che lui non lo facesse
“presto” disse in tono più dolce, ma che lasciava intendere che la discussione era conclusa. Sapeva bene cosa frullava nella mente della ragazza, ma non aveva tempo di spiegarle quello che stava facendo
…tagliare con il passato, oppure rimanere di nuovo intrappolato…
“ciao” le poggiò un piccolo bacio sulle labbra “ti chiamo quando arrivo”
con un cenno della mano salutò Angel, ancora seduto ad osservarlo, uscendo dalla porta con la borsa appoggiata sulla spalla.
Scese velocemente le scale, il cuore in subbuglio. Non poteva credere a quello che stava succedendo. Gettò la borsa sul sedile posteriore della sua De Soto, dirigendosi a tutta velocità verso il raccordo che lo avrebbe portato a San Francisco.
Guidava nervosamente, avrebbe voluto fermarsi e tornare indietro, da Fred, dagli altri, ma non ce la faceva. Una forza dentro di lui lo costringeva a proseguire, superando ad alta velocità il cartello arrugginito “YOU ARE LEAVING LOS ANGELES”. Lo fissò per un attimo dallo specchietto retrovisore, mentre si faceva sempre più piccolo. Tirò un sospiro di sollievo. Ora davanti a lui c’era solo la strada. Non si poteva più fare marcia indietro.
Era molto presto, la telefonata di Giles lo aveva sorpreso nelle ultime ore della sera ed ora stava albeggiando. Accostò bruscamente da un lato, scendendo dalla macchina; si appoggiò al cofano, fissando estasiato il panorama che gli si stendeva davanti. Il sole stava sorgendo silenzioso nel cielo ancora scuro, facendosi strada tra la nebbia e proiettando fasci di luce rossastra sulle frastagliate montagne circostanti. Una vista straordinaria. Abbassò gli occhi per un attimo, perso nell’improvviso ricordo della sua ultima alba da mortale. Era stata Drusilla a mostrargliela e, mentre il sole sorgeva, gli aveva raccontato di una vita migliore, vissuta nell’oscurità e illuminata solo dalla fiamma della passione. Ed era stato veramente così. Non gli era mai più importato di veder sorgere il sole, aveva trovato la sua luce e le roteava intorno come un satellite, inebriato e appagato da lei soltanto. Sorrise a quei lontani ricordi, puntando nuovamente gli occhi verso il cielo, dipinto ora di uno strano colore, tra il blu e l’azzurro. Brillante e intenso. Il sorriso sparì dal suo viso per lasciare il posto all’angoscia. Si rivedeva accasciato a terra, dolorante e ferito, mentre, proteso verso l’altro, osservava impotente. Lei era in cima alla torre, stringeva la sorella per un ultimo sospirato abbraccio. Poi si era voltata, apparentemente serena, incurante di quello che le stava succedendo attorno. L’aveva vista correre, senza abbassare gli occhi, verso il portale gorgogliante. Non c’era paura nei suoi occhi nemmeno in quei terribili istanti. Prima di saltare aveva rivolto lo sguardo verso un cielo uguale a quello, sorridendo lievemente, quasi percepisse una leggera ironia in quello che stava facendo.
Poi era tutto finito. Giaceva riversa sulle macerie, con il viso ancora roseo e i capelli sparsi sulle spalle. Addormentata in un sonno eterno. Aveva finito di combattere. E aveva vinto anche quella volta.
Con il cuore ancora gonfio di tristezza osservò gli ultimi istanti del sole nascente, mentre il cielo riacquistava la sua tonalità chiara, prendendo il posto della notte.
Rimontò in macchina, accendendo il motore e allontanandosi con una scia di polvere. Nelle orecchie vorticavano ancora le sue ultime parole, sussurrate alla sorella prima di saltare. …porta il mio amore ai miei amici, ora devi essere tu a prenderti cura di loro. Dovete prendervi cura gli uni gli altri. Dawn, la cosa più difficile di questo mondo è viverci. Sii coraggiosa, vivi. Per me…
Sarebbe morto per lei, per risparmiarle quell’ennesimo sacrificio. Quando poi era tornata in vita…scacciò quei ricordi dalla mente, incapace di affrontare nuovamente la marea di sentimenti che lo avevano attraversato quando era ancora con…Lei. Ma non riusciva ad allontanare il pensiero del suo bel viso ferito dopo la battaglia, dei suoi occhi lucidi e pieni di angoscia, mentre lo guardava invaso dal fascio di luce con il medaglione luccicante al petto. Gli aveva afferrato la mano, come se non volesse lasciarlo andare, incurante delle fiamme. Lui l’aveva stretta, perdendosi per l’ennesima volta nei suoi occhi verdi. Poi quelle parole, pronunciate a mezza voce tra i singhiozzi...ti amo… aveva aspettato una vita di sentirglielo dire, attraversato il logorio dei secoli perché qualcuno glielo sussurrasse.
Sterzò bruscamente, sorpassando un camion. Basta. Era un supplizio. Non poteva continuare in quel modo. Ora si era rifatto una vita. Aveva il lavoro, aveva amici, aveva Fred. Già…Fred. Lei riusciva a farlo sentire in pace, a calmare l’anima e i ricordi che lo inghiottivano. Aveva detto ‘ti amo’ solo a tre donne nella sua vita. Cecilie. Drusilla. Buffy. E ora Fred. Sapeva che le stava facendo del male. Aveva letto negli occhi la sua frustrazione per essere stata esclusa dal suo passato, dalla sua sofferenza, forse anche del suo cuore. Poteva dire di amarla? La sua anima diceva di sì. Aveva bisogno di un amore tranquillo, sereno, senza mezzi termini e parole non dette. La sua anima. Ma il suo cuore?…
Accese la radio, alzando il volume al massimo. Doveva smettere di torturarsi. Stava facendo la cosa giusta: andare per chiudere una volta per tutte un capitolo della sua vita e mettere un punto all’interrogativo che non lo abbandonava da due anni. …se fossi tornato da lei…
Buffy era distesa nel suo letto, fissando immobile il soffitto. Nella sua mente si affollavano una miriade di pensieri che non le davano riposo. Non riusciva a credere di essere lì, a casa del signor Giles, insieme agli altri. Si voltò lentamente, osservando Willow, che dormiva nel letto a fianco. Ripensò alle serata precedente, trascorsa con Mark al ristorante e poi nel suo appartamento. Allora era tranquilla, sollevata dal pesante fardello che aveva sostenuto per così tanti anni. ‘Sollevata’ era la parola giusta.
All’inizio si era sentita sperduta, priva dell’appoggio sempre presente delle persone che le volevano bene, ma piano piano aveva superato la solitudine e viveva in una sorta di bolla inerte, da cui le emozioni erano bandite per lasciare il posto alla tranquillità. A volte, quando vedeva giovani ragazzi dirigersi verso i vicoli bui con il sorriso di chi sta per combinare una bravata, sentiva l’irrefrenabile impulso di corrergli dietro, cercando un paletto nella borsa. Poi, come se si fosse svegliata da un sogno, ricordava che nella sua borsa non c’era più Mr.Punta e che probabilmente un’altra ragazza li avrebbe rincorsi.
Era in quei momenti che ripensava ai suoi amici, a quante volte aveva inseguito vampiri con loro che la seguivano a ruota, osservandola con ammirazione mentre conficcava il paletto. Sorrise leggermente ricordando il loro vecchio liceo e a come lo avevano ridotto il giorno dell’ascesa del sindaco: proprio un bel modo per andarsene.
Si alzò, attenta non fare rumore. Non riusciva a rimanere a letto, vecchi ricordi non la lasciavano riposare.
Aprì con attenzione la porta finestra, inspirando l’aria frizzante della notte che le solleticò il corpo, svegliandola completamente. Appoggiando la schiena al muro, osservò incantata la luna, che risplendeva alta all’orizzonte, specchiandosi nell’oceano. Si lasciò cullare dal rumore delle onde, poggiando la testa da un lato e socchiudendo gli occhi.
…Quante notti aveva passato passeggiando per il cimitero con il paletto pronto a colpire, la sua ombra che si confondeva con quella delle lapidi. Un movimento furtivo alle spalle. Si votava pronta a combattere. Poi quel sorriso mai dimenticato e l’immancabile battuta.
Spike
Il suo vampiro
Passeggiavano insieme tra le cripte, illuminati dalla fredda luce lunare.
Qualche parola tagliente, poi il combattimento. Era diventato il loro linguaggio segreto. Era così che si era innamorata di lui. Perché, nonostante lui l’avesse negato quando finalmente aveva trovato il coraggio di dirglielo, era proprio amore, amore lacerante, quello che aveva provato la notte prima della battaglia finale. Si era addormentata tra le sue braccia.
Lui era venuto a cercarla e, come sempre, l’aveva trovata. Ricordava ancora le parole che le aveva sussurrato dolcemente. …l’unica cosa di cui sono sempre stato sicuro sei tu…sei un diavolo di donna…sei l’unica Buffy…
Calde lacrime iniziarono a scorrerle sul viso; socchiuse gli occhi, senza asciugarle. Il suo eroe. Ecco cos’era, il suo eroe. Nessuno l’aveva protetta come aveva fatto lui, con nessuno si sentiva protetta come con lui.
“Brutti ricordi?” sussurrò Willow, poggiandole una mano sulla spalla e sedendosi vicino a lei
si asciugò velocemente le lacrime
“una cosa del genere”
“Vuoi…vuoi che ne parliamo?”
la guardò negli occhi, con le lacrime che le bagnavano ancora le guance. Aveva un nodo in gola, non riusciva a spiccicare parola. Non avrebbe voluto piangere, ma il peso di qui momenti non la lasciava. Non ce la faceva più a tenersi tutto dentro, la disperazione e l’angoscia stavano prendendo il sopravvento. Aveva bisogno di parlare con qualcuno, qualcuno che potesse capire…tentava di frenare le lacrime, ma avevano cominciato a scorrere contro la sua volontà.
All’amica bastò un’occhiata per capire. Un po’ esitante le passò un braccio intorno alle spalle, lasciando che Buffy appoggiasse la testa sulla sua spalla.
“Io ero innamorata di lui” disse tra i singhiozzi
passò alcuni secondi appoggiata sulla spalla dell’amica, piangendo sommessamente. In quegli istanti, seppur tragici, qualcosa dentro di lei le fece avvertire che tra lei e Willow era caduto quel muro, fatto di silenzi e reticenze, che le avevano allontanate per quasi due anni.
Tornò a sedersi, la testa di nuovo sul muro retrostante. Si passò una mano sugli occhi, ricacciando le lacrime e tornando a guardare la luna.
Rimasero entrambe in silenzio, ascoltando solo il battito del loro cuore che si calmava lentamente.
Fu Buffy a prendere la parola per prima: sentiva di avere molte cose da chiarire, frasi interrotte da completare.
“sai, non lo avevo mai detto a nessuno prima d’ora. Ti sembrerà strano, ma io lo amavo veramente. Ricordo ogni suo piccolo gesto, ogni espressione, ogni momento passato con lui. –sorrise leggermente- e pensare che è stato proprio grazie ad un tuo incantesimo a che ci siamo baciati per la prima vota”
Willow rimase in silenzio, ascoltando
“se penso a quante volte lo ho cacciato, rifiutato in passato…ricordi quando lo abbiamo conosciuto? Sempre tra le braccia di Drusilla, e che mi minacciava di morte tutte le notti”
Willow sorrise al pensiero: ricordava le battaglie tra Buffy e Spike…le tornò in mente in giorno in cui la aveva catturata e, dopo averla legata, le aveva confidato che Drusilla se ne era andata. In fondo non era mai riuscita a odiarlo. Aveva sempre avuto un debole per quel vampiro, che aveva anche provato a tirarle su il morale un paio di vote.
“so quanto male gli ho fatto, me ne sono resa conto con gli anni. Ma lui…lui c’è sempre stato. In tutti i momenti più difficili, con me c’era lui” sospirò chiudendo gli occhi
“gliel’hai mai detto?”
“sai quanto poco sia capace in queste cose... All’inizio non riuscivo a sopportarlo soprattutto per una ragione: gli bastava una parola per smontare le mie convinzioni, per farmi vedere quello che tentavo di nascondere…-fece una breve pausa- però sì, gliel’ho detto. Quando era nel cono di luce. Sono riuscita a dire solo “ti amo” prima che morisse” un’altra lacrima le scese sulla guancia, che non tentò di fermare
“e lui?”
“Mi ha risposto che non era vero, ma mi ha ringraziato, come se gli stessi facendo un piacere…ricordo il suo viso, sembrava sereno in quel momento, mi ha guardata per un attimo, stringendomi la mano. Poi se ne è andato. Si era sacrificato un’altra volta, per me. Ho ripensato spesso, mentre tentavo di mettere ordine nella mia vita, a cos’era lui per me. Non avevo mai trovato una risposta adatta…bè, ora lo so, ora che non ha più importanza lo ho capito. –guardò negli occhi l’amica, alla quale bastò uno sguardo per leggere angoscia nei suoi occhi- È il mio eroe. Lo è sempre stato. Mi ha protetta, amata, per me è cambiato, ha riconquistato l’anima…per me è morto…e io non sono riuscita nemmeno a dirgli cosa provavo come si deve. ”
“Buffy…lo sapeva. Lui lo sapeva” le appoggiò una mano sulla spalla
ora sorrideva, ma nel suo sorriso non c’era gioia, solo rabbia “Ma pensa…la grande Buffy, la Cacciatrice…che salva il mondo ma non l’uomo che ama. È un continuo ripetersi di errori, è stato così anche con Angel. Come se non avessi imparato niente e la mia vita non possa che finire così”
“In quei momenti non è una questione di scelta, ma di sacrificio. Non avresti potuto salvare nessuno dei due, e non perché sia stato giusto, ma perché era così che doveva andare. Spike lo sapeva. E sapeva anche che lo amavi” ribadì dolcemente
Ma Buffy non la stava più ascoltando, immagini che aveva tentato di cancellare ora le scorrevano nella mente come un lungo flashback. I corpi dei suoi amici. “quanti sono morti per la nostra causa…Angel, Faith, Tara, Anya, Spike…non riesco a convincermi che sia stato giusto”
Willow tacque un attimo. Tara.
“Infatti non lo è stato…ma il nostro compito era quello di portare giustizia” il suo tono era diventato più duro, come se fosse tornata bruciare in lei l’antica fiamma
“noi abbiamo stravolto le regole. Una Cacciatrice lavora da sola, noi siamo stati una squadra. Io dovevo combattere i vampiri e me ne sono innamorata”
“Ma il mondo non è ancora stato distrutto, quindi abbiamo fatto un buon lavoro” rispose sorridendo la strega
“Sì, abbiamo fatto un buon lavoro” la sua espressione era più sollevata
tra le due era tornato il silenzio, non quello oppressivo che aveva regnato per tutto il viaggio precedente, bensì una pace distesa, cosciente, a cui nessuna delle due aveva intenzione di sottrarsi. Rimasero vicine, ad ammirare la luna come se fosse la prima volta. Non c’era traccia di paura. Erano insieme, di nuovo, forse per l’ultima volta, ma non importava. Loro erano insieme. Come all’inizio. Come era sempre stato.
D’un tratto Willow si voltò
“Buffy…ti va di preparare a colazione al signor Giles? Prevedo altrimenti un risveglio a base di tè inglese aromato alle erbe”
Buffy sorrise, l’angoscia era passata. Era come se si fosse risvegliata da un pesante torpore. “certo, scommetto che non gli dispiacerà mangiare qualcosa di commestibile” sussurrò piano, alzandosi in piedi.
Senza pensarci due vote rientrarono in camera per dirigersi al piano inferiore ed entrarono in cucina attente a non fare rumore, iniziando ad apparecchiare. Le tapparelle erano ancora tutte abbassate e lasciavano filtrare solo i tenui raggi di un sole appena spuntato.
Mentre Buffy apriva le ante alla ricerca di qualcosa da mangiare Willow aveva acceso il gas, intenta a sbattere le uova per preparare le frittelle.
Dopo aver apparecchiato per quattro, le due si sedettero una di fronte all’altra.
“Allora…raccontami cosa fai di bello a New York” chiese, ancora un po’ titubante
“Lavoro per una compagnia assicurativa, la “Smithers&Co”, non so se la conosci. Comunque…mi occupo per lo più della conclusione delle trattative, lavoro in un bell’ufficio al decimo piano a Manhattan. Tu invece? Hai fatto carriera nell’elettronica?”
“mah…non mi lamento. In fondo sai quanto mi diverto con il computer, anche se è passato un po’ di tempo da quando lo usavo per scassinare i sistemi operativi della polizia di Sunnydale. Ora mi occupo del settore delle nuove tecnologie per la Microsoft”
per il momento entrambe avevano evitato accuratamente di parlare delle loro situazioni sentimentali, ma ora sentivano il bisogno di chiarirsi anche su quel punto.
Willow guardava l’amica in silenzio, distogliendo lo sguardo quando si accorgeva che lei la fissava di rimando
Buffy capì al volo la domanda che l’amica non aveva il coraggio di rivolgerle “sì Willow, ho un ragazzo. …si chiama Mark e lavora a New York, nel campo della ricerca scientifica”
“e…”
Buffy sospirò “Sì, e tra poco andremo a vivere insieme” appoggiò il viso sul palmo aperto “stavamo facendo colazione quando ho ricevuto la telefonata di Giles e l’ho mollato con la storia che dovevo chiudere con il passato…” sgranò gli occhi “ho promesso che gli avrei telefonato!” quasi si mise ad urlare, correndo verso il telefono dell’ingresso.
Compose il numero, guardando l’orologio appeso al muro dietro di lei. Erano le 7, tra San Francisco e New York il fuso orario era di circa quattro ore. In quel momento Mark doveva trovarsi in ufficio.
Il telefono iniziò a squillare.
“dottor James” rispose una voce un po’ assonnata
“Ciao Mark, sono…Elisabeth” ebbe un fremito, stava per dire Buffy
“Elisabeth! Finalmente hai chiamato, hai fatto buon viaggio? Quando sei arrivata? Tutto bene?”
sorrise, il solito ragazzo apprensivo. Il senso di colpa iniziò a crescere in lei, come aveva potuto lasciarlo in quel modo…si voltò, per vedere Willow dirigersi nella sua direzione con una tazza di caffè in mano e Xander che scendeva le scale con un assurdo pigiama a quadri, stiracchiandosi e sbadigliando. Ecco perché se ne era andata. O meglio, perché era tornata. Il senso di colpa però non accennava ad andarsene, soprattutto dopo l’ennesima domanda di Mark.
“allora…quando torni?”
“Sta tranquillo, il viaggio è andato bene, sono arrivata ieri sera sul tardi, per questo non ho chiamato”
“Quando torni?” ribadì la domanda
Buffy rimase in silenzio, prendendo la tazza che Willow le porgeva e sorridendo per ringraziarla.
“Mark…non lo so. – non sapeva come continuare la frase. Willow la guardava con occhi sgranati e silenziosamente speranzosi, Xander si era a sua volta avvicinato al telefono. Li guardò combattuta – Però credo che passerò qui qualche settimana…sai, ci sta raggiungendo anche Dawn. – disse, come se fosse una scusante - Ha insistito tanto perché ci rivedessimo tutti di nuovo…”
Dall’altra parte del filo il ragazzo si era fermato. Un insolito freddo si era impossessato di lui, come se presagisse che qualcosa di brutto stava accadendo. La sua ragazza non sarebbe tornata prima di due settimane e lui non si sentiva affatto sicuro a saperla così lontana e in un ambiente a lui estraneo. Tuttavia non contestò, voleva darle tempo, anche se la sua voce era diventata involontariamente fredda.
“Ah…ho capito. Allora salutami Dawn e telefona spesso.”
Il tono gelido e quasi risentito con cui la aveva salutata non avevano fatto altro che accrescere il disagio di Buffy. Le faceva male saperlo arrabbiato con lei…osservò nuovamente i suoi amici negli occhi, reggendo la cornetta con entrambe le mani.
“Allora…ciao” lo salutò scoraggiata, quasi volesse prolungare il più possibile la telefonata per mantenere con lui quel seppur esiguo contatto.
“Ciao…Elisabeth? Non so perché te lo dico, ma stai attenta”
Sorrise un poco, forse Mark aveva capito di lei più di quanto lasciasse intendere “Non preoccuparti…torno presto”
“Ti amo” sussurrò con voce dolce, come se volesse sopperire al tono freddo usato poco prima
“…anch’io” rispose titubante, abbassando lentamente la cornetta.
“Bene, ora che hai sistemato il tuo ragazzo possiamo fare colazione” concluse Xander gioviale, dirigendosi allegramente in cucina
lei due ragazze si guardarono. Willow aveva capito a cosa si riferiva con quell’ “anch’io” e sapeva anche cosa le frullava per la testa.
Xander tornò velocemente sui suoi passi “Apetta…da quando in qua hai un ragazzo?”
Buffy sorrise ironica “Oh, ti ringrazio per la tua alta considerazione del mio sex appeal! Stiamo insieme da 6 mesi e non è ancora finito all’inferno” non credeva di riuscire a scherzare di nuovo su quel genere di cose
“Oh beh…Angel ci ha messo un anno, il giovanotto ha ancora tempo!” concluse lui scostando la sedia perché si sedesse
In quel mentre scese Giles, già vestito di tutto punto e con l’immancabile manuale in mano.
“Buon giorno ragazzi, dormito bene?”
Per la seconda volta Buffy sorrise. Di un sorriso sincero, felice. Si rese conto di quanto le era mancata quella scena: loro attorno ad un tavolo e Giles che spiegava. Le tornò in mente la loro prima riunione, nella biblioteca del liceo, poi a casa di Giles, infine al Magic Box. Avevano sventato apocalissi seduti intorno a un tavolo.
“Perfettamente” rispose Willow, con la paletta per le frittelle in mano, porgendogli una tazza fumante.
“Avrei dovuto invitarvi più spesso…è la prima volta che non devo preparami la colazione” disse soddisfatto
“Siamo venuti apposta per inculcale in quel cervello inglese un po’ di sane abitudini americane. Come una buona colazione invece di una tazza di te insipido” commentò Buffy
“…o di quegli orrendi biscotti secchi che ci mangia insieme” concluse Xander
Quanto gli erano mancate quelle battute, quei sorrisi. Giles si sedette di fronte a loro sospirando.
“faccio finta di non aver sentito” tuttavia bevve volentieri il caffè. “Tra qualche ora arriverà Dawn” li informò
“e come arriva fin qui?”
“Ha deciso di prendere un taxi…guido troppo piano per i suoi gusti” concluse un po’ contrariato
“Non per niente le ho fatto io scuola giuda” rise Buffy, ricordando la serata in cui aveva scarrozzato Giles per tutta Sunnydale con la scusa che la madre non le voleva prestare la macchina.
“Spike invece sarà qui a momenti. Che ne dite di andare a vestirvi?”
“E noi dovremmo metterci in ghingheri per capelli d’oro?” chiese Xander
“evito commenti sul pigiama” Willow lo guardò con finta severità
“…Così poi vi spiegherò tutto” concluse Giles, abbassando lo sguardo e sfilandosi gli occhiali
I tre si avviarono nelle loro stanze, scambiandosi un’occhiata confusa. Chissà cosa aveva di così importante da comunicargli. Nessuno aveva più ripensato al motivo del loro ritrovo, erano tutti troppo entusiasti di rivedersi. Ora però che la risposta stava per arrivare si sentivano stranamente nervosi, sapevano cosa avrebbe significato per loro ritornare a…combattere. Combattere. Non avevano fatto altro per sette anni e ora li stavano richiamando all’ordine.
“Mi vuoi dire che c’è?” domandò Willow all’amica
Buffy le lanciò uno sguardo eloquente, aprendo l’armadio per prendere un paio di jeans e una felpa
“Spike?”
“Centro” disse con una punta di ironia “l’ultima volta che lo ho visto è stato…circa 1 anno 10 mesi e 17 giorni fa…e lui stava bruciando per salvare il mondo. Ah, dimenticavo…gli ho anche detto che lo amavo”
“Non è una bella situazione” commentò
Buffy si sedette sul letto, scoraggiata. Non sapeva proprio cosa dire o come comportarsi, ma la preoccupava soprattutto la reazione nel vederlo.
“Ma…ti è passata vero?” domandò incerta
Buffy la guardò scettica
“credo…spero di sì. Anche perché…andiamo, non è pensabile che…dopo due anni che non lo vedo e un ragazzo a casa che mi aspetta…”
“Ok, parliamo del ragazzo a casa che ti aspetta”
“Ehi…ti sembra il modo di torturarmi? Come se non ci pensassi già da sola…”
D’un tratto il campanello suonò al piano di sotto. Le due si scambiarono uno sguardo allarmato.
“Coraggio – disse Willow prendendola per mano e trascinandola verso la porta – sei o non sei la Cacciatrice?”
“In pensione prego” rispose lei contrariata
Buffy scese lentamente le scale, appoggiandosi al corrimano. Il cuore non le stava più nel petto. Lo avrebbe rivisto. Avrebbe rivisto Spike. Aveva paura, non sapeva se era in grado di affrontarlo; dopotutto l’ultima volta che si erano visti era in atto l’ennesima apocalisse.
Furono gli istanti più lunghi della sua vita. Stava provando emozioni che non dovevano nemmeno sfiorarla, che aveva cercato di occultare; ma non era più possibile nasconderle: un misto di gioia e di paura, di nervosismo e di sollievo. Di sicurezza. Un sentimento che era riuscita a provare solo con lui e che non aveva trovato in nessun essere umano.
Sentì delle voci soffuse, che si facevano sempre più vicine
“Ciao Spike”
“ Buongiorno Giles”
ora vedeva le loro teste tra la ringhiera del corrimano, si stavano stringendo la mano, come se fossero vecchi amici
E se fosse cambiato? L’angoscia la afferrò allo stomaco, un brivido le corse lungo la schiena. Non riusciva a calmarsi, ma le sue gambe la portavano sempre più in basso, verso i due uomini. Già, un uomo. Era diventato un uomo. Un po’ anomalo, ma Spike lo era sempre stato, anche da vampiro. Ed era lei la causa dei suoi cambiamenti, anche se non li aveva vissuti con lui. Non tutti almeno. Sapeva che ora poteva circolare alla luce del sole, glielo aveva detto lui al telefono.
Le ritornò alla mente la loro ultima conversazione, breve e fredda, e si voltò dall’altra parte, come se volesse assurdamente scappare.
Willow era dietro di lei e si accorse della sua titubanza. A passo rapido la superò, presentandosi all’entrata. La vide andare verso di lui, seminascosto dalla ringhiera. Non distingueva ancora il suo viso
“Spike!” la strega sorrise nel vederlo. Sempre con la solita giacca e i capelli biondi lisciati con il gel.
“Rossa!” la chiamò lui di rimando, con un’espressione felice sul viso. I due si avvicinarono, abbracciandosi. Lui la sollevò da terra ridendo.
“Allora, cosa hai fatto saltare in aria in questi ultimi anni?”
“Simpatico…e tu non hai ancora smesso di tingerti i capelli in quel modo, gli anni settanta sono finiti sai?”
era arrivato il momento, tra poco sarebbe scesa…lei. Spike non aveva il coraggio di voltarsi verso le scale. Sapeva che lei era lì. Si guardò intorno, incontrando lo sguardo della strega.
Tra loro cadde il silenzio.
Tutti lo guardavano, aspettando che si votasse. Lei c’era…sentiva il profumo della sua pelle. Non lo avrebbe mai dimenticato, gli era entrato dentro. Si maledì mentalmente: si era ripromesso di cacciare sentimenti inutili, soprattutto in quel momento. Non poteva…non poteva lasciarsi andare. Aveva promesso, giurato mille volte a se stesso di non fare lo stupido errore di crederci ancora e di non aggrapparsi mai al pensiero dell’istante in cui lei…ti amo…non poteva pensarci, non poteva ricordare quegli occhi che lo guardavano pieni di angoscia, di frasi non dette, ma che cercavano ugualmente di fargli capire qualcosa.
Scosse leggermente la testa, come a voler scacciare cattivi pensieri. Nulla. Non doveva aspettarsi nulla. Ormai lei non faceva più parte della sua vita, c’era Fred con lui. La frustrazione prese il sopravvento, ricordando le parole di Angel…farà male…Dio come aveva ragione. Saperla così vicina, dopo tanto tempo.
Prima i secoli duravano un sospiro, il tempo non aveva senso. Quei due anni invece gli erano sembrati millenni, come se la sua immortalità avesse perso peso…non si sarebbero nemmeno sfiorati, lo sapeva.
Ora lo vedeva distintamente, era voltato di spalle e guardava Willow.
Non poteva crederci.
Spike era lì, davanti a lei, e presto si sarebbe voltato. Cosa avrebbe fatto? Trattenne il respiro vedendo le sue spalle girarsi lentamente. Poi, solo il suo viso.
Si era voltato lentamente.
Talvolta le cose che si desiderano fanno paura. Lui aveva desiderato così ardentemente di rivederla, di perdersi un’ultima volta nei suoi occhi, di sentirla vicina, anche solo un istante. E adesso era lì, poteva vederla scendere lentamente le scale, con una mano poggiata sulla ringhiera, i capelli raccolti, il viso disteso. Si stava dirigendo nella sua direzione, ancora qualche metro…provò l’assurdo istinto di ritrarsi, ma non si mosse. Non riusciva a distogliere lo sguardo, come se la vedesse per la prima volta.
Come quando era tornata dall’aldilà.
Anche allora, se il suo cuore avesse battuto, si sarebbe fermato. Non si sentiva più le gambe, avrebbe voluto avvicinarsi a sua volta, per farle capire che era lì per lei. Solo per lei. Il resto non contava. Il mondo aveva perso importanza.
Si bloccò. Lui la stava fissando…ricordava bene quello sguardo. Non lo aveva mai dimenticato. …quando era risorta…anche allora lui la guardava così.
Non abbassò gli occhi, proseguendo nella sua direzione. Non riusciva a fermarsi. Sapeva che stava per fare qualcosa di cui forse si sarebbe pentita, ma non ce la faceva. Si sentiva bruciare, niente esisteva introno a lei, solo lui e i suoi occhi. L’aveva ritrovato. …sei il mio campione…
Spike non riusciva a distogliere lo sguardo, a reagire. I suoi pensieri giravano intorno alla sua immagine come satelliti impazziti.
L’istante successivo se la trovò tra le braccia. Strinse con forza quel corpo minuto, affondando il viso nei suoi capelli morbidi. Sentiva il suo cuore battere contro il petto, le sue mani serrate intorno al collo e il viso appoggiato alla spalla.
Un momento di paradiso.
Non riusciva a lasciarla, ad allontanarsi da quel calore che lo irradiava e abbagliava. Una gioia inaspettata lo colpì senza preavviso…tutti i suoi piani per non distruggere il precario equilibrio creatosi durante quegli anni erano crollati quando Buffy gli aveva gettato le braccia al collo. Ogni suo pensiero si era annullato.
Era riuscita a stupirlo per l’ennesima volta, a spiazzarlo completamente. …sei un diavolo di donna. Sei l’unica Buffy…
Si aggrappò con maggior forza al suo collo, poggiando il viso sulla sua spalla, gli occhi bagnati da una lacrima. Lui era lì. Tutte le incertezze dell’istante precedente erano sparite quando lo aveva sentito stringerla. Era di nuovo tra le sue bracca.
Lentamente e a malincuore i due si separarono.
“ciao Spike” lo salutò con un po’ di timidezza
“Ciao Buffy” rispose, senza riuscire a staccare gli occhi da quelli di lei
“bene, sono contento che sia arrivato anche tu Spike” disse Giles, per colmare il silenzio calato.
“Lei chiama, io corro” rispose ironicamente il vampiro
“Bene…bene. Tra breve sarà qui anche Dawn. Intanto ci possiamo accomodare in salotto”
tutti si diressero nel bel salone, osservando le antiche librerie ricolme di testi rilegati in pelle. Quanto si furono accomodati sui due grandi divani l’Osservatore cominciò a parlare.
“direi che possiamo iniziare…prima di tutto vi ringrazio di essere tutti qui. So che non deve essere stato facile per voi lasciare le vostre città e il lavoro, ma è successo qualcosa di…di molto brutto”
“Mi faccia indovinare…un apocalisse?” chiese Xander, zittito però dallo sguardo di Buffy, Spike e Willow, tutti e tre me avevano avuto abbastanza di apocalissi e fini del mondo.
“No…non precisamente” rispose l’osservatore, rimanendo serio “Ma lasciate che vi spieghi tutto con ordine”
detto questo, prese una sedia antica con lo schienale in legno lavorato, sedendosi e aprendo un libro sul tavolino di fronte a lui.
Tra i presenti era calato il silenzio, gli occhi erano puntati sulle dita di Giles, che sfogliavano agilmente le pagine consunte e ingiallite.
D’un tratto suonò il campanello.
L’osservatore si fermò, voltandosi vero la porta d’ingresso. “dev’essere Dawn”
Buffy si alzò decisa, camminando verso la porta per andare ad aprire
“Buffy” sussurrò la ragazza, gettandole le braccia al collo
“ciao sorellina” disse l’altra, stringendola forte “fatto buon viaggio?”
“Sì…anche se il mio vicino di posto russava e ho dovuto spiegare ad un taxista spagnolo come arrivare in questo posto dimenticato dal mondo” disse scherzosamente ad alta voce, perché Giles sentisse
“Ciao Dawn” l’uomo aprì le braccia, in gesto affettuoso
la ragazza sorrise, andando nella sua direzione e lasciandosi abbracciare “Mi è mancato signor Giles”
Xander e Willow si avvicinarono alla nuova arrivata per salutarla; solo Spike era rimasto in disparte a guardare la scena.
Quanto le era mancata, la sua Briciola. Ed ora eccola là, una donna. Non aveva il coraggio di avvicinarsi, tra loro i rapporti si erano raffreddati quando…non poteva nemmeno pensarci.
Dawn perlustrò la stanza con lo sguardo, lui era là in fondo. Si accorse del suo sguardo commosso e si avvicinò lentamente.
“Ciao Spike” sussurrò con gli occhi lucidi
“Ciao Briciola” disse dolcemente. Gli aveva fatto il regalo più bello che potesse aspettarsi da lei. Il perdono.
Le accarezzò delicatamente una guancia
“Ormai sei una donna…posso ancora chiamarti così?”
“Solo perché sei tu” gli sorrise, stringendo la mano appoggiata sulla sua guancia
Insieme alla nuova arrivata si sedettero nuovamente sul divano. Le due sorelle erano vicine, entrambe con il cuore in subbuglio. Erano tutti insieme. Di nuovo.
“Bene. Ora che ci siamo tutti…inizierò da principio” cominciò Giles, respirando profondamente. “prima di tutto vi ringrazio per essere…essere venuti. Come ho detto un minuto fa, non deve essere stato facile per nessuno di voi. Vi siete rifatti una vita, lontani da tutto questo – aprì le braccia, a indicare la stanza e il libro posato sul tavolo di fronte a lui – so che vi ho chiesto molto e sono consapevole anche del fatto che potreste rifiutare quello che sto per dirvi e ciò che questo comporterà. Non siete obbligati a fare niente. –fece una breve pausa, come a voler sottolineare quanto appena detto – detto questo, credo sia il caso di spiegarvi cosa sta succedendo. Quando ve ne siete andati sono stato contattato dal Consiglio, che era al corrente di quanto successo a Sunnydale. Volevano rendersi conto della portata dei cambiamenti avvenuti sulla Bocca dell’Inferno, ma soprattutto sulle nuove cacciatici. – sottolineò quest’ultima parola con voce grave, inspirando prima di continuare – mandarono una squadra di perlustrazione nel cratere, prima di colmarlo, per recuperare il medaglione – Spike si mosse leggermente, più volte si era chiesto che fine avesse fatto, non lo aveva al collo quando era tornato – dopo averlo trovato seppero finalmente di cosa si trattava. Angel non era al corrente dei suoi veri poteri, altrimenti non sono sicuro che ce lo avrebbe portato. È la chiave del portale che conduce all’Inferno e apre un portale molto simile a quello di Akatla. Quando però il gorgo si è aperto ha assorbito il First Evil…insieme a tutta la città – abbassarono lo sguardo, come se si sentissero in imbarazzo. Sunnydale era stata la loro culla e prigione, soprattutto per Buffy. Sentimenti opposti si accavallavano in lei, senza trovare sfogo – contemporaneamente però la serie di incantesimi fatti per risvegliare le altre cacciatici hanno portato ad una reazione. – a Willow gelò il sangue nelle vene. Ricordava le parole di Sike e del signor Giles, dopo l’incantesimo per richiamare Buffy. …la magia ha sempre delle conseguenze… e sortirono l’effetto di una doccia fredda – e, come potete immaginare, non è stata buona. Per ogni nuova prescelta contro il male nacquero altrettanti demoni. Di fronte al bene, è cresciuto anche il male. …per riportare equilibrio nell’universo”
“Come è successo con la mia resurrezione” sussurrò Buffy, stropicciandosi le mani in grembo
“esatto. – asserì Giles, sfilandosi gli occhiali e strofinando vigorosamente le lenti con un fazzoletto bianco – il Consiglio si rese conto che il rapporto bene- male non era cambiato, aveva solo aumentato le proporzioni. Questo significava che in ogni città, in ogni angolo del pianeta la situazione sarebbe diventata analoga a quella di Sunnydale. Sarebbe stata una guerra continua, più feroce e con più vittime. Un prezzo troppo alto; senza contare che le nuove cacciatici erano sole, senza qualcuno che le guidasse. Ci sarebbero voluti anni per allenarle a combattere, era come mandarle tutte al macello.”
“le hanno eliminate” biascicò Willow, con gli occhi chiusi, alla disperata ricerca di tenui segnali della loro presenza vitale
Giles abbassò lo sguardo “Hanno fatto l’incantesimo inverso, servendosi del medaglione, stroncando sul nascere le nuove orde di demoni che si stavano riversando sulla terra. Il prezzo però è stato sacrificare le nuove prescelte. I loro poteri sono scomparsi. Sono tornate alla loro vita mortale. – fece una lunga pausa, sapeva quanto la rivelazione avesse sconvolto i ragazzi - Solo una è rimasta. La nuova Cacciatrice, nata per proteggere la Bocca dell’Inferno che si è aperta a Claveland.”
“Tutto è tornato come prima quindi” disse Buffy “Una prescelta per ogni generazione”
“Sì. Precisamente.”
La Cacciatrice sorrise amara “una. Una sola. Come è sempre stato. E noi che ci illudevamo di poter cambiare le regole”
“e infatti le regole sono cambiate. Ha avuto la possibilità di scegliere. …La ragazza ha detto sì”
“un po’ come un contratto matrimoniale. E magari le hanno anche stipulato una polizza per morte prematura” commentò Xander, con pacatezza
Giles non sapeva cosa dire
“una prescelta è necessaria, lo sapete come lo so io. Il mondo ne ha bisogno, perché fatto di piccoli cambiamenti.” Non c’era bisogno di aggiungere altro sull’argomento
“vi starete chiedendo cosa centrate voi in tutto questo. A Claveland la Bocca dell’Inferno si sta riaprendo, un nuovo maestro ha preso la città e la Cacciatrice ha bisogno di aiuto. Inoltre ci sono stati profondi sconvolgimenti sull’equilibrio tra i mondi, dopo l’apertura del sigillo sotto Sunnydale. Nuove forze sono entrate in collisione l’una con l’altra e…”
“Il Consiglio le ha chiesto di ricontattarci perché non aveva nessuno che facesse da baby sitter alla nuova Cacciatrice?” commentò Spike con rabbia
“Non è stato il Consiglio Spike. Non direttamente almeno. È stata la Custode.”
“La Custode?” domandò Dawn confusa
Per tutta risposta l’Osservatore girò verso di loro il libro che aveva aperto, indicando con un dito un’immagine disegnata a inchiostro sulle pagine ingiallite.
“L’entità che sceglie tra le potenziali cacciatici chi andrà a sostituire quella…” non completò la frase, era troppo doloroso ricordare.
“Di cosa si tratta concretamente?” domandò Willow, con voce grave, continuando ad osservare lo schizzo
“Io…non mi è consentito dirvi di più. Dovete prima decidere” li guardò tristemente, detestava il ruolo che era stato costretto ad assumere. Mediare per il consiglio. Poteva immaginare il rancore che provavano nei suoi confronti, e gli bruciava maggiormente perché li aveva appena ritrovati. Ma si rendeva conto che era stato meglio così; avevano una scelta finalmente. Potevano rifiutare, tornare alle loro vite, dimenticandosi di un mondo di orrori che li aveva inghiottiti troppo presto. Non sapeva se augurarsi che accettassero o meno.
Li guardò negli occhi, uno ad uno.
“so che è difficile…fidarvi. Ma questa volta non siete obbligati a fare qualcosa. Io…io non vi biasimo se decidete di andarvene”
“cosa succede se non accattiamo?” domandò incerta Buffy
“La Custode designerà qualcun altro”
“quanto…tempo abbiamo?”
“Se deciderete di accettare partiremo il prima possibile per Claveland. Altrimenti…beh, ci saluteremo qui” pronunciò lentamente le parole, quasi volesse assicurarsi che ne comprendessero il significato.
Una pesante cappa di silenzio aveva coperto la stanza. Nessuno accennava al benché minimo movimento, come se non volesse attirare su di sé l’attenzione.
Buffy era seduta mollemente sul divano, adagiata sui morbidi cuscini. Un milione di idee le fluttuavano in testa, senza che riuscisse a razionalizzarle. Non aveva mai veramente pensato che sarebbe tornata a combattere. Certo, sapeva che la chiamata di Giles non poteva riguardare altro, ma non riusciva a convincersi del fatto che la sua vita avrebbe realmente potuto tornare quella di una volta. Già, quella che conduceva a Sunnydale. Scacciò quel pensiero…non riusciva a fare un paragone tra la sua vita presente e quella passata. Le era capitato di compiangersi perché non aveva più a fianco i suoi amici, perché si sentiva un pesce fuor d’acqua in un mondo così maledettamente…normale, ma sapeva di non poter scegliere e di dover soltanto accettare il cambiamento, adattandosi il prima possibile. Ora però il suo fingere era arrivato al capolinea. Doveva decidere, analizzare attentamente ogni cosa e decidere. Cercò di concretizzare l’idea: tornare a passeggiare per cimiteri bui e uccidere demoni. No…sapeva bene che la sua vita passata non era fatta solo di quello. Certo era il suo fine primario, ma c’era dell’altro. …Sentirsi forte, sicura. Assaporare l’aria della notte e constatare che era il suo regno. Vivere in un mondo eternamente diviso tra bene e male, senza confini precisi…poi pensò a Mark, alla sua nuova vita: tranquilla e, avrebbe potuto dire, felice. Normale. In un ambiente dove nessuno la avrebbe giudicata strana, circondata da persone che nemmeno nei sogni più assurdi avrebbero potuto immaginare quello contro cui lei aveva combattuto…
D’un tratto vide Giles alzarsi e ritornò immediatamente a concentrarsi sui presenti.
“Io…io vado in cucina. A preparare il the.” Si voltò imbarazzato verso la porta, voltandosi però dopo un attimo “So che non è facile, ma ricordate una cosa –li squadrò, mentre silenziosi non avevano il coraggio di alzare lo sguardo uno verso l’altro – anche gli adulti hanno bisogno d’aiuto” uscendo guardò un istante ancora Buffy, che, nel sentire quelle parole, si era voltata verso di lui.
…perché è tornato?…perché ho capito che anche gli adulti si aiutano…ricordava quelle parole. Quando era tornato a Sunnydale per aiutarli contro Willow. Gli aveva raccontato angosciata tutti i problemi che avevano dovuto affrontare dopo la sua partenza…e ricordava anche la sua risata finale, come a ricordarle che non era necessario prendere tutto così seriamente, perché lei aveva sempre affrontato problemi enormi, senza rendersene conto.
Lo guardò scomparire dietro il muro che divideva le due stanze. D’un tratto si accorse che tutti gli occhi erano puntati su di lei: quelli incerti di Willow, gli spaventati di Xander, i curiosi di Dawn, i risoluti di Spike. Guardavano lei, si aspettavano che facesse qualcosa, come era sempre successo. E come avrebbe continuato ad essere.
Trasse un lungo respiro prima di cominciare “Bene, siamo tutti qui, di nuovo. Prima però non potevamo scegliere se combattere o meno, ora ne abbiamo la possibilità. – il suo tono era pacato, il suo non voleva essere un discorso che portasse a una scelta, ma solo un chiarimento – possiamo tornarcene a casa, tentando di dimenticare tutto quello che ci è successo a Sunnydale…oppure ritornare sui nostri passi. La scelta è nostra, come la responsabilità che ne deriva. – li guardò, come per leggere i loro pensieri – dobbiamo prima di tutto scegliere le nostre priorità, tutto si basa su questo. In cosa crediamo?”
“Buffy… ci sta chiedendo di tornare a combattere” sussurrò grave Xander
“lo so” la ragazza chiuse gli occhi, cercando la concentrazione necessaria per proseguire “ma dobbiamo scegliere.”
Un nuovo opprimente silenzio scese sui presenti. Scegliere…a pensarci bene sarebbe stato più comodo accettare una decisione altrui. Ma non avevano lottato per quello, tutti quegli anni? Per dare una scelta…la scelta di vivere a tutti quelli in pericolo, la scelta di cambiare ai malvagi, la scelta di sopravvivere al mondo…
Buffy rimase in silenzio. Le sue priorità. Era arrivato il momento di decidere. Cosa le diceva il suo cuore che non era riuscita a capire? Quali parole sussurrava la sua coscienza quando lei la scacciava? Aveva paura…paura di scegliere. Perché avrebbe potuto anche prendere la strada sbagliata.
Sbagliare. Non la aveva mai preoccupata allora, quando non si ha niente da perdere non resta che agire. Ma adesso aveva una vita, abbandonarla voleva dire perdere nuovamente le basi costruite con tanti sacrifici…chiuse gli occhi, voleva sentire di nuovo l’energia, la forza rifluire in lei. Aveva bisogno di coraggio. Le tornarono in mente tutte le apocalissi sventate, i demoni uccisi…si sentiva nata per quello. E poi c’era una cosa che aveva tentato di dimenticare, ma che ora tornava ad essere una consapevolezza: lei era la Cacciatrice. Era di nuovo la Prescelta.
Poteva barattare la sua vita attuale con quella passata?…quale avrebbe scelto?…
Aprì gli occhi
“una questione di priorità…in questi anni abbiamo cercato di dimenticare contro cosa abbiamo combattuto, ma abbiamo scordato anche cosa siamo stati?…prima di avere chiuso realmente con il passato dobbiamo chiederci se siamo pronti a dimenticare quello che siamo stati. …Io non sono in grado. Sono ancora la Cacciatrice. –fece una lunga pausa, quasi avesse perso fiducia in ciò che stava per dire – non posso cancellarlo. Ci hanno assegnato un ultimo compito e, prima di poter dire di essermi lasciata questa realtà alle spalle, sento di doverlo portare a termine. Però…ho capito quali sono le mie priorità. Siete voi. Voi che mi avete sostenuto negli anni più difficili…- dicendo questo guardò tutti i presenti, soffermandosi qualche istante negli occhi del vampiro - c’eravate sempre. Non posso affrontare niente senza di voi, non lo ho mai fatto. Quindi, se voi rinunciate, rinuncio anch’io.”
Dawn le strinse la mano, guardandola con fiducia.
“Non sarà per sempre. Combatteremo, vinceremo, ma le nostre vite non scappano! Però questa potrebbe essere l’ultima possibilità di…- non terminò la frase, abbassando lo sguardo. Avrebbe potuto essere l’ultima possibilità per molte cose. Combattere insieme, per esempio. Condividere un’ultima volta quei momenti così…intimi…con la sorella. Ma anche per ritornare ad essere la squadra imbattibile che erano diventati. Per sentirsi di nuovo così uniti da mettere la vita nelle mani dell’altro…alzò la testa, continuando con voce sicura – io ci sto”
Willow si guardò intorno, Buffy non era cambiata: sempre pronta a combattere. Aveva sempre saputo quanto essenziale fosse per lei. Le era anche capitato di invidiarla per la sua forza, la sua incapacità di lasciarsi andare e di abbandonare qualcosa in cui credeva. Ora toccava a lei scegliere, glielo doveva. La avevano intimamente colpita quelle parole sussurrate: la mia priorità siete voi. Ma quali erano invece le sue di priorità? Cosa era più importante? La sua nuova vita le dava quello di cui aveva bisogno?…troppe domande. Il suo futuro era legato a una semplice risposta: sì o no. Guardò la ragazza bionda di fronte a lei. Non aveva più trovato un’amica così…speciale. Ripensò al signor Giles; le aveva insegnato tutto quello che sapeva, le aveva cresciute e amate come figlie. Non riusciva ad odiarlo per la scelta a cui le aveva messe di fronte. Sapeva che nemmeno per lui doveva essere facile.
Si guardò le mani. A cosa potevano servirle?…i suoi poteri. Un tuffo al cuore.
I poteri che avevano quasi portato alla fine del mondo ora erano chiusi in una piccola sfera di vetro luccicante. Ricordò con dolore quello che aveva provato quando il signor Giles aveva iniziato l’incantesimo per intrappolarli lì. Era stata lei a chiederlo. Si era sentita svuotata, la ragazzina insicura aveva ripreso il sopravvento. Era tornata normale.
…avrebbe riacquistato i suoi poteri e gli amici. La sua famiglia. Quello che aveva lasciato a Washington non aveva più importanza. Non c’era niente a cui fosse veramente legata, aveva accettato qualsiasi trasferimento le veniva proposto, una città valeva l’altra perché nessuna sarebbe stata mai la sua.
“anch’io” disse risoluta. Buffy la guardò negli occhi…quasi con riconoscenza.
Spike osservava la scena. Quanto era stato difficile per loro decidere. Lui invece vedeva così cristallina davanti a sé la strada giusta, anche se forse sarebbe stata l’ultima volta che la avrebbe percorsa. C’era lei davanti a sé. Come c’era sempre stata, per un motivo o per l’altro. …basta che lei non sia sola…questa era la sua priorità. Però vicino a lei vedeva anche gli altri ragazzi. Gli amici un po’ imbranati ma insostituibili. Aveva imparato ad amarli come faceva lei.
Guardò un istante Dawn, poi di nuovo Buffy. …Chi ti copre le spalle se io ti lascio sola?…sorrise leggermente.
“sempre a vostra disposizione” disse con voce ironica ma sincera.
Xander si guardò intorno. Era l’ultimo. Anche durante le loro discussioni al Magic Box era il più restio ad accettare di combattere, ma non lo faceva per paura. Non solo per quella almeno.
Ripensò ad Anya, la rivedeva gettarsi per salvare Anrew e poi mollemente distesa a terra…come potevano anche solo pensare di tornare in quell’inferno!
Le guardò negli occhi…leggeva solo determinazione. Stupida determinazione. Quante persone erano morte per una causa persa in partenza. Distruggere il male!
Anya, Tara, Buffy addirittura due volte, anche Spike. Entrambi erano tornati. Ma loro erano creature straordinarie, dotate dei poteri necessari per difendersi e difendere gli altri. Ma i comuni mortali, quelli come lui che non sapevano cosa voleva dire essere speciali, per loro non c’era niente da fare.
Un moto di rabbia lo percorse. Rischiare di nuovo la vita per salvare un mondo che non vuole essere salvato.
“Xander?” chiamò Willow, con voce incerta
Il ragazzo sospirò, voltandosi da un’altra parte. “cosa vuoi che ti dica Willow. Che ho voglia di tornare indietro? Che ho voglia di combattere contro qualcosa che, nonostante noi lo abbiamo distrutto tante volte, torna sempre? Avete preso in considerazione l’ipotesi di finire male…ma veramente male? Non siamo in un film Buffy, qui il bene non vince sempre.” Disse lanciandole uno sguardo penetrante
“finchè ci siamo stati noi sì”
“Dimmi una cosa Buffy, e anche tu Willow…ditemi veramente perché volete tornare a combattere. Cosa vi spinge verso la violenza. Perché rifiutate la pace ora che la avete trovata?…perché sono convinto che non è per salvare il mondo che tornate indietro”
le due ragazze stettero in silenzio. Aveva davvero ragione?…
“Vuoi dire che lo fanno per manie di protagonismo?” rispose ironico Spike “rispondi a una domanda: perché tu lo hai fatto per sette anni?”
Xander rimase in silenzio.
“è vero, non lo faccio solo per salvare il mondo. E hai ragione nel pensare che ci siano anche fini egoistici dietro. Ma…in tutti questi anni non sono mai riuscita a togliermi dalla testa una cosa. Probabilmente l’unica che io abbia mai saputo con certezza. Lo faccio perché è giusto.” Disse Buffy, la sua voce era diventata fredda.
“Xander, qual è il problema?” domandò Willow
“Il problema è che è già morta troppa gente durante questa guerra”
“non hai più il coraggio di correre il rischio?” chiese Spike provocatorio
“non ho voglia di morire” gli ringhiò contro Xander
“E tu pensi che invece noi siamo autolesionisti e cerchiamo di farci ammazzare? È ora di decidere in cosa credi ragazzino”
Buffy era rimasta in silenzio, non aveva altro da dire. Su un punto però Xander aveva ragione, non lo faceva solo per salvare il mondo, ma anche per salvare sé stessa da…dal peso che la opprimeva da quando tutto era finito. Voleva ritrovare la forza che la faceva sopravvivere ad ogni situazione, la carica che la aveva tenuta in vita contro tutto e tutti. E più di ogni cosa voleva riscoprire cosa voleva dire avere di nuovo qualcuno accanto, che la facesse sentire meno sola.
…ho visto le cose migliori e le peggiori di te…
Xander passò lo sguardo tra Willow e Buffy. Non capiva il loro bisogno di…non sapeva nemmeno di cosa, però vedeva l’angoscia dipinta sui loro visi. Era come se cercassero qualcosa e pensassero di ritrovarla solo così.
Tornò a sedersi composto sulla poltrona, con sguardo serio.
“per voi è importante?” chiese con un leggero sospiro
Nessuna delle due rispose. Anche loro condividevano in parte il pensiero di Xander, ma le ragioni che le spingevano ad agire avevano la meglio sulla razionalità. In fondo niente di quanto successo si poteva dire razionale.
Il ragazzo aspettò la risposta per un altro istante. Poi prese a strofinarsi le mani.
“Perfetto ragazze, si parte per Claveland! Pronti per distruggere un altro centro commerciale”
qualche ora più tardi la casa era in fermento. Sarebbero partiti con il primo volo per l’Ohio. I leggeri bagagli che ognuno di loro aveva portato con sé erano accatastati davanti all’ingresso, pronti per essere caricati sul taxi che li avrebbe portati all’aeroporto.
Buffy era ancora nella sua stanza, intenta a chiudere le persiane. Il signor Giles barricava la casa come se fosse un bunker ogni vota che partiva!
Si sentiva stranamente emozionata e…trepidante. Sì, trepidante era la parola giusta. Non aveva ancora ben chiaro cosa avrebbero fatto, una vota arrivati a Claveland, ma in quel momento non le importava: si sentiva leggera, come se la tensione che aveva accumulato si fosse improvvisamente volatilizzata. Sapeva comunque che la situazione di stallo del momento era destinata a non durare: presto o tardi avrebbe dovuto parlare con lui. Scosse la testa ripensando a come lo aveva salutato. Gli era praticamente volata tra le braccia…in quegli istanti non c’era posto per Mark. Ora però vedeva la sua reazione sotto un’altra ottica; come la aveva interpretata Spike? Si rendeva perfettamente conto che era stupido anche solo pensare che fosse ancora…single. Scacciò quei pensieri, le sembrava il momento di vaneggiare sulle possibili love-story di Spike? Inoltre nemmeno lei sapeva cosa provata. Tentò di concentrarsi sulla missione che li aspettava…
Sentì picchiettare delicatamente alla porta semichiusa.
“entri pure signor Giles” disse sorridendo leggermente
“Buffy…io volevo parlarti un attimo, hai da fare?”
si guardò intorno con ironia “No, credo di aver tappato ogni buco di questa casa…è davvero ossessionato dalle apocalissi eh?”
L’uomo accennò ad una risata
“Buffy… - si sedette accanto a lei sul bordo del letto – mi dispiace di averti coinvolto in tutto questo”
lei abbassò lo sguardo
“Vuol dire che non è contento di avere di nuovo la sua Cacciatrice preferita?”
“So quanto possono essere stati duri per voi questi anni lontani e francamente non capisco perché abbiate accettato, però ora siete qui e stiamo… – sorrise –stiamo per andare a salvare un’altra città dalla Bocca dell’Inferno”
Buffy rimase in silenzio, poteva immaginare quanto impacciato si sentisse Giles in quel momento. Stava cercando di dirle qualcosa che però lo rendeva nervoso.
“Beh…per combattere di nuovo tu hai bisogno dei tuoi…poteri” abbassò gli occhi
La ragazza ricordava l’iniezione. Era stato come quando il consiglio aveva voluto testare la sua capacità di Cacciatrice.
Una puntura. Con una semplice puntura i suoi poteri erano andati via via diminuendo, fino a sparire del tutto.
“Quando arriveremo ti…”
“Mi riattiverà ufficialmente come Cacciatrice” completò lei la frase
“Esatto. Volevo che tu prendessi in considerazione anche questa eventualità”
“Si può sapere che succede signor Giles? Sembra che lei non voglia che…”
“Non voglio mettervi in pericolo tutti, di nuovo. – aveva preso coraggio ed ora parlava speditamente- quando vi ho visto arrivare ieri sera, tu Willow e Xander…quanto siete cresciuti. Tu e Willow siete donne in carriera e Xander è diventato un uomo. Non voglio che perdiate quello che avete costruito”
“Si ricorda quello che mi ha detto quando me ne sono andata dopo la morte di Angel? Una Cacciatrice rimane sempre una Cacciatrice” pronunciò queste ultime parole con sicurezza
“Lo so” disse lui, prendendole una mano tra le sue
“Se poi è anche la migliore e la più longeva non può che vantarsene” completò sorridendo per allentare la tensione
“Già”
Giles la guardava negli occhi. Brillava la stessa luce di quando la aveva conosciuta, vedeva riflessa la stessa forza che non la aveva fatta arrendere davanti a niente.
Si alzò dal letto, avviandosi verso la porta.
“Ti aspetto di sotto. Tra poco il taxi sarà qui”
Cap.3 – Benvenuti sulla Bocca dell’Inferno
Scesero dall’aereo, guardandosi attorno. Una fitta pioggia autunnale tamburellava sui finestrini della macchina che li stava conducendo al motel dove erano alloggiati. L’autista, che Giles aveva presentato come John Ripley, era l’osservatore della nuova Cacciatrice. Anche lui era appena arrivato nell’Ohio dall’Inghilterra.
Buffy lo guardò con interesse. Era alto, con i capelli corti e brizzolati; dimostrava una quarantina d’anni e portava sottili occhiali da vista. Le era venuto da sorridere la prima volta che lo aveva sentito parlare, anche lui con uno strano accento e la voce profonda e un po’ seria.
Guidava lentamente, attento a non sbandare a causa dell’asfalto bagnato, e chiacchierava animatamente con Giles riguardo all’organizzazione del giorno successivo.
“Bene, la palestra è qui vicino, useremo quella del liceo. Seguite le indicazioni e non avrete problemi ad arrivare. È lì che April si allena.”
“Come sta andando l’addestramento?” chiese Giles, con l’aria di chi la sa lunga
“fa progressi, ma non abbastanza velocemente. È più vecchia di una normale Cacciatrice, ha già 17 anni.”
“Sarebbe meno faticoso se avesse qualcuno da cui imparare…Buffy?” affermò Giles, con aria pensierosa “Domani riavrai i tuoi poteri” completò la frase, girandosi per guardarla negli occhi.
“per…per me va bene” rispose la ragazza. Si sentiva in obbligo di aiutare la nuova Cacciatrice, era come se dovesse dimostrare che era rimasta la stessa, che fosse ancora in grado di svolgere al meglio il suo compito. Le tornò in mente l’ultima battaglia, era come un riflesso incondizionato. Era stata l’ultima volta che aveva combattuto sul serio, poi c’erano stati altri piccoli scontri, ma con demoni ordinari e qualche vampiro che non aveva ancora lasciato il cimitero…già, l’unica cosa che si era salvata.
…avrebbe riavuto i suoi poteri…
la macchina si fermò davanti ad un bel bed and breakfast
“perfetto allora, ci vediamo domani mattina” li salutò l’uomo, indicando con un gesto della mano l’ingresso
“grazie John, ci vediamo domani mattina” si congedò Giles, scendendo dall’auto per prendere i bagagli.
la pioggia non sembrava aver intenzione di cessare e il cielo era coperto da una sottile foschia grigia che impediva la vista.
Il piccolo gruppo si diresse, con le borse in mano, verso la porta.
“bene” cominciò Giles, con le chiavi in mano “ci vediamo qui domattina, alle otto” Buffy e Willow si stavano guardando intorno incuriosite “ho detto alle otto. Non le otto e dieci, non le otto e venti, le otto” precisò rivolto alle due
“ci saremo” affermò Willow, trattenendo una risata
“A meno che non ci periamo nei meandri di questo posto” concluse Buffy, scambiando un’occhiata con l’amica e indicando l’unico corridoio che conduceva alle camere
“Bene…abbiamo una tripla, una singola e una doppia. Buffy, Dawn e Willow la 17, Xander e Spike la 16 e io sarò nella 15” concluse, lanciando un’occhiataccia a Spike e Xander, che si stavano squadrando con aria schifata.
Una volta ricevute le chiavi, i ragazzi si diressero verso le loro camere, stanchi per il lungo viaggio.
“Buffy…potresti fermarti un minuto?” la bloccò l’Osservatore, aspettando che tutti si fossero allontanati prima di iniziare a parlare
con un cenno della mano le indicò una comoda poltrona all’ingresso e a sua volta si sedette davanti a lei.
“Buffy…è il momento di restituirti i tuoi…i tuoi poteri” completò la frase abbassando gli occhi, come se si sentisse in qualche modo responsabile
“bene” rispose solo la ragazza, allungando il braccio e rimboccandosi la manica della camicia, ricordava come si faceva restituire i poteri ad una Cacciatrice. Era un momento strano, nessuno dei due fiatava. Buffy si rendeva conto di cosa significava quell’istante: sarebbe tornata ad essere una Cacciatrice attiva. Ora non si scherzava più, la realtà si era fatta largo prepotentemente in lei. Il mondo sarebbe tornato ad essere un teatro cruento di battaglie senza vincitore, la legge del più forte avrebbe rimpiazzato “il bene vince sempre”, la morte sarebbe tornata a bussare alla sua porta.
Già, la morte.
Chiuse gli occhi.
…morte...morte…morte…morte…
in quel lungo attimo ripeté quella parola fino a che non perse il suo significato e si tramutò in un viluppo di suoni indistinti.
“Sei pronta?” chiese Giles, non sapeva se lei era in grado di guardarlo negli occhi
“pronta” sussurrò, respirando profondamente. Vide l’osservatore estrarre da un astuccio di pelle scura che teneva nella tasca interna della giacca una siringa. Il liquido giallo di cui era riempita zampillò dall’ago. La sua vena pulsava, a causa della pressione del cavo legato all’avambraccio. Il suo cuore accelerò il battito senza che lei potesse in alcun modo regolarlo.
Non riusciva a staccare gli occhi dalla vena bluastra e dall’ago che si avvicinava lentamente…
Avrebbe potuto ritrarre il braccio.
Avrebbe potuto alzarsi e prendere il primo volo per New York.
C’erano un infinità di “avrebbe”.
…Ancora un attimo e tutti quegli “avrebbe” sarebbero diventati come polvere nella sua mente
Era quella la sua strada? La direzione che doveva prendere la sua vita?
…Ancora un attimo e tutti quegli “avrebbe” sarebbero diventati come polvere nella sua mente
era quella la scelta giusta?
…morte…morte…morte…morte…
il panico la invase
…vorresti che lo facesse qualcun altro?…
l’ago si avvicinava pericolosamente…
…sempre più vicino…
…poteva sentire la pressione della mano sulla pelle
No…no…NO
Quella era la risposta. La scelta giusta.
…sei l’unica Buffy…
aprì improvvisamente gli occhi, puntandoli in quelli cupi di Giles. Una tacita conferma… il viso dell’uomo si illuminò. Una Cacciatrice rimane sempre una Cacciatrice.
“Si ricorda l’ultima volta che mi ha fatto questa stessa puntura?” chiese dolcemente la ragazza, trasalendo quando l’ago penetrò nella carne
“…avevi 17 anni – sorrise al ricordo – e non ti saresti fatta piegare da niente. Nemmeno da un vampiro di cento anni che tentava di ucciderti in una casa abbandonata”
“Già…”
“hai avuto più sangue freddo di me quella volta e il consiglio non ha gradito” aggiunse sorridendo
“si è preso un bello spavento vero? In effetti non ero esattamente presentabile quando sono tornata da lei con la voglia di prenderla a botte”
“…nemmeno quello ci ha diviso” sorrise, ritraendo l’ago e posando nuovamente la siringa nella custodia.
“Buona notte signor Giles” lo salutò con affetto, alzandosi dalla sedia e sistemando la manica.
“’notte Buffy”
era già in fondo al corridoio quando si voltò
“Domani faremo vedere di cosa siamo capaci a questi novellini” disse sorridendo, con gli occhi che luccicavano.
L’uomo sorrise a sua volta, salutandola con la mano prima di chiudere la porta della sua stanza
Buffy entrò frettolosamente; le luci erano spente e Willow e Dawn già dormivano. La ragazza si appoggiò allo stipite, sfregandosi il punto dove poco prima le era stato iniettato…non sapeva nemmeno lei cosa contenesse il liquido giallo.
Con passo felpato si diresse verso la sedia dove era poggiata la sua valigia nel tentativo di trovare il pigiama anche al buio. La camera era illuminata solo dalla fioca luce della luna, offuscata da una tenue nebbiolina. Aprì leggermente la porta-finestra, uscendo.
La pioggia aveva smesso di tamburellare sui vetri e lei si appoggiò allo stretto davanzale in ferro battuto che dava sul retro. Una ventata d’aria carica di umidità la investì, facendola rabbrividire. Si strinse maggiormente nella felpa, senza però rientrare.
La notte di new York era diversa, più movimentata, più caotica…in quel momento, circondata dal silenzio, sentiva solo il fruscio del vento tra i rami degli alberi nel vialetto e poteva seguire il dipanarsi dei suoi pensieri. Chiuse per un attimo gli occhi, quasi sperasse di sentir fluire nelle sue vene il potere. Per un attimo la sfiorò il pensiero che avrebbe potuto rendere la sua forza, una volta conclusa anche quell’ultima battaglia…sarebbe stata capace di separarsene nuovamente, dopo aver provato di nuovo l’ebrezza della lotta, il fascino della vittoria…? Non voleva pensarci, non era ancora arrivato il momento.
Abbassò gli occhi, fissando con sguardo perso la ringhiera. Il giorno dopo avrebbe dato lezioni ad una aspirante Cacciatrice. Le venne da sorridere…lei, che aveva violato ogni regola del codice, che si era staccata dal consiglio, che aveva amato le tenebre egli esseri che combatteva. Eppure il pensiero di essere di nuovo parte di quel mondo la riempiva di una strana euforia e trepidazione.
Avrebbe combattuto di nuovo…un cane abbaiò in lontananza, richiamandola alla realtà. Si voltò vero la porta, decisa a rientrare.
“Buffy?” sentì una voce sussurrare il suo nome nel buio.
Si voltò di scatto, scrutando nell’oscurità alla ricerca dell’interlocutore. Guardò in basso. Le gelò la voce in gola…lui.
“Spike? Che ci fai la sotto?” chiese, cercando di non fare troppo rumore. Si sporse dalla ringhiera, per vedere nel vialetto sottosante il vampiro, che la fissava enigmatico.
“Non dormo la notte” rispose con un leggero sorriso
un tacito invito a seguirlo
Si guardò intorno furtiva, come se non volesse farsi vedere, poi scavalcò la ringhiera, atterrando nell’aiuola sottostante, tra le foglie bagnate di pioggia.
Gli si avvicinò lentamente, senza riuscire a fare a meno di guardare verso il balcone: sebbene fosse solo il primo piano un normale essere umano avrebbe sentito il contraccolpo.
Il vampiro la osservò, quasi intuisse i suoi pensieri.
“hai di nuovo i tuoi poteri?” chiese, con aria meno sicura di prima
“Giles me li ha iniettati mezz’ora fa –disse sorridendo. Poi, abbassando lo sguardo – da quanto tempo sei qua sotto?”
“Qualche minuto. Xander russa da circa un’ora, sembra una sega elettrica” concluse ironico
inconsciamente iniziarono a passeggiare. Entrambi leggermente imbarazzati: era successo tutto così in fretta, dalla telefonata di Giles a quel momento erano passati nemmeno due giorni
“Allora…come stai?” chiese Spike, nel tentativo di imbastire una conversazione
“Bene…-non sapeva come continuare, ma era decisa a non far finire la conversazione – ora vivo a New York. Sai, lavoro per un’agenzia assicurativa. È una bella città. Tu invece?”
“Beh…le solite cose. Sto a Los Angeles da Angel, lavoro più o meno con lui ed abbiamo imparato a sopportarci”
nessuno accennò ai rispettivi fidanzati, era un argomento troppo imbarazzante. Per la verità tutta la conversazione lo era stata. Inoltre si sentivano entrambi stupidi a perdere tempo in cose del genere, quando con tutta probabilità la città in cui erano appena arrivati sarebbe diventata la nuova bocca dell’inferno. Passeggiarono silenziosi per qualche minuto, intenti a cercare un argomento di conversazione neutro.
Buffy non sapeva proprio cosa dire, quasi rimpiangeva il modo in cui lo aveva salutato. Avrebbe voluto fargli un milione di domande, ma non riusciva a formulane nemmeno una, le sembravano tutte troppo sfacciate. Che diritto aveva di intromettersi di nuovo nella sua vita? l’ultima volta gliela aveva buttata all’aria.
Si era inconsciamente avvicinata a lui…quante volte aveva sognato un momento simile…aveva ritenuto impossibile che tutto ciò accadesse di nuovo, invece ora erano lì.
Considerò l’ironia della cosa, appena due anni prima lui era morto per salvare lei e il mondo, poi era resuscitato e tra loro non c’era stato altro che una breve telefonata. Ora invece erano insieme e passeggiavano per una cittadina sconosciuta, infischiandosene del fatto che tutti e due avevano una vita da un’altra parte, come se non fosse passata nemmeno un’ora dall’ultima volta che avevano fatto la ronda insieme.
Si sentiva combattuta…sapeva anche troppo bene quanto fosse cambiata la situazione in quel periodo, o quantomeno lo intuiva. Il suo posto era Los Angeles, mentre lei avrebbe dovuto essere a New York, rannicchiata tra le braccia di Mark, non nell’Ohio a chiacchierare con un vampiro di notte.
Eppure ora era lì, e l’unica cosa che le importava era sapere perché lui avesse accettato di venire…perché rischiare un’altra volta la vita, acconsentire a rivedere la persona che lo aveva fatto soffrire di più al mondo, con il rischio di perdere quello che era riuscito a crearsi in quegli anni?
Perché…
Spike camminava lentamente, la spalla di lei che gli sfiorava il braccio. Guardava il cielo, poi il marciapiede, senza avere il coraggio di puntare lo sguardo su di lei. Poteva percepire il suo calore, sentirne il respiro leggermente affannoso per il freddo…lei era lì, era Buffy.
Non poteva credere di passeggiare come se niente fosse con l’unica donna che…non aveva più importanza ormai. Si era costretto, si era imposto di dimenticare quello che era stato.
Non aveva mai riflettuto molto sul peso delle sue azioni, dava retta all’istinto, non alla ragione. Ora però immaginava che lei avrebbe voluto un chiarimento, sapere il motivo per cui si era precipitato da Giles, dopo la maledetta telefonata. Quanto gli era sembrata semplice ed elementare la risposta fino ad un attimo prima. Era lì per lei, perché altro? Ma avrebbe avuto il coraggio di rivelarglielo…il suo cuore non avrebbe sopportato un’altra ferita.
Ripensò alla sensazione provata poche ore prima…stringerla di nuovo tra le braccia, anche solo per un momento aveva ripagato ogni sacrifico; si dava dell’idiota per quei pensieri, perché non doveva ricaderci, non doveva correre il rischio di sperare. Sperare cosa poi? Lei non era più la stessa donna, lui non era più solo un vampiro.
Sentì gli occhi della ragazza posarsi su di lui. Un brivido familiare gli percorse la schiena. La domanda, ora…
“spike… - il vampiro si fermò, sorridendo suo malgrado. Nonostante tutto lei non sarebbe mai cambiata. Nonostante tutto sarebbe andata avanti, senza accettare qualcosa che non capiva. Ascoltò il suo battito leggermente accelerato prima di porgli la fatidica domanda – sono contenta che tu sia qui” sussurrò a mezza voce.
Il vampiro rimase immobile. Lei era l’unica che riusciva a stupirlo. L’unica. Se gli fosse servita un’ulteriore motivazione per seguirla…beh, l’aveva trovata.
“sono contenta che siamo tutti qui. Di nuovo. – fece una breve pausa, guardandolo negli occhi come solo lei sapeva fare – quando ho ricevuto la telefonata di Giles è stato come…”
“…come se un peso ti cadesse sulla schiena e tu dovessi trasportarlo a tutti i costi” concluse lui
“Già…sono andata a prendere Willow a Washington, erano tre mesi che non la sentivo, nemmeno per telefono” non serviva che aggiungesse altro per fargli capire quanto era stato difficile. Nessuno sapeva meglio di lui quanto contassero i suoi amici.
“All’inizio non sapevamo bene cosa dirci, eravamo estranee…ho…ho cercato di rimuovere tutto quello che è successo durante quegli anni, e lei ha fatto lo stesso. ci siamo allontanate…ora tentiamo di recuperare. Anche con Xander è lo stesso…e – pronunciò queste ultime parole con maggiore lentezza, tentando di mascherare la fatica che le costavano – vorrei…vorrei che recuperassimo il nostro…la nostra amicizia…almeno un po’ ”
continuò a passeggiare, silenziosa. Niente era stato tanto difficile come pronunciare quelle parole, piene di significati nascosti che solo loro potevano interpretare, ma così chiare e limpide, pronunciate in quel momento.
Era la richiesta di una tregua da tutte le cose non dette dal momento in cui si erano separati, nel modo più doloroso; un modo di riallacciare una sottile linea dopo il silenzio; una dimostrazione di affetto che va oltre il tempo.
Spike la guardò negli occhi. Si era sbagliato se credeva che lei non lo avrebbe mai più coinvolto, che non avrebbe lasciato il segno. Gli tornarono di nuovo in mente le parole di Angel, anche lui ne sapeva qualcosa di cicatrici. Eppure, senza nessuna logica, senza un briciolo di razionalità, la cosa che più desiderava era dirle che aspettava quelle parole da una vita.
La ragazza lo fissò un altro istante, in snervante attesa di un risposta; poi si voltò, riprendendo a camminare stringendosi nella felpa.
“Buffy… -sapeva che sarebbe bastata un parola, come era sempre stato tra di loro – lo voglio anch’io” disse, raggiungendola alle spalle e trattenendola per un braccio
Rabbrividì sfiorando la sua pelle, così fredda in quel momento.
Era rimasta incredibilmente stupita da quelle parole e non sapeva come replicare “Bene…allora…sono ancora la tua Cacciatrice preferita?” chiese sorridendo ironica ma leggermente imbarazzata, con una ciocca di capelli biondi che le ricadeva scomposta sul viso.
Le sorrise di rimando “sempre”
Non era servito altro. Nessuna spiegazione troppo complicata, nessuna confessione difficile. Solo loro due. La verità sarebbe venuta dopo, ora era vitale recuperare la fiducia.
“Allora, domani il tuo primo allenamento da Cacciatrice di nuovo in servizio?”
“Già…non che una principiante
mi faccia paura ma…”
“…ma essere la Cacciatrice più vecchia della storia potrebbe non essere un vanto!” commentò, inarcando ironicamente il sopracciglio
“Stai per caso dicendo che sono…anziana?” disse con voce tra l’arrabbiato e il divertito
“beh…l’età pesa a tutti”
“soprattutto a un vampiro di 124 anni…ho notato che sei messo male sotto gli occhi, ho una crema antirughe che fa miracoli”
senza rendersene conto erano di nuovo davanti al terrazzo della camera di Buffy, un tacito segnale. Buffy lo guardò ancora una volta, non sapendo come salutarlo.
“Dire buona notte ad un vampiro è stupido?”
“e dirlo ad una Cacciatrice?” il suo viso ora era nascosto nell’ombra di un albero scuro
“…così domani riprenderemo i nostri combattimenti” disse abbassando gli occhi, senza però fare alcuna allusione alla sua cripta.
“ma io sono più in forma” sussurrò avvicinandosi
“ vedremo… - sorrise, e il
vampiro ebbe la strana impressione che lo stesse provocando
– notte Spike”
“ ‘notte Cacciatrice” alzò una mano in segno di saluto, osservandola arrampicarsi agilmente verso la finestra della sua camera.
La guardò tirare la tenda, indugiando un attimo sul suo viso.
Si accese nervoso una sigaretta, dirigendosi verso il balcone della sua stanza…la mattina successiva avrebbe dovuto assolutamente telefonare a Fred. Quel pensiero lo rendeva inspiegabilmente nervoso…era come se lei non facesse parte della realtà che lo circondava in quel momento. Che idiozia…lei era la sua realtà in quel momento! Si maledì mentalmente per essersi diretto verso la finestra di Buffy, per averla guardata senza stancarsi, per il sorriso che le aveva rivolto salutandola. Come diavolo aveva potuto…
Passeggiava nervosamente, senza decidersi ad andare nella sua stanza.
Perché…perché non riusciva a spegnere quello che lo spingeva da lei?…gettò a terra con foga la sigaretta ormai consumata.
Perché…perché…perché…
Cosa aveva lei che gli faceva perdere ogni controllo?…
Come un flashback gli tornarono in mente le ultime ore prima dell’ultima battaglia…
Loro due erano abbracciati, vicini. Sentiva la sua testa appoggiata al petto, le mani intrecciate. Si era completamente abbandonata, senza più paura, ribrezzo…scrupoli. Poi i suoi occhi avevano incontrato quelli di lei. Lo guardava come mai prima di allora, con un misto di dolcezza e…non si azzardava a ripetere la parola che aveva maledetto la sua vita. Già, una dolce maledizione a cui non era mai riuscito a sottrarsi…
Sospirando si arrampicò fino a raggiungere il balcone, per poi aprire la porta-finestra a distendersi, ancora vestito, sul letto. Gli occhi vagavano insofferenti per il soffitto, senza darsi pace.
* * *
Claveland, Clifford Street numero 1325
In una stanza buia una ragazza si rivoltava insonne nel suo letto. Le sembrava di sentire la sua energia…era in città, la Cacciatrice, l’unica che avesse affrontato più di sette apocalissi, l’unica che fosse tornata in vita due volte. Buffy, la Prescelta.
Provava una naturale antipatia nei confronti di quella ragazza…ne aveva sempre sentito parlare, lei era una vincente, il modello a cui aspiravano tutte le nuove cacciatici. Il giorno dopo la avrebbe conosciuta: Buffy in persona era venuta lì per aiutarla…credevano che lei da sola non ce la avrebbe mai fatta?
Si voltò un’altra volta, stropicciando le coperte con rabbia. Ma chi si credeva di essere per venire nella sua città?
Si alzò dal letto, legandosi i capelli rossicci e squadrando l’immagine che si rifletteva nello specchio. Tirò le tende, avvicinandosi al sacco appeso al soffitto.
Iniziò a sferrare violenti pugni a mani nude…ma le avrebbe fatto vedere lei…
Un calcio preciso…non aveva anche fare con una principiante, era meglio che lo capisse subito…
Ancora un fendente…probabilmente era la classica ragazza perfetta, con una vita perfetta…
Un pugno…sempre tirata e incapace di combattere senza prima aver consultato il suo prezioso osservatore…
Le nocche cominciarono a sanguinare…ma avrebbe capito a sue spese cosa succedeva a chi si metteva contro April, e si sarebbe dovuta fare da parte.
Con il fiatone, tornò a sedersi sul letto. Le aveva fatto bene sfogarsi… la migliore ora era lei. Sorrise alla sua immagine nello specchio e tornò a coricarsi.
* * *
dalla finestra entrava la tenue luce mattutina quando Buffy si svegliò. Stancamente guardò la sveglia posta sul comodino: 7.15
si alzò di malavoglia dal letto, infilandosi in bagno intirizzita dal freddo. Ne uscì qualche minuto dopo, lavata e sveglia, e iniziò a girare per la stanza, noncurante di Willow e Dawn. Notò con disappunto che le due dormivano ancora, nonostante la luce e il rumore, così, senza pensarci due volte, sfilò le coperte ad entrambe.
“Buffy – ringhiò una Willow terribilmente assonnata – che…diavolo…stai…facendo…?” chiese senza aprire gli occhi e stringendosi nel pigiama.
“Abbiamo detto al signor Giles che saremmo state pronte per le 8 e sarà così” asserì sicura lei
“Ma che ora è?” chiese la rossa agonizzante
“Le 7 e 15…siamo già in ritardo sulla tabella di marcia”
“marcia per dove? Al college ci alzavamo esattamente sette minuti prima dell’inizio della lezione ed arrivavamo puntuali…senza contare che stavamo nel dormitorio più lontano alle aule!”
“Sì, ma oggi è una giornata…Avanti alzati, ti prego!” gridò la Cacciatrice, scuotendola per le spalle
“ma si può sapere cosa devi fare? Vai a disturbare tua sorella…” la pregò, rannicchiandosi di nuovo sotto le coperte
“Dawn…sorellina almeno tu ascoltami!” gemette sedendosi sul bordo del letto e tirandola per un braccio
“Buffy…” biascicò lei coprendosi gli occhi
Willow si stava alzando lentamente dal letto, dirigendosi verso il bagno. La guardava storto con gli occhi impastati dal sonno, senza però dire niente.
Dopo una altro buon quarto d’ora di lamentele e battibecchi però le tre erano sveglie e pronte per vestirsi.
“Buffy! Quanto ci metti ad infilarti un paio di pantaloni e una maglietta?” domandò Willow, osservandola scettica.
Buffy era davanti a tre paia di pantaloni e non sapeva da che parte cominciare
“Quale dovrei mettere secondo te?” domandò indecisa
Willow si avvicinò a lei, seguita da Dawn
“Mhm…direi che hai un’ampia scelta! Pantaloni di pelle rossi o neri e un paio di jeans scoloriti. D’accordo che non sei più abituata a mettere questa roba ma non devi mica presentare la nuova linea serata-in-cimitero!” disse ironica, ricevendo una sonora gomitata
“è che…beh…questa nuova Cacciatrice…”
“ah, vuoi affermare il tuo potere oltre che atletico anche estetico?” chiese Dawn ridendo
“…se devo tornare ad essere una Cacciatrice vorrei farlo con stile! Ma voi due non siete di nessunissimo aiuto!” disse arrabbiata, afferrando i pantaloni rossi e una canottiera nera
alle 7.45 erano tutte e tre vestite di tutto punto e sedevano sui rispettivi letti
“Allora Dawn…non mi hai ancora raccontato niente del college” disse Willow, amichevole ma un po’ titubante
“Mah…è carino, non succede niente di strano nelle cantine, non ci sono studenti-vampiri, i demoni aspettano fuori dalla porta e…nessuno ha paura di girare per strada la notte”
“è…” cercava una aggettivo
“…noioso?” concluse Dawn con un leggero sorriso “più o meno, a Sunnydale era un’altra cosa immagino”
disse la giovane con impercettibile stizza. Si era sempre sentita inferiore a Buffy e ai suoi amici, che vivevano strane avventure ogni notte, si destreggiavano tra allenamento e studio…salvavano il mondo. Lei non era mai riuscita ad inserirsi a pieno nella loro realtà, era sempre rimasta la ragazzina da proteggere, quella che conosceva le cose per sentito dire e ci fantasticava sopra ogni notte.
“non consiglierei a nessuno di fare il college a Sunnydale…anche perché ora come ora sarebbe un po’ complicato” rispose asciutta Willow, che aveva percepito la nota aspra nella sua voce. Dawn era diventata un po’ la sorella di tutti, la ragazzina da proteggere, e sapeva quanto ne avesse sofferto. Tuttavia non capiva come si potesse desiderare di far parte di un mondo come il loro, Buffy aveva sempre cercato di tenerla lontana e di darle l’opportunità di cambiare vita, insegnandole solo il minimo indispensabile per renderla autonoma. Le aveva dato una scelta.
Willow ripensò al suo incontro con Buffy, nell’atrio del suo ufficio. Sembrava così…matura, indossando un tailler chiaro e gli occhiali da vista. Non la aveva quasi riconosciuta, senza la giacca di pelle ed il paletto in mano. Aveva sbagliato a pensare che l’immagine dell’amica si fosse cristallizzata in quegli anni; c’era stata invece un’enorme evoluzione, era diventata una perfetta ragazza comune, perdendo quasi completamente il cipiglio guerriero che la aveva contraddistinta. Era sicura che non avesse mai più indossato gli abiti della caccia. Troppi ricordi vi erano legati, Spike prima di tutto. Tra qualche istante però sarebbe ricomparsa…cosa c’era da aspettarsi? Era diventata così insicura da temere anche questo? Rivedere la vecchia Cacciatrice.
“allora? Sempre che ci stia ancora dentro…” commentò, con gli occhi bassi a guardarsi i pantaloni, per poi incrociare le braccia con quel gesto così familiare.
Mark avrebbe preso un colpo se la avesse vista vestita in quel modo, pensò Buffy con ironia. Lei, che ai suoi occhi era solo un’impiegata che si divideva tra casa e lavoro, concedendosi solo qualche serata in palestra.
“direi che sei tornata tu” commentò Dawn, squadrandola da capo a piedi “ti ho sempre detto che i vestiti che usi ora sono piuttosto anonimi…così ti dai un tono!”
“credo che al mio capo salterebbe una coronaria se mi vedesse arrivare vestita in questo modo” commentò rivolta alla sorella “è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho girato per i cimiteri”
“credo che sia ora di scendere” annunciò Willow, dispiaciuta di dover interrompere quel momento felice
“Arriviamo” disse Dawn tirandola per un braccio
“Io arrivo subito, devo prima fare una telefonata” non serviva aggiungere altro per far capire alle due con chi doveva parlare…Mark
“Fai in fretta, non vorrai arrivare in ritardo! Ricrdi Giles…non le 8 e 10, non le 8 e 20…” disse Willow, scimmiottando l’osservatore e contando sulle dita le ore pronunciate
“A dopo ragazze” le salutò trattenendo una risata
Spike si stava avviando verso il telefono a gettoni situato in fondo al corridoio. Doveva assolutamente telefonare a Fred, erano due giorni che non si faceva sentire. Rapidamente compose il numero, appoggiandosi poi al ricevitore, in ascolto.
“Angel Investigation” rispose la familiare voce di Cordelia
“Sono Spike” annunciò, con tono involontariamente nervoso, continuando a guardarsi intorno
“Spike – disse stupita la ragazza – sei ancora vivo? Credevamo fossi finito in un burrone nel tragitto da qui a San Francisco” commentò candidamente
“Cordelia…hai mai provato a limitare le battute idiote ad una sola fascia oraria? Non sono a San Francisco”
“stai già tornando? Angel aveva detto che sarebbe stata una cosa lunga”
“no, sono nell’Ohio…a Calveland”
“e posso sapere cosa ci fai?…ohhh…”disse dopo un secondo, come se le fosse venuta in mente la risposta
“cause di forza maggiore” rispose laconico, non era necessario metterli al corrente della situazione
“capisco…-tagliò corto Cordelia, con l’aria di saperla lunga – cerchi…”
“…Fred” non la lasciò completare
sentì il rumore della cornetta, passata da una mano all’altra
“Pronto?” la voce della ragazza lo fece trasalire
“Ciao” disse, con una nota più dolce
“Amore…dove sei?” domandò immediatamente
“a Claveland, sono sorti dei problemi ed era richiesto il mio aiuto” disse, sperando di non ricevere altre domande
“Ah…e con chi sei?” chiese, tentando di nascondere il tono deluso
“Sono venuti tutti gli Scoobies” non aveva intenzione di discutere dell’argomento, anche se sapeva quanto premesse a Fred. Dopo tutte le emozioni di quei giorni non era in grado di sostenere una conversazione del genere, era troppo confuso…lui, Buffy, gli altri, tutti insieme che salvavano il mondo. Scacciò i numerosi ricordi che gli affollavano la mente.
Guardò indecifrabile l’orologio posto sul muro di fronte: le otto meno cinque. Doveva sbrigarsi. Non sapeva se essere sollevato o dispiaciuto…
In quel momento sentì dei passi venire nella sua direzione. Si voltò stupito verso il corridoio e la vide. Avanzava sicura, con i capelli sciolti che le incorniciavano il viso, a testa alta nella sua direzione. Rimase senza parole. Sembrava che fosse passato meno di un istante dalla loro ultima ronda insieme…ricordava la luce nei suoi occhi, la forza e insieme la consapevolezza di essere invincibile. Ora si stava avvicinando con la stessa espressione. Continuando a guardarla strinse maggiormente la cornetta…non era ancora arrivato il momento di dirle di Fred.
“Ora devo andare…ti telefono presto” quasi sussurrò
“Spike ma…che succede?” chiese lei allarmata e delusa di dover concludere la conversazione
“Mi stanno chiamando…mi dispiace” disse con tristezza sincera
“Chiama” gli intimò la ragazza, con angoscia mal celata
“Ciao” la salutò, riattaccando dubito il ricevitore
“Ciao…” sussurrò lei, quando ormai la linea si era interrotta
Spike si diresse nella sua direzione, con aria volutamente indifferente. Non doveva pensare di provocare in lui le stesse vecchie emozioni, e inoltre non voleva rivelarle l’interlocutore della telefonata.
“Ciao” la salutò, senza resistere alla tentazione di fermarsi, contro ogni proposito di proseguire superandola. La squadrò da capo a piedi, senza rendersi conto che se ne era accorta
“Ciao” gli sorrise lei, divertita dall’espressione seria del vampiro
“Vado nell’atrio, Giles ci sta aspettando” disse indicando col pollice la direzione dalla quale veniva la ragazza
“Io dovrei…” cominciò indicando il telefono
“Avverto il capo” disse lui ironico
i due si superarono, proseguendo per direzioni diverse quando Buffy si voltò nella sua direzione, facendolo girare
“con chi…” lasciò in sospeso la frase e guardandolo con espressione indecifrabile
“non domandare se non vuoi sapere” rispose il vampiro, guardandola negli occhi
Per tutta risposta lei gli sorrise divertita alzando le mani in segno di resa, voltandosi nuovamente
* * *
“Dov’è Buffy?” domandò l’osservatore rivolto a Dawn e Willow
“eccomi!” disse lei, arrivando di corsa
“sono le…”
“…otto in punto” disse lei con il respiro affannoso, indicando l’orologio elettronico posizionato vicino all’entrata
“ora possiamo andare?” le domandò l’osservatore già esasperato
“Certo” rispose lei, tentando di rimanere seria. Quella mattina si era alzata di buon umore, di li a poco avrebbe conosciuto la nuova Cacciatrice e ripreso gli allenamenti…
* * *
April era già in palestra, sfogandosi contro un sacco. Sferrava calci potenti e precisi, senza mai staccare gli occhi dall’obbiettivo. Teneva alte le braccia, per difesa, con le mani fasciate e le nocche insanguinate.
Ansimava per lo sforzo prolungato, senza tuttavia fermarsi. Tra qualche minuto sarebbe arrivata lei.
Perché si sentiva così…inferiore? Cosa aveva quella ragazza che a lei mancava? La rabbia le montava in corpo e lei non cercava di contenerla. Non lo aveva mai fatto. E il suo osservatore la riprendeva sempre più spesso per la sua incapacità di controllarsi.
Ricordava il viso sconvolto di Ripley, mentre la guardava massacrare un vampiro. In quell’occasione aveva perso il controllo più del solito…eppure non riusciva a togliersi dalla mente l’espressione di sconfitta del vampiro, di un essere senz’anima né sentimenti, mentre cercava in tutti i modi di sfuggirle…sorrise, colpendo nuovamente il sacco.
Era sicura che nessuno meglio di lei avrebbe adempiuto a un compito del genere. Lei conosceva il significato della parola soffrire…Ricacciò il nodo che le si era formato in gola, asciugandosi con stizza il sudore che colava sulla fronte.
E quella…Buffy? Cosa aveva passato? Cosa aveva dovuto sopportare?
Tornò a concentrarsi unicamente sull’allenamento, non serviva a nulla rimuginare ulteriormente.
“April” sentì una voce alle sue spalle, che la chiamava con voce autoritaria
“Dimmi grande capo” rispose irrispettosa, scostandosi i capelli umidi dagli occhi
“Tra poco saranno qui. Voglio che tu osservi Buffy, che cerchi di imparare il più possibile da lei. Con il loro aiuto riusciremo a impedire che qui nasca l’inferno, collabora.”
La ragazza scostò lo sguardo, la rabbia stava di nuovo prendendo il sopravvento, ma cercò di calmarsi. Tra poco avrebbe trovato contro chi sfogarla.
“Bene” rispose poco convinta, dirigendosi verso i pesi e dandogli le spalle
l’uomo si allontanò scuotendo leggermente la testa, accomodandosi su di una sedia posizionata vicino all’entrata dell’enorme palestra vuota.
“John?” sentì una voce ovattata alle sue spalle
si alzò di scatto e aprì sorridendo la porta, chiusa a chiave. Attraverso l’oblò il viso di Giles sembrava pallido
“Rupert, avete avuto difficoltà a trovare il posto?” chiese facendo strada
Giles, seguito dagli Scoobies, entrò, guardandosi intorno interessato
“No, ho chiesto una mappa al padrone del bed and breakfast” rispose, fissando incuriosito i numerosi attrezzi sparsi “è una sala molto attrezzata” commentò
“Sì beh…è un ottimo posto per allenarsi”
“E io che dovevo allenarmi in biblioteca, quello si che era studio alternativo” aggiunse Buffy, scorrendo con lo sguardo spalliere, pesi e sacchi
April era ancora voltata, non aveva intenzione di fare da comitato accoglienza, ma appena sentì una voce femminile si girò di scatto. Il cuore iniziò a batterle più forte…una ragazza bionda stava parlando con il suo osservatore.
Con passo deciso si diresse nella sua direzione, massaggiandosi le nocche doloranti. Camminava lentamente, non voleva darle la soddisfazione di pensare che si stesse avvicinando per lei, ma la analizzava segretamente con lo sguardo.
Le arrivò di fronte, guardandola con un’espressione che Buffy non riuscì a decifrare.
E così quella era la grande Buffy? La osservò attentamente. Era più bassa di lei di qualche centimetro, con i capelli biondi sciolti sulle spalle e un trucco leggero sul viso, indossava un paio di pantaloni di pelle e una canottiera nera…la guardò con sufficienza: credeva di essere ad una sfilata di moda? aveva immaginato giusto: una reginetta del liceo, sempre in ghingheri, superficiale, con un milione di ragazzi che le morivano intorno e una condotta esemplare. Detestava le persone come lei. La tipica californiana tutta spiaggia e party.
Buffy squadrò da capo a piedi la ragazza che le si era parata davanti. Doveva essere April, la nuova Cacciatrice. Alta un po’ più di lei, indossava una logora maglietta grigia con lo stemma che aveva visto all’ingresso della scuola e dei jeans chiari, rimboccati volutamente sopra le caviglie. Aveva un viso strano, che avrebbe potuto definire bello ma poco curato,con un naso lentigginoso e piccoli occhi scuri. I capelli rossicci le ricadevano scomposti sulla fronte imperlata di sudore e lei non si preoccupava di scostarli. Sentiva i suoi occhi posarsi a più riprese su di lei, scrutandola dalla testa ai piedi con un qualcosa di provocatorio e critico insieme. Leggermente imbarazzata sostenne lo sguardo della ragazza.
Osservava con un misto di indignazione e sconcerto i ragazzi che erano con lei e la fissavano con un misto di ammirazione ed affetto, asserviti completamente. Ecco il termine giusto, asserviti. Lei era il loro leader indiscusso. Cosa avevano visto in lei?
“Ciao, io sono Buffy” la sentì rivolgersi a lei, porgendole una mano dalle unghie curate
Fissò scettica quella mano testa, afferrandola poi e stringendola con forza. Le sue mani bendate e rosse stonavano con quelle bianche e morbide di lei.
“April” rispose, con tono di sfida
Ripley fissò Giles, preoccupato. Conosceva April e poteva giurare, dal suo comportamento, che la collaborazione sarebbe stata più ostica del previsto. La sua Cacciatrice si sentiva usurpata da Buffy, le cui esperienze erano ora stampate sui manuali dei nuovi osservatori, e sapeva anche che non era disposta a farsi superare da nessuna. La differenza tra loro era lampante, tanto fisicamente quanto caratterialmente. Personalmente anche lui si era aspettato una persona diversa come salvatrice del mondo, ma aveva imparato che niente è quello che sembra, soprattutto le persone.
Buffy rispose alla vigorosa stretta di mano. Poteva leggere rabbia negli occhi della ragazza, rabbia nei suoi confronti? Poteva essere. Dal primo istante si era resa conto che non sarebbe stata una cosa facile insegnare qualcosa a quella ragazza.
“Bene – disse Ripley strofinandosi le mani – credo sia il caso di cominciare l’allenamento. Buffy…”
“Certo. Io…” si voltò verso l’osservatore per rispondere quando…
uno spostamento d’aria…vide con la coda dell’occhio un pugno che si alzava in direzione del suo viso
come un riflesso incondizionato si scansò, osservando il braccio dell’aggressore fendere l’aria
“Ehi!” gridò
“Iniziamo no?” sentì la voce di April risponderle
dietro di loro gli altri si erano spostati contro il muro. Willow guardava sconcertata la scena, senza tuttavia avvicinarsi.
“Giles! Faccia qualcosa” bisbigliò per non farsi sentire dall’altro osservatore, senza però distogliere l’attenzione dal combattimento
“No Willow – rispose Giles, altrettanto concentrato – hai visto April quando siamo arrivati? Non ha smesso un attimo di fissare Buffy, non vuole che sia qui, è una alle prime armi e non riesce a razionalizzare che ci sia un altro predatore nel suo territorio, si deve instaurare un rapporto di forza.”
Willow ascoltò Giles disorientata, quelle due dovevano prendersi a botte perché ragionavano come animali? Non era sicura che Buffy ce la avrebbe fatta, era molto che non aveva i suoi poteri e…
“Ce la farà. Come ce l’ha sempre fatta. È la migliore e deve dimostrarlo, altrimenti non sarebbe stata chiamata” disse Spike, che si appoggiò distrattamente al muro, estraendo dalla tasca un accendino e il pacchetto di sigarette.
Buffy lanciò uno sguardo dietro di sè, evitando di un soffio un secondo attacco all’altezza dello stomaco. Bene, senza persone dietro il suo campo di azione si era allargato. Se la ragazzina voleva la guerra…si era messa contro la persona sbagliata.
Sentiva rifluire l’energia in sé, non aveva mai dimenticato quella sensazione. Rinacque in lei la consapevolezza che le aveva permesso di sopravvivere a Sunnydale e che si era lentamente assopita col tempo. Era la migliore.
Buffy si raddrizzò prontamente dopo aver schivato i colpi, alzando le braccia in posizione di attacco. I suoi poteri di Cacciatrice si erano riattivati alla perfezione...poteva sentire i suoi riflessi acuirsi, gli affondi diventare più potenti e precisi…
“Sì, iniziamo” rispose, fissando con altrettanta rabbia la nuova Cacciatrice
…un calcio diretto verso la spalla…parato con entrambe le mani
…una serie di pugni, rivolti verso il viso…schivati, erano troppo lenti
la frustrazione di April aumentava con la stessa velocità del disprezzo. Come diavolo faceva a…
Sferrava attacchi senza sosta, ma nemmeno uno andava a segno.
Buffy si limitava a difendere, senza iniziare il contrattacco, spostando il combattimento verso il centro della palestra.
…un altro colpo parato…
…un affondo evitato scostandosi…
Parò l’ennesimo calcio, inginocchiandosi a terra e afferrando la gamba di April sospesa in aria.
Abbassò un attimo la guardia, lasciando il viso scoperto.
Un altro calcio, sferrato con la gamba libera, la colpì in pieno volto, sbalzandola di qualche metro. April, anche lei a terra, rise fredda e vittoriosa
“Nemmeno tu sei invincibile allora”
Buffy le dava le spalle, ancora accasciata per il colpo. Si passò lentamente il dorso della mano sul labbro, dal quale scendeva un rivolo di sangue. Non si voltò, quasi non avesse sentito quello che aveva detto
April si alzò, procedendo baldanzosa verso la Cacciatrice
“Ehi, mi hai sentito?”
Buffy si guardò il palmo, su cui risaltavano alcune gocce di sangue scuro. Senza una parola si alzò, sorridendo, se possibile ancora più gelida di April. Camminava lentamente nella direzione dell’avversaria, passandosi nuovamente una mano sul labbro, che si era gonfiato rendendo le sue labbra sottili ancora più rosse, per asciugare l’ultima goccia di sangue che le colava sul mento.
“prima credevo scherzassi ragazzina – Buffy la osservava con sufficienza – cioè, quell’espressione da dura e incompresa – sorrise – ma sei capitata male, hai sbagliato persona”
“ma davvero?” la guardò con odio, ma come si permetteva! Era alla distanza giusta per sferrarle un altro colpo su quella bella faccia…
ma non fece in tempo a completare l’affondo
Buffy le bloccò il braccio a mezz’aria, ora era il suo turno di attacco
…si alzò per colpirle il viso con un pugno…che andò a centro
la nuova Cacciatrice barcollò indietro, tenendosi la mascella
riprese ad attaccare senza sosta
…una capriola indietro…
…calcio…lo aveva schivato, allora quella April non era poi così male
…scansarsi lateralmente, per schivare un pugno…
…contrattacco, colpo in pieno ventre fece arrancare la sua avversaria…era il momento di concludere quella buffonata
…avanzare, guadagnando terreno, doveva portarla a chiudersi…
…una serie di pugni, che vennero schivati a fatica…
April si guardò alle spalle, evitando di un soffio dall’ennesimo affondo. Era in trappola, a due passi dalla spalliera. L’unico modo di salvarsi era scansare di lato, ma non fece in tempo a muoversi…
Si sentì sollevare per il collo, premuta contro la parete. Strinse con tutta la forza che aveva in corpo il braccio che la teneva, senza però smuoverlo.
…la stava sollevando da terra, sfruttando il muro retrostante…una lezione non le avrebbe fatto male
“Bene – la guardò dal basso in alto, tentando di mascherare la soddisfazione – abbiamo finito. Non provare più ad attaccare in quel modo – si avvicinò al suo orecchio, bisbigliando – potresti pentirtene”
improvvisamente la lasciò andare, fissandola strofinarsi il collo con una mano, rispondendo allo sguardo di puro disprezzo che le lanciava.
Rimase fredda, senza tradire la minima emozione. Poi si diresse verso i presenti, che avevano assistito allo scontro dall’altro lato della palestra.
Senza una parola April la seguì. Aveva la testa in subbuglio per l’umiliazione. La aveva battuta, non era stata in grado di fermare i suoi attacchi, così precisi e calibrati. Ma ce la avrebbe fatta, la avrebbe superata.
Non degnò di uno sguardo l’osservatore, che invece la fissava con occhi fiammeggianti, pieni di delusione e rabbia. Come aveva potuto attaccare in quel modo la persona che era venuta ad aiutarli! D’accordo, era ambiziosa, ma avrebbe dovuto rendersi conto che Buffy era un’avversaria troppo forte, almeno per ora.
Buffy e Giles si scambiarono una rapida occhiata di intesa, voltandosi poi a guardare gli altri due.
“Dobbiamo iniziare la preparazione di April e ci sono altri particolari su cui discutere. È meglio iniziare” asserì asciutto Giles, come se non si fosse accorto di quello che era appena successo
“certo” concordò Ripley, prestando attenzione alle parole di Giles
“loro due rimarranno qui ad allenarsi –indicò Buffy ed April – Spike?” chiamò il vampiro
“…rimango con loro” concluse lui senza troppa enfasi, scambiando uno sguardo complice con Buffy
“Noi invece abbiamo delle ricerche da fare. Avete una biblioteca?” domandò
“venite” rispose l’uomo, aprendo le porte della palestra
“Bene, allora ci vediamo dopo”
April assisteva immobile alla scena, la rabbia per l’umiliazione subita non si era ancora calmata. Chi erano i nuovi arrivati per decidere cosa ognuno dovesse fare? Avrebbe voluto ribattere ma un’occhiata di John la fece desistere. Si sarebbe allenata con lei e con…Spike?
Osservò il vampiro avanzare in direzione di Buffy, sembrava si conoscessero da molto tempo…si fermò ad osservare i suoi lineamenti sottili ma decisi, avrebbe voluto conoscere la sua storia, come era arrivato ad unirsi a Buffy? Lo conosceva di fama, William the Bloody, il sanguinario, e aveva saputo che ora operava a Los Angeles, ma non credeva ci fosse un collegamento tra loro due. Si accorse che il vampiro la osservava interrogativo ma continuò a fissarlo.
La Scooby si allontanò in silenzio, chiudendo le porte della palestra e lasciando i tre in un’atmosfera molto tesa.
Giles seguiva il giovane osservatore, camminando con passo deciso. Aveva indosso un’energia particolare, una forza che credeva non avrebbe più ritrovato…vedere la sua Cacciatrice vincere, vedere Buffy vincere, era stato incredibile. Pazzesco e incredibile.
Fissò la schiena dell’uomo che camminava davanti a lui. Capiva la sua frustrazione, non era stato facile per lui farsi accettare dalla ragazza né insegnarle quel poco che sapeva sulla lotta e la caccia, e vederla perdere in quel modo doveva essere stata per lui una sconfitta personale. Ricordava i primi addestramenti con Buffy, le volte in cui gli aveva disubbidito…ma gli tornavano in mente anche i momenti che aveva passato a consolarla, a proteggerla e a difenderla. Per quegli istanti non c’erano manuali abbastanza approfonditi né regole da applicare. Ripley e la sua Cacciatrice non avevano ancora abbattuto il muro che li separava, quella barriera fatta di diffidenza, sospetto, senso di superiorità rispetto all’altro.
Certo April non era una ragazza facile, lo aveva capito dalla rabbia nei suoi occhi, che lasciavano trasparire il suo desiderio di vendetta verso Buffy…avevano entrambi molta strada da fare
“Entrate” disse Ripley, aprendo davanti a sé una porta in legno e introducendoli in un’ampia stanza, con alti scaffali stracolmi di testi.
I cinque si disposero intorno ad un tavolo rettangolare, illuminati dalle lampade da tavolo poste nel centro.
Giles si guardò intorno, fissando lo sguardo per un secondo su ogni membro del gruppo. Poi cominciò:
“bene. Ora che siamo qui devo mettervi al corrente di alcune cose. Il consiglio ha scoperto che il maestro di qui sfrutterà l’allineamento dei pianeti per celebrare il rituale d’iniziazione, che porterà alla formazione di una nuova bocca dell’Inferno. Tra due settimane esatte. I demoni sopravvissuti all’ultima Apocalisse hanno bisogno di un centro, avendo perso Sunnydale, dove la loro influenza sia più forte e, a quanto pare, sarà qui. il nostro compito è di impedire tutto questo. Dobbiamo però tener presente – continuò, impedendo a Xander di tirare un sospiro di sollievo. Il ragazzo aveva sicuramente pensato alle precedenti apocalissi, questa non era nulla di paragonabile – che la situazione sarà molto più complicata da gestire che a Sunnydale. La gente prima di tutto. Qui non sono abituati ad avvenimenti del genere, non immaginano nemmeno che diventeranno il paese con il più alto tasso di mortalità in America. Non possiamo contare su di loro, né su nessun altro. Ora, le nostre priorità sono individuare il punto di raccolta, dove inizierà il rituale, ed evitare che in questi giorni la situazione degeneri. Nessuno deve accorgersi di nulla: niente nuovi vampiri, né demoni. I turni di caccia saranno più frequenti, ogni essere che potrebbe unirsi al maestro va eliminato. La cosa più importante è impedire al maestro di invocare l’apertura della Bocca, abbiamo un po’ di tempo per prepararci. Non possiamo commettere errori.” Concluse, pronunciando lentamente le ultime parole e fissando tutti con attenzione “è tutto chiaro? – attese qualche secondo – bene, allora inizieremo subito le ricerche”
nessuno osava fiatare, soprattutto Ripley. Guardava Giles con interesse, bramosia quasi. Voleva recepire ogni più piccola mossa, imparare a fare altrettanto. C’era una punta di invidia in lui, conosceva la sensazione che aveva sopraffatto April, ma era in grado di dominarla e sfruttarla. Si rendeva conto di essere inferiore a Giles, sia come influenza sul consiglio, sia per esperienza. Cercò di celare la stizza…perché il consiglio aveva parlato con Giles e non direttamente con lui? Quell’uomo non lavorava nemmeno più per loro, eppure lo preferivano a un osservatore fedele. All’invidia però si mesceva anche l’ammirazione e il desiderio di vedere quei ragazzi all’opera, per capire come un branco di studenti e un inglese avessero raggiunto quegli obbiettivi. Si scrivevano tante cose su di loro, e altrettante se ne raccontavano: su Buffy, la Cacciatrice anti-eroe, che si sacrificava per il mondo perché non aveva altra scelta eandava sempre avanti, su Giles, l’osservatore disertore, che non aveva mai rinunciato al suo compito, su Willow, la strega che era arrivata quasi sul punto di distruggere il pianeta, ma che aveva sempre lottato per salvarlo, su Dawn, la chiave, che era sopravvissuta a una divinità…per non parlare di Spike, il vampiro con l’anima che combatteva contro i suoi simili.
Non era facile reggere il confronto con loro. Ecco cosa non sopportava April, essere continuamente paragonata a Buffy…
“John, avete già scoperto qualcosa sul maestro?” la voce di Giles lo distolse dai suoi pensieri
“si chiama Antes, vive in un palazzo disabitato lontano dal centro. Ha più o meno 600 anni, non molto vecchio quindi”
“vi siete mai scontrati con lui?”
“Una volta, April stava facendo una delle sue prime ronde, ha eliminato alcuni dei suoi vampiri, ma erano troppi. È fuggita”
“Bene, Willow cerca notizie su questo Antes, libri, appunti, diari, qualsiasi cosa ci dia un quadro completo. Xander e Dawn, andate a chiamare gli altri – rivolse una triste occhiata alla finestra – è il tramonto” li squadrò un altro secondo “presto andate, abbiamo molto da fare questa notte”
in palestra Buffy, April e Spike si stavano ancora allenando. La concentrazione era al massimo, ma l’aria tesa di qualche ora prima non si era affatto diradata.
April era in un bagno di sudore, mentre continuava instancabile a colpire le mani guantate di Buffy.
“mettici più forza” le ordinò asciutta Buffy, senza muoversi di un millimetro dopo ogni colpo
“Buffy – venne interrotta dalla voce di Spike – credo sia ora di vedere cosa è capace di fare con le armi” disse, dirigendosi verso l’armadio ed estraendone una spada dalla lama spessa e impugnatura cordata
si avvicinò alle due fendendo l’aria e facendo volteggiare con apparente disinvoltura la spada intorno al torace.
“sai come si usano?” chiese Buffy alla ragazza, con lo stesso tono di prima
“Sì” mugugnò lei a denti stretti, asciugandosi il sudore che le imperlava la fronte
“bene” le lanciò una spada, prendendola dalle mani del vampiro, stava per afferrare la seconda, quando Spike la fermò, conducendola in un angolo
“Credo che tu la abbia massacrata a sufficienza” disse ironico
Buffy distolse la sguardo, sbuffando “Io…-si strinse nelle spalle – io non l’ho massacrata! – si voltò ad osservarla, mentre provava qualche affondo, tornando poi a guardare Spike fintamente imbronciata – senti se l’è cercata! E poi lo sai che non ho la stoffa della baby-sitter, per di più se si tratta di una ragazzina isterica con seri problemi di immagine!” commentò acida
Spike sbuffò, sorridendo “D’accordo, non diventerà miss Ohio, però ora tocca a me, onde evitare che vi prendiate a “spadate” ” disse, afferrando la spada che Buffy teneva in mano e dirigendosi verso April
“forza ragazzina, vediamo cosa ti ha insegnato il caro John”
sfiorò la punta della sua spada, pronto a dare inizio al combattimento
Buffy si posizionò non molto distante, con le braccia conserte e intenta ad osservare ogni movimento dei duellanti.
Per essere alle prime armi non si muoveva male…aveva padronanza del corpo…seguì con interesse i suoi movimenti, che però risultavano poco fluidi, rispetto a quelli del vampiro.
Si concentrò su Spike, vedeva i suoi muscoli contrarsi ad ogni affondo, gli occhi fissi sulla lama avversaria, attento a schivare ogni colpo, ponderando la potenza con cui sferrare gli attacchi…scosse violentemente il capo, tornando a guardare la ragazza.
Aveva qualcosa alle mani, reggeva la spada con entrambe, ma i polsi ruotavano in maniera strana, come se le bende che li fasciavano fossero troppo strette. Maneggiava l’arma a fatica, eppure il peso non doveva essere un problema…la fissò in viso, una smorfia mal celata le si stampava in faccia ad ogni affondo.
“Spike…fermi un attimo” disse pensosa, il suo tono non era però autoritario. Si posizionò in mezzo a loro, squadrando April. La ragazza intanto aveva appoggiato la punta della spada al suolo e vi si puntellava, ansante.
Buffy la guardò, la rabbia che provava nei suoi confronti per la cattiva accoglienza ricevuta si era calmata ed ora riusciva ad essere quasi premurosa, dopotutto conosceva bene i sacrifici necessari nell’allenamento.
Senza fiatare le prese dalle mani la spada, spingendola lievemente verso la sedia appoggiata al muro. April vi si sedette senza fare storie, osservando un po’ stupita Buffy.
Perché la aveva fatta fermare?…in quel momento non importava…aveva il fiato corto, le mani le facevano ancora più male dei giorni scorsi…doveva allentare le bende…
Appoggiò la testa sul muro, chiudendo gli occhi. Le mani le ricadevano molli sulle gambe, non riusciva quasi più a muoverle.
Buffy appoggiò la spada alla parete, inginocchiandosi davanti alla ragazza, che sedeva stremata sulla sedia.
La osservò per qualche altro secondo…e così si trovava a dover fare da insegnate ad una neo Cacciatrice che probabilmente la detestava, sbuffò impercettibilmente, ed ora doveva anche medicarla. Avrebbe preferito evitare di doversi occupare di qualcuno, la volta precedente era finita male…ma doveva crescere.
Senza indugiare oltre le afferrò delicatamente le mani, cominciando a svolgere le bende bianche e sporche. Avvertì un sussulto della ragazza, che tuttavia sembrava troppo stanca per opporre resistenza. Sentì il suo sguardo sulla testa, ma decise di ignorarlo.
Lasciò cadere a terra i nastri, osservando con attenzione le mani e i polsi martoriati. Le bende erano state fissate talmente strette da lasciare un segno profondo nella pelle, diventata bluastra, e avevano tagliato le palme. Ecco perché non riusciva a maneggiare la spada.
Tenne le mani aperte davanti a sé, reggendole delicatamente, attenta a non farle male. Sapeva quanto dolorose fossero quelle ferite.
“Devi sciacquarti con acqua pulita e poi disinfettarle” disse, con un tono meno duro di quello usato durante l’allenamento.
La guardò negli occhi per qualche istante, non c’era bisogno di nessun chiarimento, conosceva perfettamente lo scopo delle fasciature.
April la fissò, c’era comprensione nei suoi occhi?…era troppo stanca per pensarci ora…
“riesci ad alzarti?” domandò di nuovo Buffy
“Sì”
“bene, vai a lavarle con acqua tiepida, poi torna qui” ora il tono della ex Cacciatrice risultava quasi dolce. April sapeva che stava misurando le parole per non offenderla, la situazione era molto imbarazzante per lei.
Senza rispondere si alzò faticosamente, dirigendosi a passo più spedito verso il bagno
Buffy si alzò in piedi, andando verso Spike, che aveva osservato la scena alle sue spalle
“Anche crocerossina?” chiese, senza però un tono canzonatorio nella voce
“Già – sorrise Buffy, strofinandosi gli occhi con le mani – cosa ne pensi? – domandò indicando con gli occhi la porta da cui era appena uscita April – non è male”
“ho visto di peggio” annuì
“dici…dici che ho esagerato un po’?”
“no…la prossima volta però è meglio che tieni pronta la barella per riportarla a casa” commentò
“Ehi…sei tu quello che l’ha massacrata con quella dannata spada!” rispose piccata
“Ma ricordati che io sono cattivo” sorrise canzonatorio, strappandole un sorriso da viso stanco
April era in bagno, con le mani immerse nell’acqua tiepida che bruciavano come non mai. Sollevò il viso per specchiarsi, osservando con interesse i suoi lineamenti riflessi. Aveva il viso stanco, arrossato per la fatica, la fronte imperlata di sudore e i capelli scomposti. Su una guancia era rimasto un livido, che strofinò cautamente con una mano.
Sospirò, tornando ad osservarsi le palme: il sangue si era fermato, i piccoli tagli si sarebbero rimarginati presto.
Perché lo aveva fatto? Perché fermare l’allenamento? Non capiva come avesse fatto ad accorgersi di quelle ferite…era stata attenta a non lasciar trasparire nulla…cosa diavolo voleva dimostrare? Che aveva pietà? Fremette all’idea …comprensione? Era stato questo a spingere Buffy?…poteva essere. Detestava essere in debito con qualcuno.
Si asciugò attentamente le ferite, tamponandole con l’asciugamano, che poi scagliò a terra in un moto di rabbia. Come aveva potuto mostrarsi così fragile?…lei era stata scelta per salvare il mondo dalle nuove apocalissi maledizione! Lasciò cadere mollemente le mani lungo il corpo, stringendo i pugni…la unghie si conficcarono nella carne martoriata, facendo nuovamente sanguinare le mani…strinse ancora più forte…finché il dolore non la piegò in due. In un muto urlo di dolore si puntellò al piano del lavandino con i polsi, evitando che le palme toccassero la superficie.
Calde lacrime le rigarono le guance; chiuse gli occhi, cercando di bloccarne il flusso e reprimendo un singhiozzo.
Doveva calmarsi…non vedendola tornare Buffy avrebbe potuto raggiungerla in bagno e allora…tentando di controllare il dolore si risciacquò nuovamente le mani, strofinandosi poi gli occhi vigorosamente.
Guardò un’ultima volta la sua immagine riflessa nello specchio e non riuscì che a provare disprezzo per quel viso arrossato, per gli occhi che la fissavano duri, leggermente gonfi.
A passo rapido tornò nella palestra, aprendo silenziosamente la porta. Osservò dalla fessura le due figure di spalle che parlavano. Spike e Buffy. C’era qualcosa tra di loro, si intuiva. Oppure c’era stato ed ora cercavano di dimenticarlo. Fissò gli occhi sulla schiena di Buffy, i suoi capelli biondi, raccolti con una molletta, oscillavano ad ogni movimento del capo…c’era in lei qualcosa di più di quello che mostrava la sua immagine esteriore, ormai lo aveva capito, ma cosa…? notò, con un represso moto di stizza, lo sguardo del vampiro, che indugiava sul suo corpo perfetto e minuto e lei che faceva finta di niente.
Per la prima volta provò invidia. Bruciante invidia.
Ripensò al ragazzo della sua classe, alto, con i capelli scuri, occhi verdi e spalle larghe, un fisico perfetto. Aveva passato intere lezioni a guardarlo, a sperare che il suo sguardo si fermasse su di lei, anche solo per un attimo. Quella mattina…quando si era avvicinato al suo banco, si era sentita il cuore in gola, credeva si fosse accorto di lei. Ricordava di essersi aggiustata in fretta i capelli, raddrizzando la maglietta, che le era scesa su una spalla…si disgustava. Lui la aveva superata con leggerezza, per posare un leggero bacio sulla guancia alla ragazza appena entrata, che le aveva lanciato uno strano sorriso, come di chi la sapeva lunga…
Scacciò quel pensiero…Spike, cosa vedeva in quella ragazza? La bellezza? Non era certo tutto, non per uno che aveva vissuto secoli interi ed era stato amate di donne bellissime e immortali…
Buffy aveva avuto tutti gli…gli uomini che voleva, ne era sicura. Si sentiva stupida a sentire la mancanza di una cosa simile, lei che aveva imparato a contare solo su sé stessa.
Perché tutte…tutte ma non lei?…
Spike fissava Buffy, con interesse, vedeva solo le sue labbra, vagamente segnate da un rossetto chiaro, che si muovevano scandendo le parole…per un momento dimenticò la missione, l’allenamento, April, il mondo.
“Spike?” chiamò Buffy, guardandolo interrogativa
Si riscosse immediatamente, lanciando solo in quel mento un’occhiata alle spalle della ragazza e scorgendo April, che si era nuovamente accomodata sulla sedia con lo stesso sguardo impenetrabile e perennemente guardingo.
Indicò con un movimento della testa la ragazza, facendo voltare Buffy.
“La nostra ferita è qui…forza, devi tornare a fare almeno un buona azione al giorno, sei di nuovo Cacciatrice, ricordi?” se sussurrò scherzosamente alle spalle, ricevendo una leggera spinta
“sono superiore alle tue frecciate – gli rispose ridendo, voltandosi nuovamente verso di lui e corrugando poi scherzosamente la fronte – oh, è vero, anche tu sei tornato in servizio, quindi il tuo ruolo prevede un numero specifico di battute giornaliere”
sempre sorridendo la ragazza si voltò, dirigendosi verso April, sperava che la situazione tra loro si fosse stemperata
cosa ci trovava di ridicolo?…April la osservò avvicinarsi e prendere dell’alcool da una sacca. Rideva di lei? Certo…la principiante, quella alle prime armi, che non è bella e per di più non regge il primo allenamento!
Le sue mani si irrigidirono al contatto con quelle di lei, che ora fissava pensosa le ferite
“brucerà” la avvertì, senza però ricevere risposta
versò il disinfettante sulle ferite, attenta ad ogni sussulto della ragazza, che però non emise un gemito.
…non aveva intenzione di darle la soddisfazione dei vederla ancora dolorante…
Buffy la osservò di sfuggita, mentre teneva lo sguardo ostinatamente puntato fuori dalla finestra. Sperava in un po’ di…di complicità da parte sua, o almeno in un leggero cambio di atteggiamento, invece…
Ci sarebbe stato ancora molto da lavorare con lei.
Le avvolse attentamente le mani con bende pulite, stringendole il minimo indispensabile.
“ho finito” asserì, rialzandosi
“bene - commentò asciutta April. Voleva mettere in chiaro che non le era debitrice in alcun modo per quella gentilezza - riprendiamo” afferrò seppur con esitazione il manico della spada, ancora appoggiata al muro.
“No, tu non riprendi niente” rispose Buffy, il cui tono era tornato duro, togliendole l’arma di mano incurante dello sguardo di disapprovazione.
Prese la spada, dirigendosi in direzione di Spike
“guarda e impara la tecnica” le disse, intimandole di avvicinarsi con un gesto. Non c’era superbia nella sua voce calma.
Assunse la posizione di attacco, posizionandosi di fronte al vampiro
Soppesò la spada nella mano, con attenzione. Inspirò silenziosamente, socchiudendo per un attimo gli occhi. Doveva trovare la concentrazione, come le aveva insegnato Giles. Sincronizzò i suoi sensi sull’avversario, estraniandosi dai rumori intorno a lei, dimenticando lo sguardo di April che le bruciava sul viso. C’erano solo lei e la spada.
Aprì gli occhi, fissando con attenzione il vampiro, che la osservava a sua volta senza il minimo movimento. Nella sua testa c’era solo la sua immagine, poteva vedere i muscoli tirati e le vene delle mani in tensione per il peso dell’arma. Presto avrebbe attaccato. La sua mente si era svuotata …solo loro due…non era mai stata brava a indovinare le conseguenze delle sue azioni…
Spike la guardò: si stava concentrando. Poteva intuire che i suoi sensi erano puntati su di lui. Attenti ad ogni minimo movimento, pronti ad approfittare di una sua distrazione. Ora si specchiava nei suoi occhi, che non lo lasciavano un istante. C’erano solo loro due…come quando si erano rivisti a San Francisco. Uno strano calore lo invase, accompagnato da una sensazione di vuoto. Gli faceva paura. Non sapeva dove avrebbe portato quel combattimento, non per il gesto in sé, che poteva essere reputato normale, ma perché combattere per loro era sempre stato come…come amarsi.
…balla con me…
Ora i suoi occhi lo inquietavano: c’era la stessa forza di sempre e questo lo lasciava a dir poco atterrito. Aveva inconsciamente sperato che con il tempo fosse cambiata, ora se ne rendeva conto; aveva pregato di non vedere più quegli occhi che non esitavano mai, ma che solo con lui si erano riempiti di lacrime, di non sentire più le mani su di lui, perché gli avrebbero fatto ricordare quanto potevano essere gentili. Aveva segretamente agognato che il fuoco che bruciava in lei si fosse spento, che fosse diventata la ragazza normale che lei aveva sempre desiderato, una di quelle mortali trasparenti senza una luce propria che gli passavano accanto senza che se ne accorgesse.
Ora però distingueva nuovamente quel furore che non la aveva mai fatta cedere…lo stesso che lo attirava da lei.
La sera prima si erano comportati da amici, firmando un tacito trattato che non permetteva domande sul passato, che segregava in un angolo della memoria i ricordi che li accomunavano. E per quei giorni sarebbero stati…amici. Già, in fondo cos’era qualche settimana? Poi sarebbero tornati alla loro vita di sempre, non aveva senso rivangare i sentimenti che li avevano soggiogati quasi contro la loro volontà, contro ogni logica, contro ogni legge.
Spesso si era ritrovato a pensare che, forse, tra loro sarebbe dovuta comunque finire così. Lui in un mucchio di cenere e lei salvatrice del mondo, avevano solamente allungato i tempi.
Forse non era destino.
Una parte di lui avrebbe voluto tirarsi indietro…sapeva che battersi con lei avrebbe certamente avuto un significato più profondo, il castello di carte che si erano costruiti intorno sarebbe caduto sotto i loro colpi. Ci aveva pensato lei? Sembrava decisa…che lo stesse provocando? Forse non ricordava cosa era successo l’ultima volta che si erano battuti né quanto fosse forte la scossa che attraversava entrambi quando combattevano.
La fissò di nuovo…la titubanza cedette il passo alla rabbia. Cosa credeva di fare?…voleva il gioco pesante, ma era in grado di sopportare le conseguenze delle sue azioni?…lo avrebbero scoperto presto.
Attaccò. Con forza e precisione le due lame cozzarono una contro l’altra, stridendo. Ora erano a pochi centimetri, separati solo dalle affilate barre di metallo che si incrociavano sui loro volti.
…è questo che vuoi Buffy?…
le spade si allontanavano per poi incontrarsi sempre a velocità maggiore, i loro corpi arrivavano fino a sfiorarsi per poi riprendere le distanze…
April li fissava. Era come se un filo conduttore li unisse…si vedeva che non avevano fatto altro tutta la vita. La tensione era palpabile e la situazione si stava scaldando. Sorrise cattiva…così Buffy, la santa che tutti dipingevano come salvatrice del creato, non per poi così perfetta. Si sarebbe aspettata di tutto…ma con un vampiro! Anche se doveva ammettere che Spike non era niente male. Il sorriso divenne più ampio.
Si sentì stupida…cosa diavolo stava pensando?
Tornò a concentrarsi sul combattimento.
In quel momento la porta della palestra si aprì.
I due combattenti sembravano non essersene resi nemmeno conto…per loro quello non era un allenamento.
April si girò, per intimare i nuovi arrivati di non fare rumore. Per quanto detestasse Buffy, non poteva negare che davanti a lei si stesse svolgendo uno spettacolo impedibile. Vedeva quei due corpi muoversi con sincronia e…grazia, la grazia particolare che si acquista solo dopo anni di allenamento. Per un istante dimenticò che la ragazza che stava guardando fosse Buffy e il rancore lasciò il posto all’ammirazione.
Xander e Dawn si avvicinarono silenziosamente alla Cacciatrice, ancora seduta. Dawn le appoggiò una mano sulla spalla, facendola voltare, e la guardò con sguardo interrogativo.
“tua sorella mi ha detto “guarda e impara” – imitò la voce di Buffy – e si è messa a…-non sapeva come definire il combattimento, così mosse le braccia in gesto plateale, indicando i due – secondo me qualcuno si farà male” commentò
tutto sommato quella Dawn le era simpatica, doveva avere più o meno la sua età.
“deve esserle proprio mancato” sussurrò Dawn, anche lei osservando la battaglia
“cosa? Il combattimento?” chiese interrogativa April
Dawn la guardò con espressione risaputa, non c’era bisogno di altre spiegazioni.
Buffy si agitava convulsamente in mezzo alla palestra, i colpi di Spike si facevano sempre più potenti e precisi. Sapeva che per lui quello non era un semplice allenamento e si pentiva mentalmente di avergli proposto di combattere. D’altronde però le risultava insostenibile la situazione tra di loro…quei suoi sguardi incerti, che indugiavano sul suo corpo e si allontanavano non appena lei si voltava, le mancava il modo diretto in cui lui le aveva sempre sbattuto in faccia la realtà. Era come se avesse paura di farla soffrire con una parola…non sopportava quel comportamento gentile ma così inusuale per il vampiro che aveva conosciuto e…
Quello non sembrava più essere il suo Spike…anche lei però non doveva avergli fatto una buona impressione. Si trovò a maledire inconsciamente la loro discussione notturna. Avevano siglato un tacito patto che poneva quei momenti in una specie di bolla fuori dal tempo, dove non esistevano variazioni dall’ultima volta che si erano visti. Invece di variazioni ce ne erano state maledizione!
…affondò con impeto la spada, sfiorandogli il viso, si era spostato per un soffio…
loro erano cambiati, le realtà in cui vivevano erano diverse! Dovevano fare i conti con il fatto che Sunnydale era stata distrutta, che non si erano visti per quasi due anni e che ognuno aveva una vita in due città sulle coste opposte dell’America!
…schivò un colpo e con decisione menò un fendente che mancò di poco il suo braccio…
si stupiva di essere proprio lei a pensare a quel genere di cose…lei, che solo fino a qualche anno prima non avrebbe mai desiderato cambiare. Allora tutto era bianco o nero, era stato proprio Spike a insegnarle a leggere le sfumature. Inconsciamente le si impresse l’immagine di April nella mente. chi le avrebbe insegnato a distinguerle?
…si voltò un attimo nella sua direzione, ma un colpo di Spike la costrinse a tornare concentrarsi sullo scontro…
ed ora sembrava quasi che il vampiro desiderasse che quello che stava accadendo rimanesse un fugace incontro di qualche giorno…non voleva minare il suo rapporto con…con chi? Anche lei quando era arrivata sperava di riuscire a mantenere il loro rapporto ad un livello amichevole, ma erano bastati pochi istanti per capire che entrambi avevano una scarsa resistenza. Ed ora voleva sapere con chi…sì, non le interessava niente se si sarebbe solo fatta del male, se era meglio non immischiarsi...non era importate. Sapeva solo che non avrebbe resistito a lungo in quella situazione di continua reticenza.
…parò un altro colpo, incontrando per un istante gli occhi di Spike…
ecco, era quello ciò che desiderava vedere. I suoi occhi pieni di rabbia, di furore, di passione. Non quelli dolci ma forzatamente distaccati che incontrava ogni qualvolta si voltava a guardarlo. Chissà cosa aveva raccontato dalla ragazza con cui stava ora? Sapeva di loro? Ma certo, lei era la ragazza senza cuore che lo aveva maltrattato e usato, quella fredda e calcolatrice…
…brandì la spada con rinnovato ardore, facendola cozzare violentemente contro quella di lui…
quella che aveva preso il suo cuore per poi farlo in pezzi…oppure non le aveva raccontato niente e voleva solo dimenticarla. Dimenticare Buffy, la Cacciatrice accecata dal bene, che non gli aveva procurato altro che dolore…
ma non sarebbe finita così, voleva sentirselo dire in faccia che aveva un’altra e che era felice, che in quei giorni provava solo affetto fraterno nei suoi confronti…ma lei, lei cosa provava? si sentiva ancora attratta da lui?…
…con il fiato corto parò l’ennesimo attacco…
Dawn li fissava, rimanendo tuttavia vicino ad April. Non sapeva se fosse il caso di separarli, certo era che, se non avessero smesso presto, qualcuno si sarebbe fatto molto male. Puntò lo sguardo fuori dalla finestra: il sole era ormai calato. Se lo ricordava Buffy quando usciva di casa vestita di nero e con una pesante borsa di cuoio di cui non le aveva mai svelato completamente il contenuto? Aveva ancora lo stesso significato per lei vedere il sole che calava?…
Si riscosse da quei pensieri, fissando la nuca di April. Ora era lei l’allieva di Buffy, si sentiva gelosa? Che domande…lo era sempre stata, di tutte le ragazze che riuscivano a passare più di un’ora con sua sorella. Che potevano condividere con lei la parte più oscura della sua vita.
“Buffy, Spike!” chiamò a voce alta e autoritaria
i due si fermarono simultaneamente, abbassando le armi. Grondavano di sudore, tuttavia sembravano desiderosi di tornare a scontrarsi. Per sua sorella era sempre stata una droga, lo sapeva.
“è ora della ronda” incontrò gli occhi di entrambi, cercando anche solo di intuire cosa passava loro per la testa.
Buffy abbassò leggermente gli occhi, fissando Spike senza farsi vedere. Non doveva finire così…era come se il campo magico che si era creato mentre combattevano si fosse d’improvviso spezzato lasciando che le emozioni del mondo esterno soffocassero i sussurri delle loro anime.
Spike non la guardava nemmeno, poteva capire la sua rabbia, la proposta di combattere lo aveva colto impreparato.
“sì” rispose Buffy, ostentando una calma che non aveva
“Giles vi aspetta”
* * *
Si avviarono silenziosi, uno vicino all’altra. Il gelo tra loro era palpabile, sarebbero diventati due bombe ad orologeria pronte a scoppiare in qualsiasi momento. Lo sapevano entrambi.
April li seguì senza azzardarsi ad intervenire, poteva percepire che qualcosa non andava. Era come se l’equilibrio tra loro si fosse spezzato, forse quel combattimento nascondeva più di quanto potesse immaginare…
…ma certo, probabilmente avevano avuto una storia, di quelle squallide avventure sessuali che piacevano tanto ai vampiri pervertiti, ne aveva già incontrati parecchi. Non credeva però che Buffy si prestasse a quel genere di cose, doveva avere un po’ di amor proprio!…
Il sottile velo di complicità che era calato per qualche istante tra le due cacciatici aveva lasciato nuovamente posto al disprezzo.
Buffy camminava dritta davanti a sé, più che cosciente del fatto che presto la situazione sarebbe degenerata, ma non aveva intenzione di lasciarsi trascinare dalle emozioni…non più. Con gli anni aveva imparato che il suo difetto principale era l’abbandono totale ai sentimenti, per poi tornare sui suoi passi quando non si sentiva più in grado di sostenere quello che si era creato.
Non era il momento dei ripensamenti, forse aveva sbagliato a proporre a Spike quel combattimento, lo ammetteva, ma tirarsi indietro era un vizio che sperava di aver perso. Aveva imparato che ogni situazione, anche la più tragica, è rimediabile, e così aveva intenzione di fare. Aveva ricevuto una seconda occasione per rimettere a posto le cose, non doveva sciuparla. Cosa volesse dire “rimettere a posto le cose” non lo sapeva ancora però…
Lanciò un’altra occhiata di sottecchi al vampiro, proseguendo poi con decisione verso la biblioteca.
Sentiva i passi leggeri di April alle sue spalle e i suoi occhi perennemente puntati sulla schiena; quella ragazzina la irritava parecchio, poteva quasi leggere nella sua testolina da adolescente in lotta con il mondo e le sue istituzioni tutti i pensieri poco edificanti che formulava sul rapporto tra lei e Spike: la Cacciatrice è una ninfomane repressa che scarica i suoi istinti sessuali su un vampiro perverso.
Scosse la testa con rabbia, non aveva tempo da dedicale: le avrebbe dato una buona lezione, ma non era compito suo educare le nuove prescelte, non sapeva nemmeno perché la stava allenando.
Ripensò al loro scontro, passandosi lentamente la lingua sul labbro ferito; probabilmente i due osservatori si aspettavano che lei vedesse April come una specie di fotocopia dei suoi anni migliori al liceo, che sentisse il desiderio di prenderla sotto la sua accogliente ala protettrice, ma sfortunatamente avevano sbagliato persona, perché in quel momento non aveva il minimo desiderio di addomesticare una ragazzina inesperta che vorrebbe salvare il mondo da sola e che odia le californiane. Perché aveva capito che questo influiva negativamente nei rapporti tra loro: forse, se si fosse presentata in una salopet di jeans sformata, un basco calcato in testa e un occhio nero i loro rapporti sarebbero migliorati. Sfortunatamente però non aveva nessuna intenzione di sottostare ai capricci di April, anche lei avrebbe dovuto imparare che non è il mondo che si adegua, ma sei tu che lo devi fare.
Aprì la porta che le si parava davanti, entrando nella sala e osservando ammirata gli alti scaffali pieni di volumi. Era passata una vita dall’ultima volta che aveva messo piede in un luogo come quello…già, un vita.
Giles si avvicinò ai tre, con le braccia leggermente flesse lungo i fianchi. La guardò con un misto di decisione e incredulità: stava per assegnarle i suoi compiti per quella notte…non sperava e forse nemmeno desiderava impartirglieli di nuovo.
“Buffy – lanciò un’occhiata fuori dall’alta finestra, osservando il cielo che si tingeva di rosso – abbiamo meno di una settimana per prepararci, il maestro di questa città si chiama Antes, circa 600 anni alle spalle, probabilmente è la prima volta che tenta di aprire una bocca dell’inferno. Voi dovete tenere a bada i demoni locali, imparare a conoscere la zona e avvicinarvi il più possibile a questo vampiro. – guardò Spike, non c’era più traccia del passato disprezzo – vedi se riesci a scoprire qualcosa tra i demoni locali, senza dare troppo nell’occhio. Buffy, tu e April farete la ronda – spense sul nascere una qualsiasi protesta della ragazza- hai bisogno di qualcuno che ti insegni a conoscere la città, non dividetevi mai.”
Lanciò un’occhiata a Spike che di allontanò silenziosamente.
Buffy si voltò ad osservare la sua testa bionda che scompariva dall’oblò della porta.
La Cacciatrice osservò Giles con disappunto, avvicinandosi a lui, che si lasciò seguire in un angolo della sala. Buffy si allontanò, non curante del fatto che April era rimasta immobile alle sue spalle.
“Signor Giles!” lo guardò infastidita, incrociando le braccia “se crede che io mi tiri dietro una croce del genere…”
“è la tua prima ronda dopo due anni di inattività Buffy, e poi questa non è Sunnydale, ricordalo. Non puoi contare sulla discrezione delle persone e non conosci la città. Hai bisogno di qualcuno che ti copra le spalle”
“sono sempre riuscita a farne a meno – si fece più vicina all’uomo, bisbigliando – senta, quella ragazza…io e lei non siamo compatibili, ci ammazzeremo tra noi se non lo farà qualcun altro. – gli puntò il dito di fronte al viso per zittirlo – e non mi dica che ero come lei perché avevo molto più gusto per il vestire. E poi non è allenata, crede che la forza basti…”
“Prima le hai fatto capire che sei tu quella che comanda, ti starà a sentire. Tra cacciatici si instaura sempre un rapporto di forza…”
“sembra che stia parlando di animali che capiscono solo la legge del più forte” disse ironica, lasciando però cadere i discorso.
Giles le sfiorò un braccio, più dolcemente
“Buffy…so che è una situazione a dir poco assurda, insomma…io qui che studio come fermare un maestro, tu che vai a fare la ronda, Willow con la testa tra libri che avrebbe fatto meglio a dimenticare…anche per me è strano. Cerchiamo di abituarci però…-la guardò negli occhi, rassicurante – Buffy, fai quello che hai sempre fatto e vedrai che andrà bene”
sciolse la stretta, guardandola allontanarsi e sorridendo al suo sguardo scettico…Dio quanto gli era mancata
Ripley si avvicinò ad April
“Come è andato l’allenamento?” domandò, con voce professionale
“stia tranquillo, ho fatto la brava scolaretta” gracchiò ironica
lanciò una furtiva occhiata verso Buffy, tentando di dire qualcosa alla ragazza, che lo ascoltava distrattamente, sapendo quanto fosse incapace nei discorsi di incoraggiamento.
Buffy si avvicinò ad April, si rendeva conto di trattarla in modo eccessivamente scostante ma non era tagliata per un ruolo come quello che le avevano affibbiato. Sapeva a mala pena gestire se stessa, figuriamoci se era in grado di comportarsi da persona adulta e responsabile con una ragazzina!
Le passò accanto, intimandole con tono meno freddo
“andiamo, dove tieni le armi?”
senza dire una parola April la condusse in una saletta separata dalla biblioteca da una porta in legno chiusa a chiave. Il muro era tappezzato di asce, balestre e spade di ogni dimensione, mentre su una panca erano disposti i paletti.
April rimase un attimo in silenzio, quasi volesse godersi lo sguardo vagamente ammirato di Buffy, poi entrò con decisione e cominciò ad agguantare armi di ogni genere, infilandole in una borsa di cuoio.
Poco dopo sentì Buffy avvicinarsi a lei, osservando con interesse le armi appese e fissando con altrettanto disappunto quelle che stava infilando nella borsa.
“una scure?” fissò April con sguardo a metà tra l’ironico e l’interrogativo
“Già” commentò asciutta l’altra, senza degnarla di uno sguardo
“E posso sapere cosa te ne fai?” rincarò
A quel punto April si raddrizzò, incrociando le braccia arrabbiata
“vado a tagliare gli alberi del cimitero, sai il mio secondo hobby dopo ammazzare vampiri è il giardinaggio”
Buffy la fissò se possibile ancora più divertita
“allora vorrà dire che per Natale chiederai una forbice da potatore…intanto però dovremmo andare a fare la ronda”
La pazienza della ragazza si stava velocemente esaurendo. Non avrebbe accettato altri insulti, non da una come lei.
“Senti, cosa diavolo…” ringhiò, ma l’altra non la lasciò terminare
“stiamo andando a uccidere vampiri, non mammuth, quindi quella –indicò l’arma – rimane qui”
“E si può sapere chi lo dice?” era sempre più irritata
“Io” sorrise Buffy provocatoria
* * *
Le due passeggiavano lentamente per il cimitero di Claveland, April davanti, Buffy che la seguiva pochi passi indietro.
Buffy fissava le lapidi scure, guardinga. Stringeva il paletto in mano, tenendolo all’altezza del petto, in posizione di attacco. Le palme erano sudate, perché si sentiva così tesa? Tentò di nascondere quel malessere…non le era mai successa una cosa del genere, sembrava una Cacciatrice alle prime armi. Maledicendosi mentalmente, fissò la schiena di April, che proseguiva svogliata.
Chissà dov’era Spike in quel momento…la frustrazione aumentò. Ora lo immaginava a passeggiare per le strade buie, infilandosi in ogni bar malfamato…scosse la testa. Doveva concentrarsi sulla ronda, l’inusuale calma che regnava nel camposanto non la convinceva affatto.
Alzò lo sguardo, fissando la luna, enorme e piena, che già le sovrastava…bene, si stava rilassando. I suoi sensi si erano concentrati su ogni piccolo fruscio, aveva ritrovato la calma.
April si fermò improvvisamente, continuando però a voltarle le spalle.
La Cacciatrice chiuse gli occhi…come le aveva insegnato Giles, quando la faceva allenare in un cerchio di belli quanto, a suo parere, inutili cristalli.
“ehi!”
aprì gli occhi di soprassalto, spaventata da quella chiamata inaspettata. Fissò arrabbiata la ragazza, puntandole un dito contro
“non provare mai più a fare una cosa del genere” più che con lei però, era arrabbiata con sé stessa per essersi lasciata prendere alla sprovvista
“Va bene” rise ironica l’altra, sedendosi scomposta su una vicina lapide
“ma che diavolo fai?” domandò Buffy, riprendendo il controllo della situazione
“aspetto” rispose asciutta
“e cosa, di grazia?” Buffy iniziava a spazientirsi
la giovane alzò le spalle “i vampiri”
alzò gli occhi al cielo “oh, certo. Scommetto che ogni vampiro ha voglia di essere massacrato in una bella notte come questa. Perché non metti un cartello con scritto “Cacciatrice, uccide gratuitamente”?”
April si alzò, con un’aria da attrice consumata che fece spazientire ulteriormente Buffy
“Senti…Buffy – pronunciò il suo nome con enigmatica enfasi – tu non piaci a me, io non piaccio a te. Non possiamo farci niente quindi meglio mettersi il cuore in pace. Siamo troppo diverse anche se, francamente, non vorrei mai essere come te” disse squadrandola con espressione volutamente schifata
Buffy incrociò le braccia più divertita che offesa “a dire la verità nemmeno io apprezzo molto il tuo look, hai rubato i vestiti ad uno spaventapasseri?”
April alzò le braccia, in segno di resa “Lo vedi? però in questa faccenda ci siamo dentro tutte e due, quindi evitiamo di interferire l’una con l’altra e, se possibile, limitiamo anche i rapporti verbali”
Ma la bionda la ascoltava solo distrattamente, guardandosi intorno preoccupata
“Sono tre” bisbigliò, dandole le spalle
“tre cosa?”
“tre mucche! Vampiri idiota”
“avevo chiesto di limitare i contatti verbali”
Buffy si voltò esasperata
“senti ragazzina, non ho né tempo né voglia di ascoltarti, quindi ora concentrati ed evita di farti ammazzare”
una attimo dopo i tre vampiri comparsero. Camminavano sicuri, non erano certamente risorti quella notte.
“Bene bene. La Cacciatrice e la sua amichetta del cuore” commentò uno rivoltò ad April, messa in posizione di attacco
“amici tuoi?” chiese ironica Buffy
“No, sai, non amo portarmi a letto i vampiri” commentò cattiva
i tre però non rimasero ad ascoltare il loro ennesimo litigio.
Si scagliarono le une contro gli altri, ma il combattimento durò poco. Buffy doveva ammettere che April non se la cavava affatto male, eliminò senza fatica quello dei tre che le aveva rivolto la parola, lei invece era ancora alle prese con i due rimanenti.
Schivare…colpire…abbassarsi…schivare…tentare un affondo con il paletto…quei movimenti le risultavano meccanici. Con gli anni aveva acquisito una certa grazia …ne trafisse uno con l’arma.
Poi le tornò in mente…Elisabeth. Lei era Elisabeth, non Buffy. Non più almeno.
Fissò le sue mani, protese in avanti contro il demone, non le aveva più usate per stringere un’arma…
Un secondo vampiro si avventò su di lei, cogliendola alla sprovvista. Finirono entrambi sull’erba umida…
…le sue mani…il paletto…
l’arma le sfuggì di mano…cosa stava succedendo? Era solo un sogno, uno di quei terribili incubi che ancora la torturavano…forse ora si sarebbe svegliata nella sua stanza buia di New York…
“Ehi Buffy!” sentì la voce di April, ma sembrava lontana migliaia di chilometri…cos’era quel peso su di lei?
“prendi!”
afferrò qualcosa di ruvido e appuntito… Non vedeva quasi niente…
poi, più nulla
Tutto era tornato distinto. Vedeva il vampiro, April in piedi di fianco a loro e il paletto che teneva in mano.
Con un movimento rapido e preciso lo trafisse, fissando per un ultimo interminabile istante i suoi occhi gialli e luminosi che la fissavano con odio
Senza una parola si alzò, spolverandosi vigorosamente i vestiti ed evitando di guardare April.
Lei la fissava, mentre si puliva dalla polvere come se niente fosse, e aspettò che i loro occhi si incrociassero.
Infine Buffy si voltò, cosciente dell’incredulità della ragazza
“cosa è successo?” domandò lei, senza il consueto tono sprezzante
“Non ho creduto in me” si raddrizzò, guardandola con serietà “ora hai visto cosa succede se, anche per un solo istante, pensi di non farcela”
* * *
Spike passeggiava silenzioso per i vicoli bui e sporchi della periferia. Rasentava il muro con la schiena, scomparendo quasi nella semioscurità. Scrutava con attenzione ogni cosa, voltandosi ad ogni rumore alle sue spalle. Non gli piaceva quella città, troppo silenziosa per i suoi gusti.
Tentava in tutti i modi di concentrarsi sul suo compito…trovare notizie. Ma certo, era sempre servito a quello. Dare informazioni alla Cacciatrice era stato quasi il suo mestiere a Sunnydale, chiaramente però veniva lautamente ricompensato…scacciò con rabbia l’immagine di Buffy dalla sua mente. Come diavolo faceva a pensarci ancora? Dopo quello che era successo in palestra poi…cosa voleva dimostrare? che era ancora la Cacciatrice? Che poteva ancora spuntarla con lui?…come del resto aveva sempre saputo fare…
Sentiva di nuovo i suoi occhi puntati addosso, attenti ad ogni suo minimo movimento e pronti a studiare un contrattacco. Durante la lotta poteva sentire il suo cuore battere all’impazzata, il respiro affannoso che le faceva alzare ritmicamente il petto…ad ogni colpo si facevano più vicini, per opo allontanarsi di nuovo, come era sempre stato tra loro.
Solo che questa volta la forza che li respingeva era stata più forte.
Ricordava la prima volta che la aveva sentita al telefono dopo che era tornato in vita…
Lui si reggeva in piedi a fatica, stremato dallo sforzo. Aveva appena finito di allenarsi con Angel, era il suo primo allenamento dopo che era tornato corporeo.
Camminava a torso nudo verso la sua stanza, con la maglietta poggiata su una spalla, quando aveva sentito squillare il telefono.
Poi era stato un attimo…la segreteria vuota…Cordelia fuori a fare spese…nessuno nei paraggi…toccava a lui rispondere, dopotutto ora poteva dirsi parte della Angel Investigations e poi quasi sicuramente era un povero derelitto di quelli che piacevano tanto ad Angel.
Senza troppo entusiasmo aveva alzato la cornetta
“Angel Investigations, chi è morto o sta per essere ucciso?” disse sospirando
dall’altro capo del filo seguì un lungo silenzio, poi una voce, flebile, tanto da sembrare lontana
“…Spike?”
rimase immobile, con l’apparecchio in mano e lo sguardo puntato su un punto indistinto del muro di fronte.
Era lei…lei…strinse con maggiore forza la cornetta, serrando la mandibola, un brivido freddo lo percorse come una lama d’acciaio
“…S-Spike?” sentì la voce ripetere
“Ciao Buffy” biascicò, con tono più tremante di quanto avrebbe voluto
La voce non rispose…la voce, non era diventata altro per lui? Solo una stupida voce, senza nome ne viso?… Forse. Poi subentrò l’imbarazzo. Cosa chiederle? “Come stai” suonava quantomeno fuori luogo da chiedere ad una che ha appena perso l’intera città che doveva difendere… i ricordi gli tornarono nitidi, il First Evil, la grotta, la battaglia…lui che bruciava.
Immaginava tutto come se lui fosse un semplice spettatore, non il protagonista in prima persona. La vedeva di spalle, mentre gli stringeva la mano, le fiamme già divampavano. – si guardò attentamente la mano libera, serrando il pugno – stava dicendo qualcosa, ora riusciva a distinguerne il viso, gli occhi inondati di lacrime, …ti amo Sp…
Angel entrò improvvisamente nella stanza, interrompendo il flusso dei ricordi ancora sconnessi.
“chi è?” chiese con noncuranza
allora si era reso conto del perché della telefonata
“è per te” gli porse freddamente la cornetta, asciugandosi il sudore della fronte con la maglietta, e si allontanò velocemente
Ecco il loro primo dialogo, dopo che lui era tornato. Poteva ancora sentire la sua voce spezzata mentre pronunciava il suo nome. La voce di Buffy.
Chissà…se avesse detto qualcosa di diverso forse…
Ma non si vive di se e di forse, lui lo sapeva meglio di tutti. Quante volte si era ripetuto che, nonostante le apparenze “forse” lei lo amava.
Glielo aveva detto, alla fine. Sì…alla fine aveva sussurrato un “ti amo”. Cosa aveva provato in quell’istante? Si concentrò. Calore…un immenso calore lo aveva invaso, ricordava di averla guardata un’ultima volta in quegli stupendi occhi verdi, che solo con lui si tingevano di una sfumatura ambrata. Sorrise…con quelle due parole aveva dato un senso all’intera sua esistenza, gli aveva fatto provare una sensazione sconosciuta che però era volata via nel giro di un attimo. “sono il buffone della sorte” ora capiva di cosa parlava Shakespeare.
Ma la sua non-vita si era basata su una scelta, quella di morire; e, in quell’istante, mentre le stringeva più forte la mano, aveva scelto di non crederle.
Quante cose avrebbe potuto dirle in quella telefonata…non aveva più sperato di averne la possibilità; ed ora erano di nuovo lì, insieme, lei Cacciatrice e lui vampiro, come se il destino avesse voluto dar loro una seconda possibilità…una seconda possibilità? Questo lei voleva dirgli durante il combattimento? …sorrise. Buffy non era mai stata molto brava in certe cose.
* * *
Buffy ed April si guardavano ancora negli occhi, come in un tacito scontro. Fu quest’ultima a parlare per prima
“cosa c’era tra di voi?” chiese a bruciapelo, senza il minimo imbarazzo
“scusami?” incrociò le braccia e la guardò alzando un sopracciglio
“hai capito…se dobbiamo conoscerci…” rispose April, con un sorriso mal celato
“ascolta ragazzina…noi non dobbiamo “conoscerci”, ma semplicemente diventare coordinate quanto basta per evitare di farci ammazzare, ti è più chiaro il concetto?”
“Ci sei andata a letto vero?” continuò lei, imperterrita
“hai voglia di prenderle? Perché sono dell’umore giusto”
“ci sei andata a letto” concluse lei alzando lo sguardo
Buffy la sorpassò, camminando velocemente e stringendosi nel cappotto
“ehy…ehy ehy! Dove diavolo stai andando?” le corse davanti, tentando di fermarla
“torno a casa, qui non c’è nessuno” la sorpassò nuovamente
“e come fai a dirlo scusa?”
“ perché, come tu – sottolineò l’ultima parola con la voce – avresti dovuto notare, i necrologi sul giornale di oggi erano tre e, prima di un’apocalisse, i vampiri non amano farsi impalettare dalla Cacciatrice di turno e rimangono nelle loro belle cripte”
“andiamo a ucciderli allora” gridò aprendo la braccia
“si da il caso che nemmeno io ami farmi ammazzare, ti lascerei qui a fare wrestling con il maestro ma sai…ci servi viva”
“grazie!” commentò arrabbiata
“non c’è di che” rispose acida Buffy, uscendo dal cimitero per dirigersi nella stanza dove alloggiava
Spike aprì con forza la porta scalcinata di un puzzolente bar nei sobborghi di Claveland. L’aria era densa di fumo grigio, che nemmeno la fastidiosa luce al neon riusciva a penetrare. I tavoli erano tutti occupati e il vociare aumentava. Lanciò una rapida occhiata ai clienti…cinque demoni e quattro vampiri, doveva essere successo qualcosa di grosso perché fosse così affollato.
Poggiò i gomiti sullo sporco bancone, richiamando con un’occhiata l’attenzione del barista.
“un bourbon, doppio”
tenne gli occhi bassi fino a che non gli fu posato davanti il bicchiere, poi prese a sorseggiarlo lentamente con espressione assorta
“non ti ho mai visto da queste parti, sei nuovo?” un giovane vampiro, vestito di pelle dalla testa ai piedi e con numerosi piercing alle orecchie gli si avvicinò, posando uno sgabello vicino al suo
“Già” fu la laconica risposta di Spike, che bevve un altro sorso di liquore
“sei qui per conoscere il maestro scommetto” rispose l’altro, con tono risaputo
Bene, aveva messo in preventivo di girare almeno due bar prima di trovare un idiota disposto a parlare del maestro e di ciò che aveva in ballo, invece il primo tentativo era andato a segno. Si vedeva che non erano avvezzi ad apocalissi da quelle parti.
“e tu cosa ne sai?” rispose un po’ bruscamente, sapeva come recitare la sua parte
“ehy amico…Andes sta raccogliendo quanti più vampiri e demoni possibile, tra poco si scatenerà l’inferno” rise sguaiatamente per la battuta “questo posto diventerà la nuova bocca”
“credevo che dopo Sunnydale…”
“vedi che allora qualcosa sai?” il vampiro gli strizzò l’occhio “anche qui abbiamo una Cacciatrice, ma non sarà un problema, il maestro ha già…”
“finiscila” una voce imperiosa fece morire le parole in bocca al vampiro. Quello che aveva parlato si alzò, dirigendosi verso i due con passo sicuro e afferrando per un braccio il giovane “ci vuole la massima segretezza” poi guardò Spike, minacciosamente dall’alto in basso “questa non è una zona per forestieri”
Spike sorseggiò lentamente l’ultimo sorso di bourbon, alzandosi poi fino a guardare negli occhi il suo nuovo interlocutore. Senza dire una parola si diresse verso la porta, l’esperienza gli aveva insegnato a non dare nell’occhio, gettando sul tavolo una banconota stropicciata.
Una raffica di vento spazzò il vicolo, investendolo e sollevando qualche cartaccia svolazzante. Senza voltarsi indietro si diresse verso il bar successivo.
Buffy entrò in camera, gettandosi sfinita sul letto. Chiuse meccanicamente gli occhi, aspettando che i muscoli si distendessero. Non era più abituata a fare sforzi di quel genere, dopo due anni di completa inattività. Chissà cosa avevano scoperto Willow e gli altri…sentì il vento frusciare con forza tra i rami dei grandi alberi circostanti…e Spike? Dov’era…
“Buffy?”
sentì una voce ovattata chiamare il suo nome, Willow
“Sì?” sussurrò nel buio
“allora? Come è andata la tua prima giornata di servizio?”
quel termine la fece sorridere
“la ronda è andata bene…fa un freddo del diavolo qui la notte” commentò
“non intendevo questo…April?”
Sospirò, iniziando a spogliarsi
“Giles e Ripley vorrebbero far leva sul cameratismo tra cacciatici, ma io e la piccola spaventapasseri non siamo esattamente une esempio di virtù…e guai se dici che mi assomiglia” la ammonì, facendola sorridere
“dai Buffy…cerca di capirla, sai quanto deve aver sentito parlare di Buffy la Cacciatrice invincibile che sventa una apocalisse l’anno? Sei su tutti i manuali degli osservatori”
“spero che non abbiano messo la foto dell’annuario del liceo…avevo dei capelli orribili”
“Niente foto per tua fortuna…voglio dire che lei si sente minacciata e sempre paragonata a te”
“beh…di sicuro vinco il confronto tra chi si veste meglio”
“smettila di scherzare – la ammonì dolcemente – lo sai che è vero”
si sfilò il maglione, appoggiandolo su di una seggiola
“cosa posso farci se detesta le californiane in genere e me in particolare?”
“prova ad essere più gentile per cominciare…posso immaginare come si sia sentita quando ti ha visto arrivare in pantaloni di pelle e accompagnata dagli amici, il suo osservatore ti fissava come se fossi una specie di manna e parlava di lei come se non esistesse. Inoltre lo sai che a quell’età si è per natura in conflitto con il mondo, dovresti provare a metterti nei suoi panni…non è facile sostenere il confronto”
“senti Willow, hai ragione come sempre. –fece una piccola pausa – però non ho iniziato io a prendere a pugni la gente! Se lei non ci vuole qui pazienza, le salveremo la vita comunque”
“e se provaste a farlo insieme? Prova ad andare più in profondità con lei”
sbuffò, sapeva che la sua amica era nel giusto
“come farei senza di te Willow? Domani parteciperai al nostro allegro allenamento e mi fermerai se tenterò di salarle addosso” bisbigliò prima di distendersi
seguì un breve silenzio, disturbato solo dal fruscio delle coperte del letto di Buffy
“Buffy?”
“che c’è?”
“mi sbagliavo, non sei cambiata”
Buffy sorrise, osservando l’amica attraverso l’oscurità.
“’notte Willow”
“’notte Buffy”
Dawn si rigirò freneticamente tra le lenzuola, incapace di darsi pace. La sorella era tornata, l’aveva sentita entrare di soppiatto e bisbigliare qualcosa a Willow.
Già…con Willow.
Fissò la schiena di Buffy, illuminata dalle prime luci dell’alba. Il lenzuolo era tirato sopra la schiena e i capelli biondi ricadevano mollemente sparsi sul copriletto. Poteva distinguere il suo delicato profilo.
Fissò con più intensità la sorella…eccola là, Buffy.
…l’aveva vista piangere, ridere, combattere. Si era arrabbiata, aveva amato, aveva sacrificato tutto quello a cui teneva.
Ma chi era realmente? Se lo era sempre chiesta. In quel momento era Buffy la Cacciatrice, fino a due giorni prima Elisabeth Anne Summers, impiegata di New York, solo due anni fa invece Buffy Summers, la commessa al Dublemeat Palace. Poteva essere qualsiasi cosa…per lei era stata sorella e madre, da quando Joyce era morta.
Ascoltando la sua voce sussurrare qualche parola a Willow, una morsa fredda aveva attanagliato lo stomaco di Dawn.
Già…era stata madre e sorella per lei, ma, in entrambi i casi, non aveva scelto lei di esserlo. Prima i monaci, poi la morte, le avevano imposto un ruolo che altrimenti non le sarebbe mai toccato. Più volte si era chiesta se, magari in un'altra vita, se si fossero incontrate in circostanze diverse, tra loro sarebbe nata un’…amicizia.
Questo la faceva stare male. In Buffy aveva trovato un modello, un conforto, un aiuto, ma mai amicizia. Quella lei la riservava a Willow, la sua amica di sempre, a Xander, il ragazzo che sarebbe sempre stato un po’ innamorato di lei…ed ora a quella April. Poteva negarlo fin che voleva, ma si vedeva da lontano che quella nuova sfida la attraeva: allenare un’altra cacciatrice, insegnarle a difendersi, a attaccare, a uccidere. Tra loro sarebbe nato un legame profondo, lo sapeva, e al pensiero un ennesimo dolore al petto la percorse. Le avrebbe insegnato tutto, tutto quello che riguardava il suo mondo, e tra loro si sarebbe instaurato un rapporto di…non sapeva come definirlo ma si trattava di qualcosa di unico, che si crea solo tra persone affini, quella sorta di amicizia mai espressa ma che, con il tempo, diventa un capo saldo nella vita di un persona.
Nella sua mente si delineava l’immagine di April, con i capelli rossi scompigliati, vestiti troppo larghi addosso e il sudore che colava dalla fronte. Ricordava lo sguardo che aveva rivolto a Buffy appena si erano viste…disprezzo, scetticismo, sufficienza…ma poi, quando la aveva rivista, dopo il combattimento, nei suoi occhi c’era un’ emozione diversa, non solo rabbia e disprezzo, anche stima. April…doveva avere più o meno la sua età. Sarebbe stata curiosa di conoscere la sua famiglia…anche se poteva facilmente intuirlo: genitori abbastanza disastrati, troppo presi dalla loro vita quotidiana per accorgersi della figlia e di quello che le succede; niente fratelli o sorelle. Una ragazza insomma che aveva sempre vissuto da sola, anche a scuola doveva essere abbastanza emarginata, sempre sulle sue e con la convinzione di dover salvare il mondo per rivalsa nei confronti di chi la aveva sempre ignorata.
Già…era brava a psicanalizzare le persone. Ed ora veniva la parte più dura da digerire: le mancava una figura che le facesse da modello, qualcuno da cui sentirsi “giudicata”, che prendesse a cuore ogni suo movimento, che capisse cosa provava. Buffy.
Le tornarono in mente tutte le notti passate con lei a fare la ronda, quando le insegnava a cacciare insieme alle SIT. Anche allora avvertiva una sorta di apprensione, come se avesse sempre paura che potesse succederle qualcosa. Con le altre non era così…già, loro sapevano difendersi, ce lo avevano nel sangue, loro sarebbero diventate cacciatrici.
Sembrava che Buffy facesse parte di una realtà lontana dalla sua, fatta di mostri e demoni, di amori profondi e odi viscerali, dove non esistevano mezze misure. Lei invece ne era tagliata fuori, come sempre.
Ma cosa voleva in fondo? Cosa chiedeva ancora ad una persona che aveva di mostrato di tenere a lei tanto da morire per salvarla? Che aveva rinunciato a più di un anno di studi per mantenerla?…altre attenzioni?…
* * *
April passeggiava lentamente, diretta verso casa. La gelida luce dei lampioni illuminava la strada deserta, che percorreva soprapensiero.
Le mani le ricadevano mollemente sui fianchi, ancora bendate.
Arrivò di fronte alla silenziosa villetta immersa nel buio e sorrise…non serviva nemmeno che entrasse dalla finestra, probabilmente sua madre dormiva già da qualche ora, suo padre invece…sarebbe rientrato la mattina successiva.
Salì silenziosamente le scale, infilandosi immediatamente nella sua camera e chiudendo a chiave la porta.
Ecco, ora era nel suo regno.
Nella penombra osservò gli oggetti sparsi: fogli ovunque, coperti di una fitta e disordinata grafia. I professori le dicevano sempre di scrivere meglio, ma, dopotutto cosa le importava?…
Lo schermo del suo portatile emanava una fredda luce elettronica, che donava alla stanza un aspetto sinistro.
Allungò la mano, afferrando il mouse. Il salvaschermo scomparse, lasciando il posto all’interfaccia di una pagina Internet.
Si sedette davanti al computer, ticchettando freneticamente sui tasti.
>Dispersa
ci sei?
>Master
ciao Dispersa
>Dispersa
buona sera Master
>Master
come hai passato la serata?
>Dispersa
oggi è stato diverso, sono stata in giro con una nuova persona
>Master
non una dei ragazzi di cui mi hai parlato
>Dispersa
no, quelli sono i miei compagni di classe, degli idioti
lei è nuova, appena arrivata in città
>Master
parlami di lei
>Dispersa
è più vecchia di me, viene da New York
>Master
anche lei è come gli altri, un’idiota?
>Dispersa
no
>Master
odi anche lei?
>Dispersa
è diversa, deve insegnarmi
>Master
deve?
>Dispersa
sì, è necessario
>Master
lei non vuole?